Hyam me l’aveva presentata un compagno di corso.
O meglio, più che presentarmela me ne aveva parlato per giorni e giorni, insistentemente. Tanto che se non avessi saputo che da anni viveva con un medico,mi sarei convinta che ne fosse innamorato.
E forse in fondo lo era davvero, innamorato, come ci si può innamorare, perdutamente e senza speranza, di donne come lei.
Me ne accorsi il primo giorno che la vidi. Usciva da una conferenza in cui lei era relatrice e aveva parlato per più di un’ora di alfabeti kufici e di lingue di cui avevo letto a malapena i nomi in qualche libro. Sotto il braccio aveva un fascio di carte ordinatamente rilegate che strideva con l’insieme scomposto della sua persona. Non fu possibile avvicinarla. Corse via come il vento disperdendosi tra la folla delle vie pomeridiane, seguita da mani, complimenti e chiacchiere a vuoto.
“Ma sei sicuro che abbia voglia di farlo?”
“Certo che ne ha voglia. Le servono soldi. Credi che si campi con la filologia semitica?”
No, non lo credevo. Almeno non tutti, e probabilmente non lei. Ma non ero sicura che darmi ripetizioni di palestinese l’avrebbe davvero aiutata a dare una svolta alla sua situazione economica. Non ero certo un’allieva dal conto in banca degno di nota. Eppure, il mio amico era convinto che quella dei farne la mia insegnante di dialetto sarebbe stata un’ottima mossa.
Non del tutto convinta, mi presentai a casa sua in un pomeriggio di gennaio. Abitava nel ventesimo, in un palazzo bianco ai margini di un piccolo square in cui giocavano i bambini. Quell’angolo di quartiere era ben diverso dall’atmosfera concitata e sfavillante della Belleville che raccontava Pennac, ma aveva un suo fascino indiscutibile, perso com’era tra i confini incerti della massiccia urbanizzazione e della resistenza villagière di qualche sparuto vigneto .
L’appartamento di Hyam era il suo fedele riflesso. Niente, tra quelle mura, sembrava essere al posto che gli spettava, ma non era una questione di disordine. Il disordine, infatti, presuppone un ordine precedente. Lì invece l’ordine non c’era mai stato. Chiunque avesse deciso di stabilire la propria dimora lì dentro aveva rinunciato da tempo all’idea che fosse possibile mettere le cose al loro posto, semplicemente perché non c’era un posto per le cose, che dovevano rassegnarsi, come gli esseri umani, a vagare di metro in metro, adattandosi agli angoli più impervi, agli spazi più esigui, tenendo duro contro l’insofferenza dei loro padroni, che avrebbero potuto liberarsene in qualsiasi momento, o peggio, seppellirli sotto cumuli di oggetti ugualmente nomadi.
Hyam venne ad aprirmi la porta scalza, sorrise vedendomi cercare un posto per sedermi, ma non me ne suggerì uno. Scelsi io di sedermi su un letto di metallo che faceva anche da divano, proprio davanti a lei, che fumava una marlboro seduta di sbieco su una sedia di legno, l’unica intorno al tavolo.
“Bon, qu’est-ce qu’on fait?”
La domanda non mi sorprese più di tanto. A mente fredda, penso che se avesse tirato fuori da un quaderno una lista di lezioni programmate mi sarei stupita molto di più.
Cercai di raccontarle, nel mio arabo stentato, alcune cose di me, tanto per fare conversazione, e lei fu abbastanza gentile da non ridere né del mio accento, né dei miei errori.
O forse era solo perché non li sentiva. Era come se ogni tanto il suo sguardo e la sua mente vagassero altrove, a miglia di distanza da quell’appartamento, da me, dalla città stessa.
Una sigaretta dopo l’altra Hyam mi affumicava e mi faceva perdere un tempo infinito. Nessuna lezione riusciva a a durare più di qualche minuto. Dopo poco doveva alzarsi, prendere un libro, rispondere ad una telefonata, litigare con il suo uomo. Aveva dentro una disperazione che la tormentava e che le impediva di concentrarsi su qualunque essere umano. Solo lo studio riusciva ad assorbirla veramente, ma l’idea di farmi spiegare la filologia semitica in arabo mi sembrava davvero al di fuori della mia portata. Poi d’un tratto ebbi un’idea.
“E se tu mi spiegassi una ricetta?”
Mi guardò in silenzio, assorta. Poi spense la sigaretta. Per un attimo temetti di avere detto qualcosa di sbagliato. Lei in fondo era una delle massime esperte di filologia semitica di Parigi, e per quanto a livello economico questo non le fosse riconosciuto, era chiaro che viaggiava ad un livello troppo alto per un essere umano di intelligenza media come me, che stavo lì come una scema a chiederle ricette. Stavo quasi per alzarmi e andarmene (dopo averle pagato la lezione) che disse
“A me piace cucinare. Che ricetta vuoi sapere?”
Non ne avevo la minima idea. Vuoto, vuoto assoluto. Poi mi venne in mente che andavo pazza per il tabouleh. O meglio il tabouleh che facevano a Parigi, che era un’insalata di cous cous condita con olio, limone, e verdure fatte a pezzi minuscoli, insieme a grosse manciate di uva passa. Poi avevo assaggiato anche il tabouleh siriano, ma l’avevo trovato troppo pieno di prezzemolo per i miei gusti.
“Lascia perdere” disse lei sprezzante “te lo spiego io come si fa il tabouleh”.
Mi spiegò che intanto non bisognava usare il cous cous ma il bulghur, che è sempre grano ma di un tipo diverso, e con dei chicchi dall’aspetto grossolano che raccolgono meglio l’olio. Il bulghur, come tutti i cereali, si fa tostare in padella in un cucchiaio d’olio. Poi si aggiunge acqua (circa il doppio) e si porta a cottura. Una volta cotto si separano i chicchi con una forchetta e si condisce con pomodori tagliati a pezzetti, aglio, olio, limone e tanto basilico e menta. Volendo si possono aggiungere anche i cetrioli”.
Mentre parlava sembrava improvvisamente calmarsi. Mi raccontò di quello che faceva sua madre, nel campo profughi palestinese nel sud del Libano dove aveva passato tutta l’infanzia e parte della giovinezza. Mi raccontò delle donne, della fatica di trovare il cibo, di quanto era bello ritrovarsi insieme a tavola comunque. Non disse mai una parola su tutto l’orrore che aveva visto, ma non ce ne fu bisogno. I suoi occhi, i suoi capelli, i gesti rapidi delle mani, il caos che sembrava portarsi dietro come un fardello, parlavano per lei.
Fu in assoluto la peggior insegnante che abbia mai avuto, eppure, come forse aveva ben capito il mio amico, mi insegnò diverse cose sulla vita e sul dolore, e anche come si fa un buon tabouleh.
E anche oggi, ogni volta, che d’estate, lo preparo per gli amici, non posso fare a meno di pensare a lei.
“Le storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web“.
Come l’anno scorso ritorna la giornata delle ricette libere sul web. Ci piacerebbe che questo momento di festa e condivisione fosse anche un’occasione di solidarietà. Per questo invitiamo tutti i partecipanti a donare l’equivalente della spesa per il piatto a sostegno della mensa per i rifugiati gestita dal Centro Astalli di Roma.In questo modo inviteremo a tavola con noi, virtualmente, anche una persona che è dovuta scappare dal suo Paese per fuggire alla guerra e alla persecuzione e che qui in Italia deve ricominciare da zero.
Si può effettuare la donazione tramite bonifico bancario, conto corrente postare o anche online, attraverso Paypal. Tutti i dettagli qui: http://www.centroastalli.it/index.php?id=9
Dopo il 31, chiunque lo desideri potrà partecipare a un turno di servizio presso la mensa del Centro Astalli di Roma e/o a un incontro sul tema dei rifugiati organizzato da Chiara Peri, per conoscere meglio questa realtà.