Finalmente arrivò il venerdì, con relativa chiusura dei corsi.
“Vado a Gerusalemme” annunciai ai padroni di casa.
Li vidi storcere la bocca, preoccupati. “Attenta alle targhe dei taxi” mi dissero “Prendi quelli con la targa gialla, che hanno il permesso di attraversare i territori israeliani, ed evita quelli con la targa verde”.
“Ok” risposi spavalda “non c’è problema”.
Nella piazza principale di Ramallah quel giorno però di taxi a targa gialla non ce n’era neanche uno.
“E’ venerdì” mi spiegò uno degli autisti “sono partiti tutti molto presto per andare alla Moschea”.
L’idea di rinunciare a Gerusalemme non mi sfiorò neanche per un attimo.
“Non farà poi tutta questa differenza” pensai “in fondo i taxi verdi partono”.
E così presi il primo disponibile. Sul sedile posteriore eravamo in tre. Oltre a me c’era un anziano signore e un ragazzo dell’Università di Bir Zeit. L’autista cominciò a inerpicarsi per strade di montagna strette come sentieri, che passavano in mezzo a villaggi fatti di tre case al massimo. Cominciavo quasi ad abituarmi a quello sballottamento convulso quando incontrammo una camionetta di soldati israeliani che sbarrava la strada.
“Check point, check point” gridò l’autista prima di frenare.
Due ragazzi in divisa si avvicinarono ai finestrini, e ci chiesero i documenti. Li tennero un bel po’, guardandoli e riguardandoli, poi ci fecero scendere dall’auto.
L’anziano signore aveva l’espressione rassegnata di chi ha già messo in conto di non poter arrivare da nessuna parte. Il ragazzo aveva l’aria più tesa. Uno dei militari lo fece appoggiare all’auto con le braccia alzate e cominciò a perquisirlo.
I soldati intanto si stavano interessando a me. Erano molto giovani. Ragazzi di leva, presumibilmente, che eseguivano l’ordine di bloccare le macchine con la targa verde. Ma gli ordini non contemplavano tutte le possibili eventualità.
Nel caso dei tre Palestinesi, per esempio, era facile: bastava rimandarli indietro.
“Gli ordini dicono che il venerdì, per motivi di sicurezza (troppi Palestinesi di zona B a Gerusalemme possono diventare un problema) non si passa. Quindi prego, tornate in macchina e arrivederci”.
Certo bisognava anche scegliere il tono, e il modo, per far rispettare l’ordine.
Questo era piuttosto a discrezione.
Ma con me? Con una occidentale? Era possibile rimandarmi indietro o dovevano lasciarmi continuare? E in questo caso, con quale mezzo, visto che il taxi tornava indietro?
Uno dei soldati prese l’iniziativa e mi invitò a salire sulla loro camionetta. Io rimasi perplessa. Era prudente? Ed era giusto nei confronti di chi doveva tornarsene a casa? Che effetto avrebbe provocato a quel punto un mio rifiuto? Decisi di salire, ma mi scontrai con l’opposizione dell’unica donna del gruppo, che aveva i gradi più alti.
“Fammi vedere i documenti” disse. Glieli mostrai. Mi chiese perché fossi lì e glielo dissi. Lei diventò una bestia. “Scendi” mi urlò “Scendi”.
Io scesi dalla camionetta.
Il taxi era tornato indietro. Adesso ero sola. Ma nessuno aveva intenzione di bloccarmi. A Gerusalemme potevo andarci, ma a piedi. E a piedi volendo, sarei potuta tornare indietro. Peccato solo che sia in un caso che nell’altro non avessi nessuna idea della direzione da prendere. Decisi di usare l’unica arma a mia disposizione e mi appellai alla debolezza maschile di uno dei soldati, che aveva l’aria più conciliante degli altri.
Capì al volo la mia richiesta e mi fece un cenno con la testa, indicandomi la direzione corretta.
Cominciai a camminare, senza pensare a niente che non fosse la strada sotto le mie scarpe. Ero da sola su una strada di montagna, e le ultime case le avevo lasciare alle mie spalle ormai da qualche minuto e non avevo nessuna idea di cosa avrei trovato.
Sarebbe stato facile farmi prendere dal panico, ma riuscii a resistere a questa tentazione. Pensai invece alla penitenza che si faceva da piccoli, quella in cui dovevi ripetere “vado a Gerusalemme senza ridere e senza piangere” e non dovevi né ridere né piangere.
Così non piangevo, ma neanche ridevo. Camminavo soltanto, e a furia di camminare arrivai a un bivio, dove trovai l’indicazione per Gerusalemme. Almeno il soldato non aveva mentito, la direzione era quella giusta. Ma il traffico era quello di un’ autostrada e mi sembrava impossibile attraversare o continuare a piedi. Mi guardai intorno per capire cosa fare e vidi un pulmino con la targa gialla che stava accostando. L’autista mi fece cenno di salire, e aprì il portello laterale. Mi ritrovai immersa in un fruscio avvolgente di vesti nere, insieme ad altre donne compattamente stipate nei pochi posti disponibili. Mi accolsero con calore, come se non avessero bisogno di farmi domande per sapere chi fossi, e dopo una ventina di minuti mi lasciarono alla Porta di Damasco.
Non fu l’unica volta in cui dovetti usare il mio insospettato sangue freddo. Un’altra volta ero con un’amica tedesca a visitare l’ Herodium , un’antica fortezza nei pressi di Betlemme costruita da Erode il grande e usata a scopi militari anche nelle epoche seguenti.
Il taxi che ci aveva portate fin lì in teoria avrebbe dovuto aspettarci fino alla fine della visita. In pratica, per qualche oscura ragione, dopo un po’ sparì, e noi dovemmo riscendere la collina a piedi.
Sulla strada che scendeva fino a valle eravamo sole, o quasi.
Una camionetta con quattro militari isareliani ci seguiva a breve distanza, lanciando commenti non dissimili da quelli che possono sentirsi in altre città mediterranee.
Solo che non eravamo in una città mediterranea, ma in mezzo alle montagne, in una zona quasi deserta, a parte la base militare con tanto di filo spinato e mitra puntati.
Mentre scendevamo La mia amica tremava. Malgrado fosse (e sia) una donna coraggiosa, che ha poi vissuto tutta la vita in zone di guerra, era terrorizzata dalla paura che potessero scoprire la sua nazionalità tedesca.
Io pensavo a quanto li avrebbe trattenuti dal farci del male il pericolo di un incidente internazionale. Tutto dipendeva dal nostro sangue freddo. Non bisognava provocarli, in alcun modo. E bisognava rispettare le distanze.
I soldati continuarono a ridere e a seguirci fino alla base della collina, poi ci chiesero dove eravamo dirette. Dissi che stavamo andando a Gerusalemme ovest, da amici. Non era una vera e propria bugia, perché in realtà conoscevo delle persone a Gerusalemme ovest, e conoscevo Homa.
I militari mi guardavano sospettosi, non sapevano se credermi o meno.
Passò un trattore con una coppia di arabi a bordo. L’autista mi guardò. Nei suoi occhi potei leggere: “vorrei aiutarti ma non posso”.
Poi i militari fermarono l’auto di un israeliano che abitava in una colonia lì vicino, e che loro conoscevano. Gli chiesero di accompagnarci a Gerusalemme ovest. Lui accettò, a malincuore.
Fece finta di credere alla mia storia, ma rimase in tensione per tutto il tragitto e alla fine fu con estremo sollievo che ci fece scendere vicino alla porta di Jaffa.
“Da qui prendete un autobus” ci disse. Ma io l’autobus non lo volli prendere,e andammo a piedi fino a Gerusalemme est
Ancora oggi quando penso a quel viaggio mi rendo conto che solo nelle situazioni estreme scopriamo le parti più profonde di noi stessi.
La mia curiosità, il bisogno di vedere, toccare con mano, a volte riesce ad essere più forte della paura, dell’insicurezza e del bisogno di tranquillità.
Quando sono in situazioni difficili, ripenso a quel giorno sulle montagne, alla nenia ripetuta ossessivamente, come un mantra “vado a Gerusalemme…” e mi faccio forza.
E non posso fare a meno di pensare alla difficoltà quotidiana di chi doveva e deve superare i confini per sopravvivere.
Ma che per quanti muri e barriere vengano messe – allora c’erano i check point – ora su quel confine c’è un m
uro di pietra, le persone tentano comunque di superarli.
Le scene di intere famiglie che scavalcano il muro in zone meno controllate fanno ormai parte del paesaggio palestinese come gli olivi, le capre e i tank israeliani.
Penso che in un paese dove ogni spostamento è una sfida dell’ottimismo nessuno è indifferente ai viaggiatori. Chi si muove ha orecchie tese e occhi ben aperti per capire chi ha intorno, da chi difendersi e chi aiutare, o a chi chiedere aiuto.
Penso anche che la sensazione di non avere diritti, di essere inermi di fronte all’arbitrio degli altri è qualcosa di orrendo. L’arbitrio di un militare che perde il controllo, di un attacco che non ti aspetti, di una bomba che cade, o che esplode mentre compri i meloni al mercato, o vai a scuola con l’autobus.
Alla fine l’autobus non l’ho preso.
Avevo troppa paura.
In un paese devastato dall’odio la paura è di tutti, anche di chi non c’entra niente.



Sì ora davvero, grazie ai tuoi racconti comincio a capire molto meglio alcune cose, soprattutto queste:“In un paese devastato dall’odio la paura è di tutti, anche di chi non c’entra niente”.Grazie, per ora!
la paura è di tutti… è vero, piattì, è vero…
questo racconto mi lascia con tanti pensieri, ma pocche sono le parole che riesco a formulare a caldo (sono troppe le sensazioni che si mescolano fra quello che ci racconti e quello che possiamo vedere in questi giorni)… Quando vedo un ragazzo di appena dodici anni che piange per la perdita della propria madre e dei suoi quattro frattelli e sorelle (uccisi davanti ai suoi occhi!), mi chiedo cos’altro gli darà la forza di vivere ora se non l’odio e la voglia di vendicarsi?! non sono “personalmente” coinvolta eppure mi verrebbe di togliere quel sorriso compiaciuto della faccia di quella str***a di ministro degli affari esterni israeliano personalmente se solo potessi! … è triste, molto triste, tutta l’ingiustizia che vige nel nostro mondo! c’è tanto di cui arrabbiarsi …Isa
misericordia ma tu sei matta da legare. io sono spavalda ma nn mi immagino proprio cosa avrei fatto nella tua situazione.piattins sei un mito!
@desian ieri sera ho avuto una conversazione con u ex collega che è stato anche lui nei territori negli anni successivi. mi sono convinta che raccontare sia l’unico modo per far capire, e che non debbano raccontare solo i grandi analisti, ma tutti queli che hanno qualcosa da dire@ganja e già…@isa troppo spesso si confondono le ragioni della politica con il mancato rispetto dei diritti umani…@emily gli anni successivi è stato molto più pericoloso. mi hanno raccontato di incursioni nelle case anche degi studenti, e di controlli più frequenti, per non parlare del muro. quello era solo l’inizio
È un racconto avvincente, ancor più avvincente per il fatto che è vero. E effettivamente trovo che tu abbia avuto un gran coraggio…A piedi verso Gerusalemme da sola!!!! Solo a pensarci…Continua ti prego il racconto. Solo il sapere ci può aiutare.
D’ora in poi la penitenza di Gerusalemme ci ricorderà la Piattina nella polvere sotto il sole, che non piange ma nemmeno ride…Hai tutta la mia ammirazione, per quello che vale. Per quello che hai fatto, per come lo scrivi…
Bellissimo questo racconto. Ma che aspetti a tirarci fuori un romanzo, piattì?
carissima piattini, mentre leggevo mi sono venuti i brividi. quanto tempo fa eri laggiù? un giorno devo proprio venire a roma, che parliamo per ore di queste esperienze… io, nel mio piccolo, le mie le custodisco come un tesoro prezioso. verrà (spero) il momento in cui potremo tornare ad essere utili in giro. baci, b.
grazie, solo grazie.Tutto serve per capire,anche una passeggiata sulle alture attorno a Gerusalemme, se è raccontata così
Mi sembra il racconto di un pellegrino medievale. Che cosa mi aspetterà dietro quella altura? I briganti o un ricovero per poveri viandanti? Sei stata brava, piattini, ora penso che non potresti rifarlo.
Bellissimo post piattinapieno di cose che condivido.La questione delle scoperte di se nei momenti difficili, e la vita di merda in un paese che negli spostamenti ti mette a rischio. Io andai in un momento di lace – secondo i tiggì occidentali – e fui scioccata, dal contiunuo stato di guerra. Approdai subito a Gerusalemme in una casa di arabi con la polizia fuori e i vetri rotti, e ogni passo era un interrogatorio in malo modo – io ero sempre con un arabo,la mia occidentalità era dicimo politicamente sminuita.E’ strano il senso di attrazione e violenta repulsione che ho oggi per quei posti. Ma lui è come me, e non a caso vive ancora in Italia.
@oipaz a poco a poco continuo…@lgo davvero da allora non posso fare a meno di pensarci…@rape non esageriamo…:)))
@bstevens come ti ho detto, sono in attesa di vederti@giapatoi
@marzi no, ora col muro decisamente no@zauber anche i miei sentimenti sono contrastanti, ma dentro rimane un profondo senso di nostalgia, riguardo ai controlli tutto sommato al’epoca era tranquillo, poi è peggiorato tutto. ma anche per queto quel periodo per me è fondamentale