Di muri e prospettive

muroIn questi giorni in tutta Europa si festeggia la caduta del muro di Berlino. Dicono che sono passati già vent’anni e se è vero questa è l’ennesima riprova che il tempo è strano e che non scorre sempre uguale ma va avanti e indietro e fa curve nella memoria che sono come  spirali senza fine. Vent’anni ed era solo ieri che percorrevo su un treno di legno verdebosco la pianura ungherese, con i libri di Christa Wolf nello zaino e 3 amiche per compagne di viaggio.

Per anni avevamo ragionato con un muro nella testa. Il sogno europeo degli anni 80 si infrangeva a Berlino come su uno scoglio insormontabile. Al di là c’era il grigio uniforme della carta geografica e notizie imprecise di vite recluse.

Eppure se studiavo la storia e specialmente la storia del pensiero quel grigio si colorava di nomi e volti e opere fondamentali. Anche quella è Europa, mi dicevo. Ma la cartina rimaneva grigia.

Praga invece ad agosto aveva già il colori rossastri dell’autunno, e un sentore ambrato di foglie secche ed alchimie appeso al calpestio dei passi nei vicoli stretti della città vecchia.

Nell’ostello in cui stavamo eravamo le uniche occidentali. La sera i ragazzi facevano la fila davanti alla porta della nostra stanza per venirci a spiare come animali esotici in uno zoo di passaggio. Venivano dalla Corea del Nord, dalla Russia e dalle province lontane dell’Asia centrale. Qualcuno aveva addosso l’abito tradizionale, e lunghi baffi mongoli come Gengis Khan. Pensando di farci un omaggio culturale ci cantavano le canzoni di Toto Cutugno e di Albano e Romina, e ci dicevano ammore. Noi per ringraziarli cucinavamo per tutti spaghetti cechi di grano tenero conditi con un ragù di gatto comprato in uno dei rari negozi della città, dove c’erano 20 prodotti in tutto e ti dovevi accontentare.

Il giorno andavamo a visitare la città. La tomba di Kafka, il cimitero del ghetto…a Praga i morti erano più importanti dei vivi. La guardiana del cimitero di Olsany mi portò a vedere la tomba di Jan Palach, che era coperta di fiori. Ogni giorno vengo qui ad innaffiare – mi disse in tedesco – perché i fiori hanno bisogno di acqua…

Il figlio della guardiana si chiamava Roman e parlava inglese. Una sera si avvicinò per baciarmi e toccare i miei capelli, che erano scuri e insidiosi come la schiena di una fiera selvaggia, poi sparì. La mattina dopo migliaia di persone invasero la piazza  san Venceslao, per chiedere la libertà.

A novembre cadde il muro, e a natale mi arrivò una cartolina con gli auguri da una  città finalmente libera.

La storia si fa in queste cose.

Dicono che i ragazzi nati dopo l’89 sono al riparo dalle ideologie.

A me l’unico riparo che preoccupa è quello dal pensiero, e dalla conoscenza storica.

Negli ultimi vent’anni è crollato un muro a Berlino e sulla cartina i paesi del’est hanno riacquistato i colori. Poi li hanno cambiati e ricambiati, fino a chiazzarsi di sangue.

Un altro muro l’hanno costruito tra Israele e Palestina. Altri nei condomini italiani, tra un cortile e l’altro, per difendersi dalle invasioni di quelli rimasti fuori dall’Europa, in altre zone grigie.

Dall’est arrivavano storie di vite rinchiuse, di eroi in fuga, di spie, di nemici e di filosofi senza voce.

Ora arrivano muratori, badanti e troppi Rom.

Poco importa sapere se erano ingegneri, docenti di diritto o professori di russo al liceo. Se l’economia li ha costretti a lasciare le campagne, ha messo in ginocchio i servizi pubblici, ha costretto all’esodo intere popolazioni, e favorito solo mafiosi e criminali.

Non si può vivere al riparo dal pensiero, e dalla prospettiva storica.

Dimenticandosi che il tempo procede a spirale, che il nemico diventa amico e viceversa, che l’economia atterra gli stati e i destini umani, che i muri, i genocidi, e le grandi ingiustizie sono sempre in agguato.

E che i fiori hanno bisogno di acqua, e di un’abitudine quotidiana, un gesto semplice, coerente e denso di ostinata speranza.

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12 Responses to “Di muri e prospettive”

  • Maggie says:

    “…l’economia atterra gli stati e i destini umani, i muri, i genocidi, e le grandi ingiustizie sono sempre in agguato”.

    sì, piattins, purtroppo è così. anche se magari muri, genocidi, ingiustizie, ideologie, a volte sono meno palesi o acquistano altre forme, più sottili. ma non per questo sono meno insidiosi e subdoli.
    grazie di questo tuo pezzo di vita e di questa riflessione!

  • silvietta says:

    ricordi…l’estate del 1989 ero in germania a studiare. Sono andata a vedere il confine. Mi hanno parlato del loro dolore ad essere divisi. Poi tutto è iniziato a cambiare. Ogni volta che guardo quelle foto penso alla felicità di quella donna di cinquant’anni che il primo giorno della ri-unità era corsa in macchina a visitare il resto del paese, quello da cui era stata separata. Poi mi guardo attorno e penso a quanti muri vogliono tornare a erigere adesso e mi chiedo come sia possibile che nel breve tempo in cui sono passata da adolescente a donna la gente abbia perso la speranza e la voglia di un’europa senza guerre.

    grazie
    bella riflessione
    bel sito
    bella tu!

    a presto, silvietta

  • wwm says:

    Già vent’anni…

    Come è strano fare un salto del passato e ricordare quel giorno. Me lo ricordo benissimo. Mi ricordo la televisioni. Il telegiornale. Me lo ricordo talmente bene da sentire ancora adesso l’odore di casa mia mentre tutti insieme stavamo a tavola a guardare.
    Io 14 anni. Da quando ne avevo 4 ho frequentato la scuola tedesca. Quindi ti puoi immaginare come l’abbia vissuta.
    Mi ricordo, e credo anche forse di possedere ancora in qualche cantina, il libro di “Gemeinschaftskunde” e il disegno di Berlino divisa a metà.

    E’ un bel post piattins. Al di là del ricordo porta con sè una riflessione realistica e purtroppo triste della nostra storia attuale.

  • piattinicinesi says:

    belli questi ricordi, mi piacerebbe che ognuno lasciasse il suo di quel giorno.
    continuo a pensare che davvero lo studio della memoria, della storia e della storia del pensiero siano l’arma di difesa più importante dalle derive irrazionali e dalla violenza

  • Lanterna says:

    Io quel giorno ero piccola, avevo 13 anni, ma forse proprio per questo ho vissuto quel periodo come un sogno bellissimo: sembrava che improvvisamente nessuno avesse più paura di niente, che fossimo tutti liberi, che il cambiamento fosse una grande festa. Così come ho vissuto con grande angoscia il golpe del 1991: sembrava che il mondo potesse tornare ad essere quello di prima, con la guerra fredda e tutto il resto. Invece era solo il colpo di coda di un sistema morente, che ha stupidamente consegnato la Russia ai nazionalisti corrotti e incapaci e alla mafia.

  • VmnP says:

    Sono tornata ieri da Berlino…poi magari se riusciamo a vederci ti racconto i miei ricordi del muro, di quando un crucco al primo appuntamento mi raccontò di quella notte con il padre in piedi sul muro davanti la porta di Brandeburgo.

  • piattinicinesi says:

    @lanterna in effetti Gorbaciov aveva visto bene, bisognava dare il tempo giusto alle cose, non si cancellano in una notte 40 anni di storia, ma è andata così..e adesso si fanno le feste nelle ville in sardegna
    @vmnp ricordi indelebili…un abbraccio

  • SuzieD says:

    Io avevo 16 anni, ma ricordo di essere stata incollata ai telegiornali per capire che cosa stava succedendo. Ricordo una sensazione di confusione e di gioia. Mia madre che, a ruota libera, provava a spiegarmi ciò che stava accadendo e io in una specie di trans che provavo ad immaginare il futuro di una città (e non solo) ricongiunta.
    Ora quando penso al muro che hanno cotruito tra Israle e la Palestina, penso a quanto noi esseri umani siamo cattivi.. mi sarebbe piaciuto far crescere mia figlia in un mondo senza muri. Ma haimè, sembra quanto meno, improbabile…
    Grazie per le tue meravilgiose parole!

    • piattinicinesi says:

      ragazze, ma quanto siete giovani però…
      comunque sto provando una sensazione simile cercando di spiegare a mio figlio concetti tipo 68, guerra fredda, ma da quando legge mafalda è d’obbligo!

  • E io di anni ne avevo 21. Studiavo Scienze Politiche e respiravo valori che non ritrovavo Mai nelle conversazioni della mia famiglia e così assorbendo quelle immagini di rottura alla televisione sognavo di poter trasmettere io un giorno quei valori alla mia famiglia, quella generata da me. Ero innamorata di un uomo che a lungo ho creduto l’occasione perduta, ma, vuoi la chicca? Quello stesso anno, quella stessa estate, conobbi per la prima volta il doc. La prima e unica volta. Lo rividi poi solo nel 2000. E il resto è storia…

    • piattinicinesi says:

      oh mamma, ma allora l’89 è stato davvero galeotto.
      per me anche erano anni di liberazione intellettuale…magari ci siamo viste a qualche manifestazione? mi sa che dobbiamo approfondire…

  • M di MS says:

    Anch’io ho scritto un mio ricordo e ti ho linkata. Ciao.

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