“Un mare rosso sangue”
Alì aveva 40 anni, gli occhi a punta di spillo e il naso affilato come un coltello. Veniva da una famiglia di beduini, ma avendo sposato una ragazza della costa, figlia di un pescatore, conosceva bene mare e deserto. Col tempo, si era fatto consapevole che nessuna di quelle due vite poteva fare per lui, e allora la scienza delle correnti e dell’orientamento l’aveva usata per inventarsi un altro mestiere, un mestiere molto più redditizio in cui tutti potevano essere buoni clienti, se avevano il portafoglio abbastanza pieno e l’intelligenza di dividerlo con lui.
“Assalema, miei cari e nobili ospiti” aveva esclamato entrando, e spargendo ovunque tracce di cortese untuosità.
“Assalema” aveva risposto Ahmed.
Alì si era seduto accanto a noi, facendosi largo tra i broccati. A un suo gesto il tipo dal viso butterato era apparso da dietro una porta e aveva portato un narghile e tre bocchini.
“Mi sono fatto arrivare del tabacco che è la fine del mondo. Tafaddal, amici miei, a voi l’onore di darmi un parere…”
Ahmed infilò il suo bocchino sul lungo tubo del narghilè e aspirò. L’acqua contenuta nell’anfora gorgogliò, e un odore dolciastro di miele e tabacco si diffuse nella sala .
Rimanemmo in silenzio a fumare, a turno, fino a che l’atmosfera non si fu rilassata.
Po Alì si decise a parlare.
“Lalla Fatima mi ha chiesto di affidarvi un lavoro” disse fissandoci entrambi dritti negli occhi.
“Di che si tratta?” chiese Ahmed.
Ali’ ebbe un lampo oscuro tra le sopracciglia.
“Noi lo chiamiamo il trucco delle barche” disse “ma da altre parti hanno trovato altri nomi…”
Sembrava divertirsi un mondo a tenerci in sospeso. Ma poi un gesto di impazienza di Ahmed lo convinse a continuare.
“Il trucco delle barche da noi funziona così. Partono diverse barche con i clandestini, e uno o due motoscafi con un altro carico, un carico…più prezioso, diciamo….” Alì fece una pausa ed aspirò una lunga boccata di fumo, poi riprese.
“Quando le barche arrivano in vista delle coste sicule, cominciamo a buttare in mare i clandestini. E così, mentre la guardia di finanza è impegnata con le operazioni di soccorso, non si accorge che poco distante noi scarichiamo la merce a chi di dovere….”
“Ed è s-sicuro?” chiesi io senza riflettere.
Ahmed mi gelò con lo sguardo. Che mi era preso adesso? Come osavo intervenire in quella conversazione?
Guardai Alì. Aveva un ghigno appeso ai lati della bocca.
“Mio caro ragazzo” disse “ in questa vita non c’è niente di sicuro. Ma Alì sa come far funzionare le cose”.
Mi ricordo che in quel momento pensai distintamente “è una trappola, tutto questo è una trappola” . Ma rimasi in silenzio, temendo che Ahmed si infuriasse.
Poi Alì riprese a parlare.
“Il Mediterraneo, ragazzo mio, da sempre lo chiamano il Mar Bianco, e chissà perché , visto che il suo vero colore è il rosso del sangue.
Un tempo questo mare lo controllavano i corsari, che trafficavano spezie, armi e schiavi per conto della corona più generosa. Adesso li chiamano mercanti ma il loro commercio è sempre lo stesso, droghe, armi ed esseri umani. E gli esseri umani sono la merce più preziosa. Che è anche una merce duttile e stolta, e non richiede sforzo. Un tempo almeno i corsari bisognava che ci mettessero un po’ d’impegno per catturare i prigionieri, adesso invece i nuovi schiavi ti vengono incontro imploranti, disposti a vendersi l’anima per andare incontro alla morte.
Quanti progressi, quale sottile evoluzione conosce l’ingegno umano per il crimine! Da non crederci, ragazzo mio, da non crederci davvero.
Quando ho cominciato facevo il passeur, guidavo i camion nel deserto, ma ho dovuto smettere perché non sopportavo più di voltarmi e vedere quelle facce tutte uguali da rettili ottusi, muti e languidi in attesa di un mio gesto. La sofferenza degli altri è untuosa, ti si attacca alla pelle come la scabbia, e io ho orrore della sporcizia. Sono quello che si dice un tipo schizzinoso, mi piacciono i bei vestiti e i profumi costosi, e farmi massaggiare all’ hammam da mani esperte.
Per tutti sulla costa io ora sono il fennec. Lalla Fatima in persona mi ha dato questo soprannome perché ho un muso da topo e l’astuzia di una volpe e quando fiuto il pericolo so come scomparire in fretta.
Quando so che un carico è pronto per partire sull’agenda ho pronto un nome da chiamare. Magicamente i poliziotti che quella sera pattugliano le coste vengono distribuiti a macchia di leopardo sulle zone di appartenenza, lasciando scoperte alcune spiagge. E allora, mentre c’è chi si affanna in mare, nelle centrali o nelle zone di vedetta io vengo qui, in questo locale, dove ho una saletta riservata, e fumo il mio narghilé in santa pace. Poi, prima di andare via, insieme alla mancia, lascio nella mano del cameriere un foglietto scritto a mano, con i nomi delle spiagge sicure.
E certe volte se arrivano ordini da così in alto che solo a pensarlo puoi avere le vertigini,. Da qualcuno che forse vuole spaventare chi sta sull’altra riva. La guerra lo sai non si fa solo con le armi ma anche con la fame, un’invasione di povertà a volte è più efficace delle bombe, allora di sbarchi se ne fanno mille, tutti insieme, e invece a volte si sta fermi si aspetta, e sono giorni di calma, di quelli che sembra che finalmente sia finita, che vada tutto bene. Ma è solo un’ illusione perché tutto dopo poco ricomincia uguale a prima.
Io non ho nemici perché i nemici te li fai quando cerchi giustizia o potere personale e invece io non voglio né l’uno nell’altro.
Sono solo la rotella che fa scorrere l’ingranaggio. Finché svolgo il mio lavoro in silenzio, senza causare danni, nessuno mi nota, e vado avanti tranquillo nel mio posto d’onore. Si occupino gli altri delle lotte di potere, della violenza, delle minacce. Io mi accontento delle briciole, delle percentuali a cottimo, della mia piccola vita mondana. Perché sono i fennec come me quelli che sanno nascondersi all’ora della tempesta, quelli che sanno adattarsi anche ai territori più impervi. Sono i fennec come me quelli che non muoiono mai. “
da “Il meccanico di Ahmed” di Anna Lo Piano



Poignant. Cosi vero, purtroppo. Un bacio!
tremendo.