C’è un’esperienza che ogni scrittore di romanzi conosce, e questa esperienza è l’eliminazione di un capitolo.
Di solito è il più bello, quello al quale siamo affezionati, quello in cui ci sono quelle dieci o venti righe che ci fanno commuovere ogni volta che le rileggiamo. Proprio le righe che ci avevano convinto che in fondo in fondo sì che lo siamo dei veri scrittori, se possiamo scrivere venti righe così.
Solo che a rileggerlo tutto, il libro (o quasi tutto, che in genere ce ne accorgiamo quando siamo più o meno a metà) quel capitolo proprio stona.
Non c’entra niente, non segue i personaggi, né il filo della storia. Segue altro. Un’idea che abbiamo avuto, ma che rischia di portarci lontano.
Una deviazione insomma, spesso in un vicolo cieco.
Ora noi non vorremmo toglierlo quel capitolo, facciamo di tutto per lasciarlo lì, per quelle venti righe così belle.
Saremmo disposti a cambiare il resto magari, a stravolgere tutto. Ma non si può.
Non riusciamo ad andare avanti.
E tutto per colpa di quel capitolo.
Bisogna toglierlo, non c’è altro da fare.
Togliere un capitolo per uno scrittore alle prime armi è come tagliarsi un braccio.
Poverino.
Non sa che lui, sebbene sia l’autore, più di quelle righe ben scritte deve amare la storia. E la storia ha le sue regole.
Lo scrittore allora si rassegna. Si copia il capitolo in un file a parte, e spinge il tasto back.
Il capitolo non c’è più.
Ma la storia respira, finalmente. L’aria circola, i personaggi si stiracchiano come dopo un lungo sonno e pieni di vitalità riprendono a muoversi liberi e sicuri.
Lo scrittore ora è un po’ più scrittore.
E il capitolo, lasciato lì, in un file dimenticato nei recessi di una memoria digitale, ciccia comne un tubero creativo.
Quello che sta per nascere è ancora sotto la terra.
Ma prima o poi esce.



Farsene una ragione e farlo, e fa veramente male come tagliarsi un braccio.