Era il 2010, più o meno di questo periodo, e un mio ex collega della Rai, con il quale negli anni sono rimasta in contatto, mi chiama per propormi di fare un calendario. A me? No, vabbé, non uno di quei calendari. Ma uno diverso, uno volutamente diverso. Era l’epoca massima delle immagini di cosce e sederi zoomate ed esibite come prosciutti al mercato, tempo di escort, di strappone, di mortificazione massima della donna da cui non ci siamo riprese ancora (e chissà se ci riprenderemo mai del tutto, che ogni tanto sembra di tornare nel medioevo).
In molti cercavamo di reagire almeno a parole, aggregandoci, manifestando. Marzia Messina e Sham Hinchey, due fotografi che lavorano con le immagini (e come fotografi di moda anche e soprattutto con le immagini femminili) hanno allora sentito l’esigenza di proporre un’altra immagine delle donne. E’ nato da questa idea il progetto 365D, che poi è diventato un’associazione. 365 ritratti di donne, più uno visto che siamo in un anno bisestile, asssociati ad altrettanti racconti di una giornata della loro vita, come in un calendario, appunto.
Alcune di queste donne sono famose, ma la maggior parte no: sono donne di tutte le età, di tanti paesi e provenienze. Alcune sono truccate, altre hanno il viso nudo. Nessuna ruga è stata nascosta,nessuna pelle è stata plastificata. Ma non sono foto da reportage, nude e crude. Sono curate, patinate a loro modo nella scelta del fondo bianco comune a tutte, nell’uso sapiente della luce, nella cura della posa, della ricerca dell’espressione, dello sguardo.
A distanza di due anni, ieri sera, sono entrata nella sala che ospitava la mostra, all’ultimo piano della Centrale Montemartini (bellissimo museo, andateci, se potete), senza sapere cosa aspettarmi. Nei giorni precedenti ero entrata in paranoia all’idea di vedermi tra le altre (alle mie paranoie dovrei dedicare un post a parte, forse lo farò, ma non voglio rovinare questo), e invece alla fine, presa dalle immagini, dal fascino di tutti quei visi in fila, la mia foto non l’ho neanche vista, e ho dovuto ripercorrere avanti e indietro più di una volta il corridoio per capire dov’ero.
E allora tutte le mie paranoie sono scomparse, perché di quei visi non ce n’era uno che non mi piacesse, che non trovassi bello, al di là della bellezza obiettiva. La pelle trasparente della giovinezza, come quella più spessa e segnata dall’età, avevano entrambe senso, e valore, e splendore. Insomma ero contenta di essere là con le altre, a rappresentare le donne normali, una donna normale, ma diversa, unica, con un suo sguardo, una sua storia.
Tornando a casa in autobus (dopo aver rincorso un autobus in due sul motorino, averlo bloccato, e aver messo a frutto la palestra per scendere al volo e salire in corsa senza sfracellarmi, davanti allo sguardo attonito del conducente. Amica M., questa ce la ricorderemo) pensavo a quanto sia importante avere un progetto, e far di tutto per portarlo a termine.
Per riuscirci Marzia e Sham hanno cercato e trovato, dopo molti tentativi, uno sponsor, che permettesse di finanziare tutta l’operazione e di devolvere i proventi ad una onlus.
In parole povere, che gli artisti e chi ha idee pensino alle idee, le aziende si fidino, se ne innamorino, e le finanzino. Senza confondere i ruoli.
Il sito della mostra




Bellissima l’idea, il messaggio, e, evidentemente, la scelta delle perosone da fotografare
Sarai certo bellissima tra le altre. Peccato che non sto a Roma. Ma magari in futuro la mostra arriverà pure qui…
discorso complesso