La storia
Otto anni fa Maria pensava che per essere felice le bastasse avere una casa. Poi ha capito di essersi sbagliata.
D’altronde errori se ne fanno tanti nella vita che uno in più o uno in meno cosa vuoi che sia. Anche oggi, per esempio, non era mica il caso di mettersi le ballerine senza calze in questo mese di aprile che pare ottobre. Piove, e l’acqua delle pozzanghere le si infila sotto i piedi e fa un rumore di ranocchie ad ogni passo.
“Allegra allegra” si dice mentre attraversa la strada “che la settimana prossima compio gli anni e allora mi prendo un giorno di ferie. E guai a chi mi fa alzare dal letto”.
La pensilina alla fermata dell’autobus è striminzita. Ci stanno sotto in 15 e lo sguardo di tutti corre ansioso all’oracolo del display. Quattro autobus sono già passati e andavano alla stazione, ma i 15 sono sempre lì, gomito a gomito, sotto la pensilina. Maria si rassegna: è chiaro che anche loro aspettano il 60, e la sentenza del display non lascia scampo: “60, 3 fermate, 10 minuti.”.
Questo vuol dire che non troverà posto a sedere. E di colpo il suo mal di schiena si risveglia.
“Ma 35 anni sono tanti o sono pochi?” le ha chiesto stamattina Sara, la collega giovane.
“Pochi” ha risposto spavalda Maria. Poi ha pensato che per i 30 c’erano 30 candeline sulla torta e invece adesso sua madre ha detto “ti ho preso il 3 il 5 perché tutte non ci stanno” e quindi forse sono tanti, chi lo sa. Forse. O forse dipende dai punti di vista.
Dal punto di vista di sua madre, per esempio, gli anni ‘70 sono lì, dietro la porta, riposti nell’ armadio dell’ ingresso assieme alle camicie con i baveri a punta e alle gonne midi .
Per trent’ anni sua madre nel quartiere ha percorso le stesse strade, ha frequentato gli stessi negozi, salutato le stesse persone, senza mai cambiare. Da qualche tempo però torna a casa confusa. Non capisce perché il fornaio sia diventato un discount, e la lavanderia abbia un altro gestore.
“Come è possibile” ripete incredula come una preghiera. “Eppure mi sembra ieri che siamo venuti ad abitare qui”.
Talenti 30 anni fa erano venti strade e una campagna sterrata piena di pecore in fuga di fronte all’ondata dei nuovi emigranti. Un gregge di ministeriali e piccoli impiegati stava spostando i confini della città verso orizzonti impensati. E in mezzo a quel gregge c’erano anche loro, una famiglia del sud che aveva appena ottenuto il trasferimento nella capitale.
Suo padre la mattina andava a prendersi il 37 che arrivava fino a Porta Pia, e poi camminava un po’, che gli faceva bene. Il 37 era un autobus che lo riconoscevi da lontano, dal rumore che faceva. Un rumore di ferraglia che sembrava che i bulloni fossero sempre sul punto di svitarsi, che qualche pezzo stesse per cadere a terra. E ogni tanto qualche pezzo cadeva davvero. Il 37 era così, imprevedibile. A volte passava, a volte no. A volte a destinazione ci arrivava, e a volte si fermava prima. Ma suo padre tutte le mattine lo aspettava fiducioso alla fermata.
Il 37 c’era pure quando Maria andava all’Università. Anche allora il 37 era imprevedibile. A volte passava, a volte no. E il rumore di ferraglia era sempre lo stesso. Solo che a volte Maria doveva scendere dopo sole due fermate, e andare a piedi a Montesacro a prendere il 60, perché il quartiere si era talmente esteso che, all’altezza della Dear film, dove poi ci hanno messo la Rai, lì dove comincia il budello della Nomentana, si formava un grumo di macchine, stagnante come un blocco intestinale.
La Nomentana attraversa l’Aniene e per passare i fiumi ci vogliono i ponti. Questo i Romani antichi lo sapevano e per questo costruivano i ponti. Anche sull’Aniene ne hanno costruito uno, il ponte Tazio. Che per far passare le pecore e qualche carrozza andava più che bene. Ma poi i Romani moderni al di là dell’Aniene ci hanno costruito una città, con case e strade a perdita d’occhio, però di ponti nuovi ne hanno fatti solo due. E due ponti in 2000 e rotti anni non sono poi tanti, questo va detto, non sono tanti per niente.
“Ah signo’, che fa, sale?”
L’autobus spalanca le sue fauci e vomita una marea scomposta di braccia e gambe .
“Salgo, salgo, ma non spinga” implora Maria e subito l’autobus la risucchia. Trova rifugio in un angolo, vicino all’obliteratrice. Spazio per obliterare non ne ha, ma è improbabile che il controllore si faccia vedere, con questo tempo. Dall’ombrello del vicino intanto ad ogni frenata le sgocciola tagliente un filo di pioggia tra le gambe.
“Ah signo’ ma che è incinta? Venga, nun stia in piedi, se metta a sede…”
Maria sorride. Ogni tanto qualcuno è gentile e la gentilezza è come un’epidemia che prende tutti. “Signo’, che bello, a che mese sta?”
“Al quinto” risponde Maria appoggiando la tempia al finestrino umido. Con la mano sul ventre, raccoglie un battito d’ali di sua figlia, che fa una capriola.
Di errori nella vita se ne fanno tanti ma quello tra lei è Marco non è stato un errore. E d’altronde in dieci anni di amore e precauzioni sarà concesso un momento di abbandono, o forse no? “Aspettiamo ancora un anno” aveva detto Marco, e invece l’anno si è chiuso in un secondo e prima del prossimo saranno in tre, con un mutuo che è la metà esatta di quello che guadagnano in due, così per 30 anni.
“Eh, la città cresce, cresce…pure noi abbiamo fatto così” aveva detto suo padre quando erano andati a guardare le case da comprare, otto anni prima.
A Talenti neanche a parlarne, troppo caro.
Cercavano fuori, nei nuovi quartieri che stavano nascendo come funghi. A Porta di Roma un cartello grande come l’Ikea prometteva appartamenti immersi nel verde. Quelli già fatti avevano piscine e balconi a forma di conchiglia. I nuovi, quelli ancora da costruire, erano uno sputo sulla carta. Intorno parchi, scuole, negozi, uffici e strade senza buche, dipinti di fresco con l’acquerello.
“Bisogna immaginarselo fra tre anni” aveva detto il costruttore.
E loro, pieni di speranza e fantasia, avevano versato una caparra, e la prima rata del mutuo.
“Ma l’asilo non lo fanno qui vicino?” aveva chiesto Maria all’ufficio del comune. “Ma se ne avemo fatto uno adesso a Cinquina. ..” aveva risposto l’impiegato “ D’artronde, se nun ce danno i sordi… come li famo st’asili?”
Batteria Nomentana, il solito traffico. Maria guarda fuori e pensa che forse se si sbriga stasera ce la fa, a preparare l’arrosto.
Dalla nuova casa il 338 (partenze ogni 15 minuti) fa 18 fermate prima di arrivare al Quartiere delle Valli, e siamo ancora in periferia. Con 20 fermate sull’80 Maria arriva in centro, dopo due ore. Ma la dottoressa ha detto che così non va bene nel suo stato, e allora Maria ogni mattina prende la macchina fino a Talenti, e sale sul 60. Qualche volta rimane a dormire da sua madre, qualche volta Marco l’accompagna.
Oggi ha lasciato la macchina nel garage di sua madre.
“Magari convinco il mio direttore ad aprire una filiale dell’agenzia in uno dei negozi sotto il palazzo” pensa Maria. Ma i negozi per ora sono tutti sfitti, e i suoi vicini fanno la spesa al centro commerciale. La famiglia del quarto piano ci passa tutte le domeniche, al centro commerciale, specialmente d’estate, per via dell’aria condizionata.
La metropolitana intanto è ancora ferma a Rebibbia.
Forse sta scontando una pena.
Maria scende dall’autobus. Va a riprendere la macchina. Mette in moto e parte, in mezzo al traffico inferocito dalla pioggia.
L’altro giorno lei e Marco hanno fatto una passeggiata lunghissima, nel loro nuovo quartiere, tenendosi per mano. Lungo i marciapiedi di mattoncini rossi frasi d’amore e di razzismo, e due panchine rotte per protesta.
A furia i camminare sono arrivati al grande parco, tenuto in vita con i denti dai
gruppi ecologisti della zona.
Spighe e papaveri a perdita d’occhio, bambini urlanti, coppie pellegrine sullo sfondo dei casermoni pastello di questa estrema periferia.
Tra gli alberi, carovane di gitanti con barbecue e pasta e fagioli “Ah Cesì, passame le lasagne”.
Nel punto più interno, lì dove tutto era da loro distante, si sono baciati.
Da un campanile è partita scampanando l’Avemaria di Schubert, e Marco le ha stretto i fianchi ingrossati per invitarla a un ballo.
“Ah Marì, Pasolini ci fa un baffo a noi” ha detto ridendo il suo amore letterato.
Il commento
Domenica scorsa , Report, la trasmissione di Rai tre, ha mandato in onda un’inchiesta sull’urbanizzazione di Roma. Questa è la sinossi.
“Lo scorso febbraio, il consiglio comunale di Roma ha approvato il nuovo piano regolatore. Le previsioni parlano di nuovi edifici per 70 milioni di metri cubi di cemento su un territorio di 11-15 mila ettari.
Una nuova città, più grande di Napoli, che verrà costruita nelle campagne di Roma. Tutto questo nonostante la crescita demografica nella capitale sia vicino allo zero, esclusi i circa 200 mila nuovi residenti tra gli extracomunitari. Nel piano regolatore è stata prevista, dall’amministrazione comunale, la realizzazione di tante piccole città, denominate Centralità, tutto intorno all’attuale zona urbanizzata. Queste micro città verranno costruite su aree private che sono in possesso dei grandi costruttori: Toti, Scarpellini, Ligresti, Caltagirone, Santarelli, che chiedono già oggi di aumentare le cospicue previsioni cubatorie previste dal piano regolatore appena approvato. Lo strumento attraverso cui queste richieste possono realizzarsi è il cosiddetto “Accordo di Programma”.
Basta che un costruttore o un proprietario di un’ area chieda all’Amministrazione di andare in deroga al piano regolatore, che questa procedura sostituisce alla decisione pubblica un tavolo di trattativa tra le parti. è grazie a questa tecnica che molte regole urbanistiche possono saltare. “
Tra le nuove centralità c’è anche Porta di Roma, a ridosso del mio quartiere.
La storia di Maria non è vera, ma è verosimile.



Talenti… il 37… Abitavo in via Emilio Praga 30 e rotti anni fa. Sì, c’erano le pecore dietro l’angolo. Roma ormai è irriconoscibile. E’ una cosa che mette una profonda tristezza.
Rape, ma non è che ci siamo conosciute da piccole?
Il 37… quello sì che era il mio autobus!!! E i negozi di quartiere, che ora appartengono tutti a catene in franchising… Quando 9 anni fa ho comprato questa casa, pascolavano le pecore dove adesso stanno costruendo palazzine residenziali dai prezzi proibitivi… Grazie per il tuo racconto, mi ha fatto rivivere la storia della mia adorata Talenti…
@carpediem chi sta in un posto da tanti anni si rende conto dello scempio che stanno facendo, e la cosa peggiore è che lo stanno facendo ovunque, a Roma
Piattini – Chissà? Ho fatto parte delle elementari alla Cecchina Aguzzano. Catechismo a Sant’Achille. Facevo nuoto all’Athlon. Che dici, possibile che ci siamo incrociate?
Catechismo a sant’Achille e nuoto all’Athlon, o pattini e campana nel cortile dell’ex vapoforno?Comunque mi piace pensare che almeno una volta, inconsapevoli del nostro futuro, abbiamo giocato insieme…