La casa di Homa

A casa di Homa si arrivava dopo aver superato lo sguardo immobile dei palazzoni di Mamilla. Solo allora, dietro i giardini pettinati e lo stagno dei pesci rossi, si scorgeva uno slargo inaspettato, su cui si aprivano pesanti cancelli di ferro. Lì c’erano le ultime case arabe di Gerusalemme ovest: i resti delle antiche ville che le facoltose famiglie arabe si erano costruite appena fuori le mura della città vecchia, agli inizi del ‘900.
Dopo il ‘48 erano state ridivise e ridistribuite ai nuovi coloni. E le demolizioni e speculazioni successive le avevano rese sempre più rare.
In fondo al sentiero di ghiaia che attraversava il giardino, un’enorme madonna di gesso colorato troneggiava sulla cupola della vecchia casa di stile moresco, le braccia tese come ali di colomba.
Come Homa fosse entrata in possesso di quella casa, non lo seppi mai esattamente.
Non era un argomento di cui amava parlare: un antico dolore sembrava segnare quella storia.
Aveva tre stanze nell’edificio centrale della casa.
I muri spessi, imbiancati a calce, formavano all’interno una serie infinita di alcove e rientranze, ricoperte da tappeti e stoffe persiane, eredità della sua famiglia, arrivata dall’Iran generazioni prima. All’esterno un orto selvaggio, fitto di piante aromatiche e medicamentose, ricopriva il cortile fino al cancello esterno, e lambiva i patii sguarniti dei suoi vicini.
A sinistra abitava un anziano signore, burbero e solitario, che incontrandoci la mattina masticava tra i denti il suo “Shalom” con brusca cortesia, e poi taceva per il resto del giorno.
A destra invece c’era una coppia di coniugi arabi, consunti dal tempo e dalla perdita lenta e struggente di tutti e cinque i loro figli. A volte sedevano fuori, come ombre di un antico passato, ma più spesso restavano confinati all’interno, come fantasmi prigionieri del passato. L’unico segno di vita era una radio sempre accesa che trasmetteva le canzoni di Fairouz. Quando la cantante lanciava vibrando le note di Ia Habibi il traffico del quartiere commerciale devotamente si attutiva, e il tempo sembrava fermarsi.

La casa di Homa per me era un posto magico, dove accadeva quello che in nessun altro luogo di quello strano paese sarebbe potuto accadere.

Molti dei suoi amici erano ebrei di Gerusalemme con aperture a sinistra, sostenitori del dialogo e della pace. Qualcuno di loro militava in un’ associazione, altri avevano semplicemente uno sguardo critico nei confronti della politica di governo. Tutti erano preoccupati di come sarebbe andata a finire, e detestavano gli estremismi, da una parte e dall’altra.
Occasionalmente Homa ospitava Samir, un ragazzo di Jenin che lavorava a Gerusalemme, e che quando i territori chiudevano aveva bisogno di rimanere dentro i confini di Israele per non perdere il lavoro.
Poi c’era Irene, una ragazza spagnola arrivata in Israele per lavoro, che aveva deciso di vivere in un kibbutz. La cosa mi colpì, e le chiesi spiegazioni. “E’ un sogno” mi rispose “un ideale”. Il sogno di una comunità che condivide tutto, che lavora la terra e irriga il deserto per rendere fertile ciò che non lo era. Se vi capita di vedere immagini o filmati di repertorio relativi alla prima emigrazione sionista troverete esattamente lo spirito pionieristico dei primi coloni americani. Quel senso di avventura, di tutto è possibile, di sfida corpo a corpo tra l’uomo e la natura. Irene era malata, e per farsi curare aveva lasciato il kibbutz, ma ne aveva una nostalgia immensa. Io capivo quello che provava. Però a me le comunità chiuse non sono mai piaciute, perché rischiano di dimenticare ciò che sta appena al di fuori dei propri confini.

Quando io e Homa andavamo in giro per la città non passavamo inosservate. Un’ebrea e una cristiana che andavano in giro per la città vecchia parlando arabo erano davvero uno strano fenomeno. Mangiavamo hommos e falafel, e camminavamo senza meta per le strette vie della città vecchia, visitavamo il muro del pianto e la cupola della roccia, la chiesa del santo sepolcro e le cave di Salomone.
A Gerusalemme si trova la fede, o la si perde. Così dicono.
Io rimasi sospesa.
Fra tutti i luoghi santi il mio preferito era la chiesa di Sant’Anna, dove Gesù (pare) guarì il paralitico, e il monte degli ulivi, per guardare la città al tramonto la sera del venerdì, nell’attimo in cui suona lo shabbath e un giorno sacro cede all’altro la staffetta del riposo.

Ora Homa non vive più nella sua casa. Alla fine decise di andarsene.

A Gerusalemme si trova la fede, o la si perde. Così dicono.
Lei invece aveva perso la speranza.

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12 Responses to “La casa di Homa”

  • oipaz says:

    Sempre evocativi i tuoi racconti…E di questi tempi la speranza mi sembra un dono più prezioso della fede, e più grave perderlo… anche se molto facile.

  • Anonymous says:

    e dove vive adesso Homa? E’ bello il modo in cui racconti sai! c’è tanto amore… tanta lucidità, ma tanto amore! :) Ci vorebbero più persone come te.Isa

  • piattinicinesi says:

    @oipaz anche io ho peduto un po’ di speranza, la facile speranza almeno, quella che dice basta volerlo…la situazione è troppo complicata perché sia facile qualunque cosa@isa certe cose non si dicono ;) e i nomi sono cambiati. è vero che c’è amore, è una terra che amo profondamente

  • emily says:

    che si può dire dopo aver letto questo?scrivi piattins, nn si può perdere quello che racconti

  • sonia says:

    Mia mamma sostiene che Gerusalemme sia una gabbia di matti. Di tutte le specie e di tutte le religioni.Io ne ho un’altra visione, probabilmente è diverso il punto di vista, non so. A me ogni anno Gerusalemme sembra una città che riesce a stupire il turista. La maggior parte di quelli che arrivano mirano all’aspetto religioso (ognuno il suo), ma poi Gerusalemme ti trascina nella vita quotidiana, civile e reale: scuola e lavoro, mercato e ozio, giochi e cultura.Grazie per questi raccontisonia

  • desian says:

    Niente più difficile che la speranza, coltivarla oppure abbandonarla.Dai tuoi racconti io vedo i patio di Siviglia, colori accesi di sole, agrumi nel verde, e sento scorrere acqua… chissà… chissà com’era il mediterraneo 2000 anni fa?

  • piattinicinesi says:

    @emily si può dire molto…ma bisognerebbe anche fare ;) @sonia ma tu vai spesso a Gerusalemme?@desian su questa cisa della speranza ritornerò, è un dato importante. anche sulla convivenza nel mediterraneo ritornerò. ps nei patii andalusi ho deciso che prima o poi avrei studiato arabo…

  • Raperonzolo says:

    Che bello leggerti, Piattini!

  • Verde says:

    io quoto raperonzolo!

  • sonia says:

    Ciao Piattini!Sono mezza palestinese e ogni volta che vado a trovare i miei nonni (quasi tutti gli anni) un salto a Gerusalemme lo faccio. Viverla come una città viva mi sembra mi faccia bene e mi aiuti a ricordare che è prima di tutto una città e poi un luogo sacro alle religioni.

  • piattinicinesi says:

    @sonia a vorrei saperne di più!!!!se vuoi raccontami, o parliamone in privato, mi farebbe davvero piacere

  • sonia says:

    Piattini ciao!Ti ho scritto in privato alla tua mail!A presto con le chiacchieresonia

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