Ci sono dei personaggi ai quali ti affezioni come se fossero veri. Che sono così densi, reali, contorti, affascinanti o insopportabili che non riesci a farli rientrare nelle pagine del libro da cui sono usciti, e te li devi portare dietro per forza. Ti seguono, ti perseguitano, e ti accompagnano in altre letture, in altre riflessioni. Thomas Jay è uno di quei personaggi.
Il racconto della sua infanzia, condensato nella prima parte del romanzo, è una serie di quadri ad olio, materici e tridimensionali. La vita in Toscana, tra fantasia e povertà, gli insegnamenti e le cure della nonna rivoluzionaria e combattiva, ma anche della zia Lillina, religiosa e dolcissima. L’amore per i libri, precocissimo. E poi lo strappo da questo mondo per andare in America, dove vive sua madre. I vagabondaggi da orfano, la figura di Max, dei senza tetto, di un mondo a margine. Sono atmosfere e personaggi che vi cattureranno.
Come vi catturerà, ad un livello più profondo, il percorso esistenziale di Thomas Jay, condannato da una serie di errori e da una legge assurda a passare in carcere il resto della sua vita. La seconda e la terza parte del romanzo narrano la sua discesa agli inferi e la redenzione, in una progressiva accettazione del proprio destino e della propria debolezza. La prigione diventa una sorta di metafora e la sua permanenza in carcere l’ espiazione da uno stato che è comune a tutti gli uomini. Bellissime le riflessioni sul potere salvifico della scrittura, della possibilità di creare e ricreare mondi, e delle relazioni. Gli altri sono fondamentali in questo romanzo. Se da una parte c’è l’abbandono da parte della stessa madre, ed il senso costante della perdita, dell’allontanamento, dall’altro c’è la testardaggine e la complessità delle relazioni profonde. Max, il critico Samuel Atkins che decreta il successo di Jay come scrittore, e soprattutto Ailie, che lo conosce e lo ama come autore (fittizio tra l’altro, perché Thomas Jay è uno pseudonimo e nessuno conosce la sua vera identità).
Questo romanzo è anche una riflessione sulla verità e la finzione dei personaggi, degli autori, della stessa narrazione. Thomas Jay si è dovuto affrancare anche nella nostra realtà editoriale. Ci sono voluto 10 anni prima che riuscisse a venire alla luce dopo essere arrivato in finale al Premio Calvino. 10 anni di rimaneggiamenti ed evoluzioni, in cui ha continuato a vivere di vita propria, come accade a certi personaggi.
Per questo quando Alessandra Libutti mi ha segnalato la campagna promozionale che la casa editrice stava organizzando, non l’ho trovata una mera operazione di marketing ma un guizzo di genio. E appena ho trovato Thomas Jay sullo scaffale della libreria vicino casa, esposto tra le novità, l’ho afferrato al volo e me lo sono divorato, sapendo che anch’io, nel mio piccolo stavo contribuendo alla sua liberazione.










