Alcune riflessioni sui viaggi in famiglia

©piattinicinesi

Io d’estate non scrivo sul blog, questo già lo sapete. In genere mi prendo del tempo per leggere, o scrivere libri.

Questo tipo di assenza, o meglio di presenza intermittente, fa un po’ parte della mia natura, in cui la voglia di compagnia (o di vera e propria caciara) convive fianco a fianco con l’introversione più profonda, anche se non sempre armoniosamente.

Questa estate, comunque, oltre a leggere e riflettere, ho anche fatto un viaggio con tutta la famiglia. Siamo andati in Turchia.

No, niente costa dell’Egeo.  Un vero e proprio viaggio itinerante di quelli che con Vittorio facevamo prima di avere figli (insomma, più che altro simile a quelli , qui abbiamo comunque rallentato i ritmi).

Mi sono sentita molto fortunata. Primo perché fare un viaggio in questo periodo di crisi è una cosa rara (e dopo aver parlato con la commercialista ho pensato che potrebbe pure essere una cosa unica), secondo perché era il viaggio che volevamo fare da almeno 20 anni. La prima volta che abbiamo segnato il percorso sulla cartina deve essere stato almeno il 92/93, poi però ogni volta succedeva sempre qualcosa e non riuscivamo a partire. Mai avremmo pensato che alla fine ci saremmo andati in quattro.

Anche i nostri figli non l’avrebbero mai pensato, devo dire.

Non che non avessi avuto prove e riprove dell’autonomia di gusti e di libero pensiero dei due giovanotti, ma mai come durante questo viaggio il fatto di avere una situazione reale di cui discutere, e che entrambi fossero in un’età in cui riescono ad argomentare le proprie lagne, mi ha fatto toccare quanto siano altro da noi, malgrado vengano da noi, e da noi dipendano (per il momento).

Una cosa è stata chiara fin dall’inizio: loro se avessero potuto sarebbero andati da un’altra parte. Nella gara tra nord e sud, ha vinto il nord. Svezia, Inghilterra, Parigi e qualunque cosa che sia moderno, ordinato e tecnologico è meglio del dedalo di strade, antichità e rovine in cui li abbiamo portati noi. L’immaginario dei miei figli, al limite, è rivolto ad est.

Tra i viaggi dei loro sogni per esempio c’è il Giappone, e non solo perché gli amichetti giapponesi che abitavano nel quartiere sono tornati a vivere lì, ma perché sono cresciuti a pane e pokemon, oltre che a draghi cinesi e kung-fu.

Se io ripenso a me da bambina, quando avevo la loro età, mi rendo conto che i miei orizzonti erano proprio diversi. Per me il massimo dell’esotismo sarebbe stato vedere Parigi, o lo Smaland, perché Astrid diceva che in estate lo Smaland era bellissimo e se lo diceva Astrid doveva essere vero. Io non avevo mai sentito pronunciare una lingua diversa dall’italiano, e i miei compagni di classe ridevano quando tiravo fuori qualche parola in dialetto siculo.

Loro invece dai compagni imparano a chiedere come ti chiami in hindi e cinese , e guardano i video di manga  in giapponese su you tube.

Eppure man mano che ci muovevamo in Turchia mi rendevo conto come  lo spaesamento  tipico di ogni viaggio agiva in profondità, trasformandoli.

Abituati a frequentare bambini di varie religioni, hanno elaborato nel tempo  il fatto che ci siano diversi punti di vista, diversi modi di credere, e che vadano rispettati tutti. Ma essere noi gli stranieri e i diversi in un altro paese è molto diverso. Continuando a lamentarsi perché non c’erano cose adatte ai ragazzini (dopo la Svezia e Londra i figlioli hanno l’asticella alta, pretendono supernegozi tecnologici e musei da scienziati interattivi, e non capiscono perché nel Topkapi non ci sia una sala dove travestirsi da sultano) si mettevano con me a ripetere parole in Turco, volevano sapere come si dice buongiorno in Arabo, come si fa la preghiera e perché dovevo mettermi il velo. Ecco, un conto è dire che in moschea bisogna coprirsi, e un altro è vedere che tua madre, perché è donna, si deve coprire più di te. I cervelli attenti elaborano e la loro elaborazione seguirà percorsi che adesso non possiamo immaginare.

Sulla lunga e noiosa autostrada che porta da Istanbul ad Ankara mi sono ricordata di una glottologa che avevo conosciuto a Gerusalemme. Aveva due figli di 12 e 4 anni. La piccola, che era con noi, era meravigliosa. Già alla sua età era una viaggiatrice fantastica, capace di adattarsi alle situazioni, curiosa, mai lamentosa .  Estasiata, chiesi alla glottologa come avesse fatto a raggiungere quel miracolo e lei mi rispose che non ne aveva la minima idea. Si era convinta che alla fine gran parte di quello che sono i figli non dipende dai genitori. Il figlio maggiore, per esempio, era stato abituato fin da neonato ad essere portato in giro per i villaggi del Sudan, dove lei svolgeva le sue ricerche. A 12 anni era diventato incredibilmente aperto ad ogni forma di novità e aveva amici di tutti i tipi.  Ma per piacere, che questi amici vivessero nel lusso, o almeno nell’agiatezza, perché lui di villaggi nella savana non ne voleva più sapere.

Adesso quei bambini saranno cresciuti, e magari saranno cambiati ancora, chi lo sa.

Viaggiare con i figli, farli sperimentare cose diverse, è sicuramente importante, ma quello che ne viene fuori dipende molto soprattutto da loro. Noi in questo viaggio ci siamo imposti. Per la prima volta dopo anni abbiamo deciso di fare quello che era importante per noi come coppia. E tutto sommato è stato anche piacevole vedere come si organizzavano giocando a Yugi-oh, pazienti ed autonomi, mentre noi ci gustavamo una ad una tutte le salette del Mausoleo di Rumi a Konya, per poi trascinarci letteralmente in improbabili (almeno per me) arrampicate tra le rocce della Cappadocia.

Ed era tutto un discutere, un fare classifiche : l’albergo più bello, la colazione migliore, quella peggiore, il posto dove ci siamo divertiti, quello dove non vogliamo più tornare. Un bilanciare i nervosimi e vivere lin libertà, organizzarsi e mollare il freno, provare lo straniamento e seguire il computo delle medaglie italiane alle olimpiadi.

Sarà che i ricordi più belli con i miei genitori sono proprio quelli legati ai viaggi, gli unici momenti forse in cui li ho visti liberi dagli infiniti lacci che si sono sempre annodati da soli. Viaggi che abbiamo fatto insieme anche quando ero già grande e vivevo all’estero da sola. Perché è quel tipo di esperienza che è importante. L’esperienza della condivisione di una scoperta, di un’incognita. La creazione di una memoria a cui attingere non solo i ricordi, ma anche la conoscenza gli uni degli altri.

E io spero, malgrado le visioni funeste della commercialista, che ce ne saranno altri, prima o poi.

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4 Responses to “Alcune riflessioni sui viaggi in famiglia”

  • supermambanana says:

    la nostra esperienza e’ piu’ limitata, non abbiamo un itinerario, ma solo Istanbul, ma i boys l’hanno adorata :-) anche noi abbiamo viaggiato tanto, il primo compleanno di boy-one e’ stato a Sydney, il terzo a Canberra, e’ la fortuna di fare un mestiere che offre queste opportunita’, e si, forse un pizzico di coraggio nel partire tutti insieme fin da subito, non sono miracoli se non si vivono come tali :-)

  • Chiara says:

    confesso di essere una di quelle italiane che guardano con invidia le famiglie nordeuropee che viaggiano per il mondo con i figli piccolissimi al seguito. Io ho viaggiato prima dei figli e senza di loro, ma andare in giro con i figli mi sembra, colpevolmente, un po’ una fatica inutile, ma naturalmente i miei sono molto più piccoli. Però mi colpisce molto quello che dici sugli occhi che osservano e i cervelli attenti che elaborano. Insegnare ai figli ad andare per il mondo è quello che abbiamo sempre creduto fosse il nostro mantra, in senso metaforico e non.

  • piattins says:

    in Turchia ci hanno scambiato spesso per francesi, un po’ per la nostra aria naturalmente maghrebina, un po’ perché in genere sono i francesi che viaggiano in famiglia, gli italiani in genre viaggiano in gruppo (magari un gruppo di famiglie). Quando Giovanni aveva 3 mesi, e Federico 4, abbiamo fatto un viaggio itinerante in Sicilia, per dimostrare (a chi? boh!) che potevamo viaggiare anche con due figli. E’ stato un viaggio bellissimo, ma il mese dopo mi si è bloccata la schiena . Tre mesi dopo siamo andati a vivere a Parigi, dopo essere ritornati in Sicilia. E’ stato bellissimo ma mi si è ribloccata la schiena, e Giovanni ha impiegato 3 anni a dormire regolarmente. Per me la morale è che bisogna fare le cose che uno si sente di fare. Nel mio caso meglio allora il mal di schiena del restare a casa. Negli anni successivi però, stremata dal lavoro, dalla casa, e da una situazione economica non particolarmente brillante, di viaggi non ne abbiamo fatti più, e abbiamo ricominciato da poco. tra qualche anno andranno in giro da soli, ma questo è un momento magico per creare occasioni di condivisione, anche a Roma. Da quando siamo tornati è proprio il nostro abitudinario figlio minore a proporci, ogni tanto, di andare a cena fuori, che stare sempre a casa è proprio una noia.

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