L’amica F. ha subito un intervento e oggi è dovuta tornare in ospedale a fare un controllo.
“Se vuoi ti accompagno” le ho proposto.
“Non ti preoccupare” si è schermita lei.
“Invece mi preoccupo” ho insistito io.
Alla fine l’ho spuntata e mi sono imposta come accompagnatrice.
L’ho fatto per puro egoismo, sia chiaro. Sono pigra e anche fifona e l’idea che qualcuno vada da solo a fare un controllo in ospedale mi mette l’angoscia.
“E poi così stiamo un po’ insieme” ho detto, infingarda.
Siamo partite presto come quando si fa una gita fuori porta.
Stamattina alle 7 Roma era quasi bella senza traffico e con i colori dell’alba a ingentilirne la cappa di smog.
Quando siamo arrivate al Policlinico, davanti all’ambulatorio c’era già la fila.
“Insomma non si entra?” ha detto finalmente un dottore aprendo la porta.
“Non avevamo le chiavi” si è giustificato un altro.
All’interno la sala d’aspetto era larga due metri quadrati e c’erano 5 sedie per 30 persone.
Una mamma teneva per mano la figlia col volto ingabbiato da una protesi di ferro .
“Mettiti qui , tesoro, come al solito” le ha detto, e l’ha fatta sedere sulle scale per proteggerla dalla ressa.
I dottori erano gentili, gli infermieri pure, però sembrava di stare in metropolitana all’ora di punta.
“Non si può lavorare così” ha detto un’ausiliaria “ci manca tutto”.
“Ne so qualcosa”mi ha detto F.
La sera che è stata ricoverata c’era freddo, e F. ha chiesto una coperta per il letto.
“Le abbiamo finite” ha risposto la caposala.
“Che vuol dire finite?” ha chiesto lei, stupita
“Finite, finite, ne abbiamo poche di coperte e sono già andate via tutte”.
“Ma allora che faccio, ne porto una da casa?”
“ E brava, faccia così che almeno sta calda”
In attesa, nell’ambulatorio, c’erano anche le compagne di stanza di F.
Si sono salutate esultanti, confrontando i gonfiori e i segni dei punti.
Hanno passato il tempo a dire “Ti ricordi?” come si fa tra vecchi amici, tra compagni di viaggio. In tre giorni hanno stabilito legami, si sono aiutate, hanno creato una rete per chi ne aveva bisogno.
Malgrado i cerotti e gli ematomi, erano bellissime.



Poche parole per cogliere l’essenza dei pochi giorni in ospedale. Una solidarietà che “fuori” non troveresti mai, la capacità di ridere anche davanti ai drammi veri e quella di dimenticare il proprio dolore (fisico) davanti a qualcuno che ha bisogno di te. Non so se anche in questo c’è un po’ di egoismo, ma i rapporti umani stabiliti in quei giorni e in quelle notti, sono stati la cosa più bella.