Facebook e la piazza del paese

Da ragazzina avevo un’amica che abitava in un paese minuscolo, che era fatto da una piazza e un gruppo di case che le giravano intorno come un girotondo. A uscire dal portone la mattina ti dovevi fermare ad ogni passo per salutare qualcuno, e quelli che non vedevi era perché ti stavano vedendo prima loro, magari da dietro una tenda. Tra le case, come tra le persone, non c’era spazio per farsi ognuno i fatti propri. Le finestre si aprivano le une sulle altre, le persiane si scontravano e sui fili del bucato scorrevano panni e diceríe.
In un paese così dovevi stare attento a quello che facevi, a quello che dicevi e anche a quello che pensavi, ché la gente di te indovinava anche i pensieri solo da come ti muovevi, giravi la chiave nella toppa o ti andavi a sedere al bar.
Dopo tre ore nel paese, già ne avevo abbastanza. Non capivo come si potesse vivere in una situazione simile e non vedevo l’ora di tornare a Roma, dove, pensavo allora, uno poteva fare quello che voleva.
Quello che non immaginavo davvero è che anni dopo, mi sarei ritrovata a vivere per scelta autonoma e personale in un’altra piazza di paese. Perché se dovessi cercare un’immagine per Facebook sarebbe proprio quella piazza con il gruppo di case che le giravano intorno. Dove ad ogni passo ti fermi a salutare qualcuno, ed è bello, perché tra di loro ci sono amici, e sorrisi, e pacche sulle spalle, e notizie che girano, e sapere tutto su tutti. Ma anche caciara inutile e gente che ti guarda dietro le tende e sparla, e litigi in bella vista. E ogni cosa che fai, come posti, cosa, dove, quando parli, interagisci o taci ha un significato, e bisogna imparare a starci, esattamente come la mia amica aveva imparato a stare nella piazza del suo paese.
E anche se scegli piazze diverse, per quanto grandi possano essere, devi imparare a starci dentro. Perché anche se te ne vai nel vasto mondo alla fine è lo stesso.
Nella vita tutto ciò che fai prima o poi ti ritorna indietro, noi siamo anche le nostre scelte, le nostre relazioni, gli sbagli e le cose fatte come si deve. Il reset totale non si fa mai davvero.
Siamo noi la piazza.
Bisogna imparare a convivere con noi stessi e con il passato, venirci a patti, e anche amarlo, pure quando è pesante, brutto e fa male.

questo post partecipa al blogstorming speciale di Genitori Crescono

Cinema in famiglia: La ricerca della felicità – The Pursuit of Happiness

In questi giorni sto scegliendo i film da inserire nella rubrica Cinepiattini per genitoricrescono. Avevo due o tre temi in mente ma alla fine ho deciso di parlare di padri. Un po’ perché siamo a qualche giorno dalla festa del papà, un po’ perché negli ultimi mesi avevo cominciato ad annotare mentalmente qualche considerazione. Tra tutte la più forte è che non esistono più i padri di una volta. I padri dei film più recenti, dagli anni 80 in poi, forse da Kramer contro Kramer in poi, sono forse il risultato di un sessantotto e forse anche di un settantasette e anche di altri numeri. Crollato il mito del padre autoritario e forse anche di quello autorevole, il cinema ha spesso rappresentato figure di padri smarriti, fragili, che hanno bisogno di ripartire da zero per trovare il senso del loro ruolo, e spesso chiedono aiuto ai loro stessi figli.

Questo fine settimana di film ne abbiamo visti parecchi. Alcuni erano pure un po’ pesanti tanto che alla fine c’è stata una mezza rivolta e se il prossimo mese non alleggerisco il tono va a finire che mi tolgono definitivamente il controllo dei mezzi di riproduzione (video).

Tra i vari filmoni lacrimoni quello che ha prodotto più umidità è stato sicuramente “La ricerca della felicità” di Gabriele Muccino. Di questo film si dice spesso, per riassumere, che è il sogno americano raccontato da un regista italiano, e davvero non si potrebbe dire meglio di così.

Intanto il titolo stesso “The Pursuit of Happines”, è una citazione della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti

We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty, and the pursuit of Happiness

Il fatto che la felicità sia tra i diritti inalienabili degli uomini non è cosa che possa lasciare indifferenti. Al contrario, in un momento in cui lo stato di salute di un paese  è misurato  in Pil e Spread produce un vero e proprio straniamento, e ci ricorda che qualsiasi possa essere la situazione in cui siamo, il diritto a perseguire la nostra felicità non ce lo deve togliere nessuno, perché è inalienabile dalla nostra natura di essere umani.

Certo perseguimento, non concessione o vincita al lotto. E di fatti il film è tutto un correre appresso a questa felicità, con i denti stretti e la cinghia ancora più stretta, in un’America degli anni 80 dai contrasti terribili. Grandi possibilità e grandi miserie. La sensazione che chiunque lo meriti e lo voglia abbastanza ce la può fare, ma anche la probabilità altissima di essere abbandonati a se stessi se si sprofonda, senza pietà alcuna da parte degli altri. In questo ognun per sé (la stessa madre ad un certo punto parte per tentare la fortuna a New York) l’unico che pensa a qualcun altro è Will Smith, il padre, che fa di tutto per dare  al figlio di cinque anni un futuro migliore, e ad un certo punto anche un presente, visto che con venti dollari nel portafogli anche arrivare fino al giorno dopo può essere un’impresa.

Io non saprei dire se è un bel film, so però che alcune scene mi rimarranno dentro per sempre, e se questo può essere un metro di giudizio, allora valutatelo come tale.

  1. La prima scena è quella in cui dopo aver preso in giro il figlio per le sue scarse abilità nel basket si sente (giustamente) uno schifo e si scusa : “Non permettere mai a nessuno di dirti che non sai fare una cosa, neanche a me”. Un raro esempio di consapevolezza genitoriale, insomma. Uno che sa che volere bene non mette al riparo dalla demenza.
  2. La seconda scena è quella in cui lui si presenta al colloquio di lavoro vestito come capita, praticamente in canottiera e giubbotto, e tracce di vernice bianca sui capelli (stava imbiancando l’appartamento dove vive per evitare di essere sfrattato, poi è finito in prigione per non aver pagato una multa). Tutto sommato i capi non battono ciglio più di tanto. Quella americana è una società che si basa più sulla sostanza che sull’apparenza, non c’è dubbio, qui non l’avrebbero fatto neanche entrare nel palazzo. Però gli chiedono democraticamente cosa ne penserebbe lui, se qualcuno si presentasse senza camicia ad un colloquio di lavoro. “Penserei che ha dei fantastici pantaloni”. Questa risposta, grande esempio di pensiero laterale, tenetevela a mente ogni volta che vi fate problemi perché vi sentite inadeguati.
  3. La terza scena è quella in cui spiega che evita di bere per non dover andare in bagno e perdere tempo durante il lavoro. Lui non può perdere tempo perché alla quattro deve prendere il figlio a scuola continuando a lavorare e portare a casa risultati come e più degli altri. Da ripetere tipo mantra quando si cade vittima del pensiero “non lo posso fare”. Non lo posso fare non esiste.
  4. La quarta scena è quella in cui finalmente abbraccia il figlio felice perché ha ricevuto il lavoro da broker. (Spoiler? come spoiler? che pensavate che finisse male un film così?) Ecco lui ha conquistato la sua felicità e a me sono venuti in mente i disastri combinati dai broker nei decenni successivi. E poi ho pensato che adesso non è che si risolveva tutto che avrebbe avuto tutti i guai di tutti i giorni ancora, e che poi la felicità è un concetto interiore più elevato dell’avere un lavoro, soldi e carriera. Ma era un pensiero stupido, perché la felicità è un concetto a geometria multipla e dipende da qual è il tuo orizzonte e quello della sopravvivenza è l’orizzonte più vicino, quello più claustrofobico ed essenziale.
  5. La quinta scena, totalmente OT , che però mi fa ridere, è quella in cui il figlio cita Bonanza.

“Ma come, vi fanno vedere Bonanza all’asilo? In che momento ve lo fanno vedere?”

“Subito dopo Love Boat”.

Ecco, proprio per quella scena, un altro possibile finale, molto più felice, potrebbe essere che lui prende il lavoro, mette da parte i soldi, e poi apre un asilo tutto suo, dove i bambini non siano costretti a vedere i telefilm per passare il tempo. La felicità dopo averla conquistata, bisogna anche diffonderla, o no?

liberiamo una ricetta: il tabouleh di Hyam

Hyam me l’aveva presentata un compagno di corso.

O meglio, più che presentarmela me ne aveva parlato per giorni e giorni, insistentemente. Tanto che se non avessi saputo che da anni viveva con un medico,mi sarei convinta che ne fosse innamorato.

E forse in fondo lo era davvero, innamorato, come ci si può innamorare, perdutamente e senza speranza, di donne come lei.

Me ne accorsi il primo giorno che la vidi. Usciva da una conferenza in cui lei era relatrice e aveva parlato per più di un’ora di alfabeti kufici e di lingue di cui avevo letto a malapena i nomi in qualche libro. Sotto il braccio aveva   un fascio di carte ordinatamente rilegate che strideva con l’insieme scomposto della sua persona. Non fu possibile avvicinarla. Corse via come il vento disperdendosi tra la folla delle vie pomeridiane, seguita da mani, complimenti e chiacchiere a vuoto.

“Ma sei sicuro che abbia voglia di farlo?”

“Certo che ne ha voglia. Le servono soldi. Credi che si campi con la filologia semitica?”

No, non lo credevo. Almeno non tutti, e probabilmente non lei. Ma non ero sicura che darmi ripetizioni di palestinese l’avrebbe davvero aiutata a dare una svolta alla sua situazione economica. Non ero certo un’allieva dal conto in banca degno di nota. Eppure, il mio amico era convinto che quella dei farne la mia insegnante di dialetto sarebbe stata un’ottima mossa.

Non del tutto convinta, mi presentai a casa sua in un pomeriggio di gennaio. Abitava nel ventesimo, in un palazzo bianco ai margini di un piccolo square in cui giocavano i bambini. Quell’angolo di quartiere era ben diverso dall’atmosfera concitata e sfavillante della Belleville che raccontava Pennac, ma aveva un suo fascino indiscutibile, perso com’era tra i confini incerti della massiccia urbanizzazione e della resistenza villagière di qualche sparuto vigneto .

L’appartamento di Hyam era il suo fedele riflesso. Niente, tra quelle mura, sembrava essere al posto che gli spettava, ma non era una questione di disordine. Il disordine, infatti, presuppone un ordine precedente. Lì invece l’ordine non c’era mai stato. Chiunque avesse deciso di stabilire la propria dimora lì dentro aveva rinunciato da tempo all’idea che fosse possibile mettere le cose al loro posto,  semplicemente perché non c’era un posto per le cose, che dovevano rassegnarsi, come gli esseri umani, a vagare di metro in metro, adattandosi agli angoli più impervi, agli spazi più esigui, tenendo duro contro l’insofferenza dei loro padroni, che avrebbero potuto liberarsene in qualsiasi momento, o peggio, seppellirli sotto cumuli di oggetti ugualmente nomadi.

Hyam venne ad aprirmi la porta scalza, sorrise vedendomi cercare un posto per sedermi, ma non me ne suggerì uno. Scelsi io di sedermi su un letto di metallo che faceva anche da divano, proprio davanti a lei, che fumava una marlboro seduta di sbieco su una sedia di legno, l’unica intorno al tavolo.

“Bon, qu’est-ce qu’on fait?”

La domanda non mi sorprese più di tanto. A mente fredda, penso che se avesse tirato fuori da un quaderno una lista di lezioni programmate mi sarei stupita molto di più.

Cercai di raccontarle, nel mio arabo stentato, alcune cose di me, tanto per fare conversazione, e lei fu abbastanza gentile da non ridere né del mio accento, né dei miei errori.

O forse era solo perché non li sentiva. Era come se ogni tanto il suo sguardo e la sua mente vagassero altrove, a miglia di distanza da quell’appartamento, da me, dalla città stessa.

Una sigaretta dopo l’altra Hyam mi affumicava e mi faceva perdere un tempo infinito. Nessuna lezione riusciva a a durare più di qualche minuto. Dopo poco doveva alzarsi, prendere un libro, rispondere ad una telefonata, litigare con il suo uomo. Aveva dentro una disperazione che la tormentava e che le impediva di concentrarsi su qualunque essere umano. Solo lo studio riusciva ad assorbirla veramente, ma l’idea di farmi spiegare la filologia semitica in arabo mi sembrava davvero al di fuori della mia portata. Poi d’un tratto ebbi un’idea.

“E se tu mi spiegassi una ricetta?”

Mi guardò in silenzio, assorta. Poi spense la sigaretta. Per un attimo temetti di avere detto qualcosa di sbagliato. Lei in fondo era una delle massime esperte di filologia semitica di Parigi, e per quanto a livello economico questo non le fosse riconosciuto, era chiaro che viaggiava ad un livello troppo alto per un essere umano di intelligenza media come me, che stavo lì come una scema a chiederle ricette. Stavo quasi per alzarmi e andarmene (dopo averle pagato la lezione) che disse

“A me piace cucinare. Che ricetta vuoi sapere?”

Non ne avevo la minima idea. Vuoto, vuoto assoluto. Poi mi venne in mente che andavo pazza per il tabouleh. O meglio il tabouleh che facevano a Parigi, che era un’insalata di cous cous condita con olio, limone, e verdure fatte a pezzi minuscoli, insieme a grosse manciate di uva passa. Poi avevo assaggiato anche il tabouleh siriano, ma l’avevo trovato troppo pieno di prezzemolo per i miei gusti.

“Lascia perdere” disse lei sprezzante “te lo spiego io come si fa il tabouleh”.

Mi spiegò che intanto non bisognava usare il cous cous ma il bulghur, che è sempre grano ma di un tipo diverso, e con dei chicchi dall’aspetto grossolano che raccolgono meglio l’olio. Il bulghur, come tutti i cereali, si fa tostare in padella in un cucchiaio d’olio. Poi si aggiunge acqua (circa il doppio) e si porta a cottura. Una volta cotto si separano i chicchi con una forchetta e si condisce con pomodori tagliati a pezzetti, aglio, olio, limone e tanto basilico e menta. Volendo si possono aggiungere anche i cetrioli”.

Mentre parlava sembrava improvvisamente calmarsi. Mi raccontò di quello che faceva sua madre, nel campo profughi palestinese nel sud del Libano dove aveva passato tutta l’infanzia e parte della giovinezza. Mi raccontò delle donne, della fatica di trovare il cibo, di quanto era bello ritrovarsi insieme a tavola comunque. Non disse mai una parola su tutto l’orrore che aveva visto, ma non ce ne fu  bisogno. I suoi occhi, i suoi capelli, i gesti rapidi delle mani, il caos che sembrava portarsi dietro come un fardello, parlavano per lei.

Fu in assoluto la peggior insegnante che abbia mai avuto, eppure, come forse aveva ben capito il mio amico, mi insegnò diverse cose sulla vita e sul dolore, e anche come si fa un buon tabouleh.

E anche oggi, ogni volta, che d’estate, lo preparo per gli amici, non posso fare a meno di pensare a lei.

Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web“.

Come l’anno scorso ritorna la giornata delle ricette libere sul web.  Ci piacerebbe che questo momento di festa e condivisione fosse anche un’occasione di solidarietà. Per questo invitiamo tutti i partecipanti a donare l’equivalente della spesa per il piatto a sostegno della mensa per i rifugiati gestita dal Centro Astalli di Roma.In questo modo inviteremo a tavola con noi, virtualmente, anche una persona che è dovuta scappare dal suo Paese per fuggire alla guerra e alla persecuzione e che qui in Italia deve ricominciare da zero.
Si può effettuare la donazione tramite bonifico bancario, conto corrente postare o anche online, attraverso Paypal. Tutti i dettagli qui: http://www.centroastalli.it/index.php?id=9

Dopo il 31, chiunque lo desideri potrà partecipare a un turno di servizio presso la mensa del Centro Astalli di Roma e/o a un incontro sul tema dei rifugiati organizzato da Chiara Peri, per conoscere meglio questa realtà.

I film della memoria

Continua la mia collaborazione con Genitori crescono.

Questo mese si parla di memoria ed è un tema che  continua a lavorarmi dentro.

Dicembre è il mese dei bilanci e dei conti che non tornano, siano essi materiali od affettivi. E volente o nolente ci tornano in mente anche i ricordi di bambini, quando il Natale aveva il significato che dovrebbe avere sempre se non si perdesse quella saggezza magica meravigliosa dell’infanzia.

Insomma oggi vi parlo dei film della mia memoria, quelli visti prima dell’adolescenza, che hanno segnato il mio immaginario sia per le storie che per la modalità con cui li ho assaporati.

Negli anni ’70 infatti, non esistevano mezzi di riproducibilità di massa dei cartoni (cosa che sconvolge i miei figli, ai quali cerco di spiegare che il primo videoregistratore della mia vita l’ho visto nell’82 in Inghilterra). Quindi i film si vedevano al cinema, oppure il lunedì, quando su Raiuno c’era il mitico lunedì film.
Il lunedì film era “il film” della settimana. C’era solo quello ma era scelto bene. L’autore Rai del momento selezionava un tema, un genere, un attore o un regista, e te lo propinava per un mese o due. Una cosa meravigliosa, se ci pensate, perché si spaziava dai musical al western, fino ai gialli di Hitchcock, e la visione perdeva subito la sua limitatezza. Quelle due ore di pellicola si completavano negli altri lunedì, tra il ricordo e l’attesa. Confrontavi, ricollegavi, tracciavi percorsi.
Forse è per questo che pur nell’abbondanza che oggi ci travolge, insisto sempre nel lasciare spazio alle rarità e ai rituali. Per me quell’attesa, quelle abitudini, erano una forma di magia alla quale non so ancora rinunciare.

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