mamme d'assalto: ovvero come sopravvivere tra la carta stampata e la carta igienica

Conciliare lavoro e maternità è sempre difficile. Ma alcuni ambienti rendono il compito ancora più arduo.
Questo post è dedicato a mammaepoi e a tutte le mamme giornaliste.

1. Storia di F.
F. è una giornalista free lance, il che vuol dire che non è mai riuscita ad ottenere un contratto. E’ brava; ma quando la chiamano, lo fanno soprattutto per risparmiare. F. infatti, gira con la sua telecamera, monta con il suo portatile, e consegna il pezzo pronto per una cifra irrisoria e senza intasare le scarse postazioni di lavoro dell’azienda.
Da poco ha avuto un bambino, che porta sempre con sé.
Se esce per un servizio lo lascia al compagno, che fa il suo stesso lavoro.
E’ una staffetta veloce ed amorevole, che può avvenire ovunque.
A casa, a una conferenza stampa, dentro un bar dopo un caffé veloce, mamma in corsa e papà maratoneta si passano il bambino senza perdere il ritmo.
Lui, il pupattolo, ride sdentato e si aggrappa a loro come un marsupiale.
Non lo sa, ma nella vita così precaria dei suoi genitori, è diventato la loro bussola per orientarsi, la loro zavorra sentimentale.

2. Storia di B.
B. lavora per un importante quotidiano nazionale. E’ stata precaria per 10 anni e ora finalmente l’hanno assunta, in tempo per fare due figli prima dei 40 anni.
Maternità poca e orari non flessibili. Lavora dalle 9 alle 21, tutti i giorni tranne il fine settimana.
L’hanno messa in cronaca, e in cronaca non si scherza.
Quando torna a casa vede i figli per mezz’ora, e a volte li vede solo mentre dormono. Ma non si fa domande. Non per ora, almeno. E’ come se avesse appena raggiunto la vetta dell’Everest, e sta riprendendo fiato. Per guardare il panorama, per pensare al ritorno, c’è ancora tempo. Appuntamento tra due anni, mamma B.

3. Storia di G.
G. è capo redattore. Ha un sacco di responsabilità e un filo diretto con il capo maximo che la chiama ogni 20 minuti per chiederle come va.
Un giorno alla macchinetta del caffé fa improvvisamente silenzio dentro la sua testa. Le sembra che i muri, le scrivanie e i computer del suo ufficio abbiano sbarre troppo strette. Da un anno non va a prendere i figli a scuola. Le ultime due recite le ha saltate.
Prende il coraggio a due mani e si licenzia.
Ora lavora come free lance. Alterna il delirio con la vita di quartiere, e ogni tanto fa qualche servizio di cui è proprio soddisfatta.

4. Storia di P.C.
P.C. nella sua azienda fa la giornalista ma non è iscritta ad alcun ordine, non ha passato alcun esame, e per questo la chiamano producer. Un giorno il governo di un paese tormentato dal terrorismo invita l’azienda per la quale lavora a mandare un giornalista per un servizio. Nessuno vuole andare. Nel paese sono appena scoppiate due bombe. Partire non è proprio una vacanza. Ma PC accetta. Lei la storia di quel paese sono 15 anni che la studia. Sono 15 anni che vorrebbe andare e non ha mai trovato il modo, a causa della guerra. PC per l’occasione viene nominata giornalista sul campo. Va, guarda, scrive. Quando torna ha miliardi di immagini in testa e nella telecamera, e parecchie cose da dire. Ma nessuno in azienda le vuole ascoltare. Le fanno intervistare due politici, le fanno raccontare che il terrorismo non c’è, che tutto va bene. I contratti commerciali si possono fare. Tarallucci e vino, come al solito, pure se quello è un paese musulmano. PC conserva tutto nel suo taccuino. Prima o poi da qualche parte quello che ha da dire lo scriverà, magari su un blog.

5. Storia di A.
A. fa la reporter in un paese devastato dalla guerra. I suoi sono servizi di denuncia. Forti, pericolosi. Niente la ferma, né il pericolo né le minacce.
Ma A. ha una figlia nel paese in guerra. E le minacce alla figlia sono un dolore insostenibile.
Un giorno le propongono di seguire un corso in Europa. Del corso non gliene importa niente, ma parte lo stesso. Dopo due settimane, di lei si perdono le tracce. Qualcuno mormora che sia fuggita in Canada, qualcuno in Olanda.
Ma nessuno pensa che sia vigliaccheria, la sua. Ci vuole coraggio anche per scappare.
Per fortuna suo piano è riuscito. Ora lei e la figlia sono al sicuro.

6. Storia di A, B e C
A, B e C sono donne che cercano di fare il mestiere che amano. Per riuscirci stanno sacrificando molto, a livello personale. Avere un figlio mentre cercano disperatamente di farsi pagare un articolo, di strappare una collaborazione, di spiccare il grande salto, vorrebbe dire rinunciare per sempre alla loro passione. Nella bilancia dei conti esistenziali, certe scelte si misurano ogni giorno, e pesano come il piombo.

7. Storia di L.A. ed M.Q
L.A. ed M.Q si sono detestate fin dal primo momento, ma purtroppo dovranno tollerarsi per due giorni, il tempo della mega conferenza che stanno seguendo per le rispettive agenzie. Nessuna delle due ha figli, ma la battuta di uno degli oratori sulla crescita zero dà sfogo alla reciproca antipatia. Davanti al buffet si scannano sul senso della maternità. Una la ritiene inutile e perniciosa, l’altra sostiene che le madri dovrebbero rimanere tutte a casa con i figli. Purtroppo PC, attratta dalle tartine al salmone, capita accanto a loro e viene coinvolta nella conversazione.
“Tu che hai figli, PC, cosa ne pensi?” chiedono le arpie. PC, diplomatica come sempre fino a quando non sbotta, cerca una risposta salomonica “Io penso che ognuno debba fare le sue scelte. Ma non è facile in nessun caso. Il rischio è quello di credere che la propria scelta sia la migliore in assoluto, senza rispettare quelle degli altri”.
L.A e M.Q la guardano con odio. Entrambe avrebbero voluto la battuta spiazzante che le facesse risultare vincitrici nella discussione.
“Vabbé, ma che ne vuoi sapere tu….”
“Già, infatti….ti mancano i dati…”
Le arpie, riconciliate, si tuffano in un Martini.
PC, con la sua tartina in bocca, si defila allegramente. I suoi ormoni a volte fanno le bizze, è vero, ma grazie alle notti insonni, alle partite a Monopoli e ai combattimenti con Obscurio, lei si tiene in costante allenamento. A quel livello di demenza , pensa con orgoglio, lei non ci è mai arrivata.

Bookmark and Share
Share this Post:
Digg Google Bookmarks reddit Mixx StumbleUpon Technorati Yahoo! Buzz DesignFloat Delicious BlinkList Furl

14 Responses to “mamme d'assalto: ovvero come sopravvivere tra la carta stampata e la carta igienica”

  • serialmama says:

    Non faccio la giornalista, ma faccio la precaria, e decidere di fare due figli è stato un bel salto nel vuoto.Ancora non sono planata sedere a terra, ma non è affatto escluso che accada. Non mi pento però, per nulla.

  • piattinicinesi says:

    neanch’io mi sono pentita, anzi!sono di quelle per cui i figli hanno fatto da zavorra esistenziale.

  • Raperonzolo says:

    Ho rinunciato a fare la giornalista prima di avere figli. Era una strada troppo in salita e sapevo che sarei arrivata ad un contratto solo quando sarebbe stato il momento di chiedersi se era il caso di restare.E’ veramente difficile per noi donne.

  • serialmama says:

    sì anche per me, bell’immagine, zavorra esistenziale :-)

  • piattinicinesi says:

    @rape idem, più il fatto che la timidezza non si addice alle giornaliste (che faccio, glielo chiedo o no? non è proprio il dubbio da avere in certi casi). ma l’incursione in questo mondo mi è piaciuta. ho conosciuto persone orribili e altre molto brave…vedremo.@serial, eh, eh sulla zavorra ci siamo capite :) ) !

  • mammaepoi says:

    cara piattinicinesi, grazie mille per la dedica, sono contenta che siamo cosi tante… in effetti anche io mi metto in mezzo, con la storia di un’altra B oltre quella che hai scritto. Com’e’ difficile rimanere in equilibrio, diamine!

  • piattinicinesi says:

    @mammaepoi non mollare, ci servono persone che sappiano pensare con la loro testa!

  • lisa2007 says:

    Quanto siamo coraggiose noi donne, a metterci in discussione sempre e comunque.Un augurio a tutte queste persone. Un augurio alle nostre figlie, che domani non sia così difficle orientarsi nelle scelte come lo è oggi.

  • Eva Ricciuti says:

    Grazie, per queste parole. Sono una precaria aspirante scrittrice che ha rinuciato ad una vera carriera nel settore perchè alla fine del mese devo campare e pagare il mutuo. Ps. per lo stesso problema non posso permettermi (che brutta parola ma è così) di pensare di avere figli.Grazie davvero.

  • piattinicinesi says:

    @grazie lisa PC è grata ;P@cara eva, non mollare. ti ho seguita un po’ in giro per il web e vedo che fai tante cose. fare questo lavoro è difficile, farlo bene ancora di più. ma ognuno può e deve trovare la sua strada.in bocca al lupo

  • Eva Ricciuti says:

    Che belle parole! Grazie, questa giornata è iniziata meglio del solito!!!Un abbraccio.http://unavitaquasinormaleanzi2.blogspot.com

  • alleg67 says:

    ecco perché scrivi cosi bene, ecco perché molte di voi scrivono cosi’ bene… ed io povera tapina ragioniera che prendevo sempre 5 di italiano devo ” combattere” con voi, non ho scampo, sono già stecchita!!per noi donne é sempre piu’ difficile, tutto, mi auguro davvero che possiate realizzare quello che piu’ vi sta a cuore…e che soprattutto siate serene ..

  • piattinicinesi says:

    @alle importa anche il contenuto, sai, e alla fine è quello la cosa più importante. e poi tu sei molto ma molto creativa, e quesa è una cosa stupenda. io sono piena di idee, ma quando provo arealizzarle manualmente, è un vero disastro, magari un giorno ti faccio un post su questo…

  • betta says:

    grande inchiesta sul lavoro precario…complimenti!tendenzainterinale io ho chiamato il mio blog personale, ci sarà un perchè?

  • Leave a Reply:

    Name (required):
    Mail (will not be published) (required):
    Website:
    Comment (required):
    XHTML: You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>