Sono andata a vedere Draquila, di Sabina Guzzanti.
Che non è, come si potrebbe pensare, un film sul terremoto dell’Aquila. Non è solo quello, almeno. E’ invece un film sul complesso intreccio di rapporti che lega imprenditori, politica e protezione civile in Italia. E’ un film documentario a tesi. Alla Michael Moore, per intenderci. E dove con l’espressione documentario a tesi non intendo svilire il concetto di documentario, al contrario. Che raccontare la realtà presuppone sempre una sua interpretazione. Perché c’è bisogno di dare un senso a quello che vedi e che senti e quindi devi organizzare il materiale che hai raccolto intorno a un filo conduttore, che abbia un inizio e anche una fine, che può essere una fine aperta ma ci deve essere assolutamente. Perché il film documentario deve raccontare, e come ogni buona narrazione raccontando deve anche suggerire. Dubbi, sentimenti, rimandi, riflessioni. Magari anche azioni. Che la narrazione vera è quella che ti continua ad agire dentro anche una volta che il film è finito (o il libro chiuso). Quella che ti rende diverso.
Di questo film alcune cose mi hanno colpito in modo particolare.
La prima è che è un film che ti fa arrabbiare e soffrire anche senza l’artificio delle immagini rallentate su sfondo musicale ( e forse anche per l’assenza di queste immagini). Ti fa arrabbiare e soffrire perché racconta di uno strazio vero, previsto, evitabile e soprattutto continuo e ragionato.
All’Aquila, questa è la tesi di fondo del film, si è sperimentato un modello di economia che mira a impossessarsi del territorio, della cultura, della vita stessa di un gruppo di cittadini per depauperarli di tutto, compresi i diritti civili, approfittando di una sciagura, fortuita o provocata, che ne mini alla base la capacità di reagire.
Il film non la cita, ma questa è la tesi di fondo del saggio di Naomi Klein Shock Economy. Nel suo libro la Klein alcuni casi storici nei quali sono state applicate le teorie ultra liberiste della scuola di Chicago e di Milton Friedman approfittando di uno stato di shock delle popolazioni , dovuto a calamità naturali, dittatura, guerra. Nel disastro bisogna ricostruire, e la ricostruzione deve essere fatta in stato di emergenza, quindi aggirando il complicato sistema di regole, burocrazia e controlli che normalmente serve vigilare sull’applicazione delle decisioni governative e tutelare i cittadini. Aggirare questi controlli permette quindi di affidare in mano a privati (di solito oculatamente scelti) gli appalti della ricostruzione, della gestione dei servizi fondamentali e della sicurezza.
Ecco perché gli imprenditori intercettati durante la notte del terremoto ridevano: sapevano che era arrivato il momento di mettere in pratica qualcosa che era in programma da tempo. Mancava solo l’occasione.
Il sistema emergenza in Italia sta diventando sistema generale. Aggiungere alle catastrofi la dicitura grandi eventi (senza ulteriori specificazioni) tra le competenze della protezione civile vuol dire di fatto creare delle emergenze arbitrarie in cui è sempre possibile aggirare le regole e concedere appalti a chi si vuole, creando un intricato giro di favori e ricatti. Una cosa interessante: tra i grandi eventi ci sono numerosissime canonizzazioni, feste del santo patrono e viaggi del pontefice, tutti pagati a spese del contribuente. Abbastanza per chiarire almeno in parte le relazioni tra alcune figure implicate in questo giro e il vaticano. Relazioni non casuali, evidentemente.
Questo sistema emergenza in Italia ha un ulteriore alleato, che è l’informazione televisiva.
L’informazione televisiva è stata usata per celebrare l’operato del governo e della protezione civile, (G8, case consegnate in tempi brevi) occultando allo stesso tempo le voci di dissenso e di protesta.
Le carriole, i manifestanti, i reclamatori di giustizia non vengono negati, ma ridotti al rango di isolati, prezzolati, folli o ingrati. Tanto basta per rendere le loro voci inoffensive di fronte all’opinione pubblica.
Di questa mala informazione mi rimarrà per sempre impressa la storia del padre (giornalista) che fidandosi delle campagne tranquillizzanti nei mesi dello sciame sismico rassicura i suoi lettori e i suoi figli sull’assenza del pericolo. Anche la notte del 6 aprile, quando la sua casa crolla e travolge i figli. Mi è sembrata la metafora della non presa di coscienza del pericolo. Qualsiasi pericolo.
Di questa mala informazione mi resterà in mente anche lo stupore di certe famiglie nell’entrare nelle loro case nuove, attrezzate fin nei minimi particolari.
Il centro storico della città, infatti, non viene ricostruito. Vengono invece costruite unità abitative in zone decentrate, che non hanno più un legame affettivo o civico con la comunità di appartenenza. In molti continuano stare negli alberghi, qualcuno viene invitato ad andare in un ospizio (la signora che racconta”io gli ho detto, ma lei ce l’ha una mamma? Ecco ci mandi sua mamma all’ospizio” merita da sola il biglietto del film per capacità reattiva e spirito arguto).
Ma quelli che hanno la casa ringraziano il governo per aver dato loro tutta quell’abbondanza, e mostrano le stanze, la cucina attrezzata, lo scopino del bagno, e lo spumante in frigo con un biglietto del presidente del consiglio.
Solo qualcuno, a distanza di tempo, comincia a porsi dei dubbi.
Quella casa li mette a disagio, ha di strano che in fondo non è del tutto loro. Non possono appendere quadri, modificare l’arredamento, personalizzarla. Quella è una casa in proprietà temporanea. Viene da chiedersi cosa succederà quando questa proprietà temporanea sarà arrivata a termine, e che influenza può avere su una famiglia la consapevolezza di abitare per anni in una casa senza poter lasciare tracce della propria presenza.
Ovviamente, per chi ci fa caso.
E siccome mi piacciono le citazioni a contrasto, mi è subito venuto in mente un libro per bambini che sto leggendo in questi giorni. Si chiama Tornatràs e l’ha scritto Bianca Pitzorno.
Racconta di una famiglia che ha perso il papà. Di una mamma che non riesce a reagire e si rifugia nella televisione, annullandosi completamente nelle storie finto reali che le vengono propinate e subendo il fascino di qualunque televendita. Questa famiglia si trova coinvolta in uno strano giro che vede edilizia, politica e televisione andare a braccetto. Si costruiscono case bellissime, solo dove pochi e ricchi fortunati hanno il diritto di entrare, mentre la propaganda getta fango su chi non è bianco e inamidato. La madre ancora una volta viene raggirata dai falsi messaggi, e soprattutto dalla comodità. Le vengono offerte un nuovo look, un nuovo marito e una casa bellissima. Una vita di agi, insomma, del tutto simile a quella che ha sempre visto in tv. Tanto basta a renderla incapace di reagire e farla cadere nella trappola.
Ma questi sono libri per bambini si sa. E anche Draquila, è il film documentario di una donna che fa satira. Quindi forse ci stiamo sbagliando. Vediamo solo quello che vogliamo vedere.
O forse no.




Draquila mi attira e mi respinge. Mi attira perché è l’altra voce, quella che non si sente durante i tg. Mi respinge anche, però, perché ho la sensazione che le grandi occasioni di indignazione di quest’altra metà del cielo siano catartiche ma sterili.
E avrei una gran voglia di fare.
Fare anche qualcosa che non c’entra niente, fare quel poco che so fare: che forse vuol dire solo sforzarmi di rendere mia questa vita. Attaccare alle pareti le cartoline che raccolgo in viaggio, staccando i quadri falsi.
capisco la sensazione. anch’io ce l’ho su molte cose. ma questo film è davvero come deve essere un film: qualcosa che ti cambia dentro.
il poco che io so fare è scrivere, farò quello.
Premetto che non ho le idee chiare su quello che è successo in Abruzzo.
Io non ho guardato la TV in quel periodo, tutto quello che so lo so da Internet e dai diretti interessati. Ho letto i blog di chi è coinvolto (Mammamsterdam sempre, MissKappa saltuariamente), ho chiesto a un’amica che lavora alla Protezione Civile e si è occupata della ricostruzione di uno dei paesi coinvolti, ho chiesto ai miei ex colleghi dell’Eucentre che hanno collaborato sia a ricostruire sia a fare le analisi dei materiali crollati.
Mi sento come il detective di Cappuccetto Rosso e gli Insoliti Sospetti: non riesco a trovare una prospettiva unitaria.
E credo che Draquila sia UNA verità tra quelle possibili, ma ancora una volta non LA verità.
la verità, se fosse possibile trovarla, il mondo sarebbe sarebbe un posto migliore.
detto questo, il fatto che ci sia un inguappo tra protezione civile, governo e vaticano credo che sia una verità piuttosto vera. poi magari ci possiamo mettre d’accordo sui dettagli.
e comunque un film che ti fa venire in mente altri libri e altri film, che ti fa venire voglia di infromarti e di pensare, secondo me ha già raggiunto il suo scopo, che quello per me è il senso di fare film e scrivere libri, non far fermare il pensiero.
ciao Anna, i miei figli erano a casa dei nonni quella notte, in provincia dell’Aquila. Sono vivi per un miracolo geologico. Leggere di quegli ominidi che si scambiavano commenti sul fatto che non arriva un terremoto ogni giorno mi ha fatto ribollire il sangue. Se la Guzzanti è riuscita a rendere questo stesso sdegno che io ho provato e che ha trafitto in tanti, posso solo essere contenta. Ciao! Chiara
sì, sicuramente sì. la sensazione che avevo anche prima di vedere il film (e il film se vuoi lo conferma) è che stessero aspettando l’occasione.
come al solito, da quando ti leggo, mi sento che i tuoi affondi son ben piazzati.
e ti ringrazio.
e questo che dici, sarà anche solo una sensazione, ma è quello che intravedevo edevo nei tg, nelle casucce,
è questo che sentivo raccontare dalla “mia” radio popolare …
altrove in friuli gli abitanti non sono stati trasformati in inabili, ma han continuato a costruire e voler imporsi alla loro storia, ai loro luoghi e alla loro tragedia.
qui – teorema o no – ci siamo ritrovati, tutti, accomunati da una medesima storia:
spettatori, non cittadini, non votanti, non elettori,
ma spettatori.
pubblico.
merce.
e non è solo draquila.
e’ ogni giorno.
mi piace sempre citare la visione dei f.lli wachoski in matrix:
“wake up neo”
sì, credo anch’io che ci sia bisogno di un grande risveglio. questo paese deve uscire dal sonno