Ci sono giorni in cui vorresti scrivere ma non riesci mai a sederti abbastanza a lungo al computer per terminare un pensiero.
La Piattina da ieri è andata a teatro, ha rifesteggiato (per la seconda volta) Power, ha svuotato cantine, placato malumori infantili, sedato appetiti epici e spedito a letto i figli.
Ora, allo scoccare del nuovo giorno, si è fatta una doccia, ha preso l’ennesimo caffé, ed è finalmente pronta a continuare il suo racconto….
Varcare il confine
L’arrivo a Bir Zeit fu diverso da come me le ero aspettato.
Ovvero, fu qualcosa di inaspettato.
Una serie di emozioni e scoperte, tra le quali la più forte fu quella di sentirmi a casa mia.
Dai racconti degli altri sapevo che all’arrivo a Tel Aviv sarei stata sottoposta a un fuoco di fila di domande sul mio soggiorno. L’Università ci aveva avvertito di mantenere la calma, rispondere gentilmente, non provocare e soprattutto essere sinceri. Sempre e in ogni caso avremmo dovuto dichiarare senza timori di essere studenti stranieri dell’Università di Bir Zeit, per dimostrare di non avere niente da nascondere. In fondo i soldati israeliani seguivano precise direttive, niente di più di questo. Così non mi stupii quando cominciarono a farmi domande, e a sfogliare il passaporto e gli altri documenti in cerca di qualche particolare insolito. Quello che mi stupì fu che lo trovassero.
“Lei sul suo passaporto ha un timbro francese, perché?” mi chiesero.
Spiegai che abitavo lì, e che quindi era normale che rinnovassi il passaporto al consolato italiano di Parigi.
Ma la spiegazione non li convinse. Non riuscivo a capire se la loro insistenza fosse solo un pretesto per rendermi la vita più difficile o invece la normale trafila per escludere qualche caso di doppia nazionalità particolarmente pericoloso, da cui tenersi in guardia. Rinunciai però a tentare una spiegazione definitiva. Era così e basta, e anche se dopo 20 minuti di domande ossessive sulle ragioni del mio trasferimento a Parigi ero un po’ provata, capii che in fondo la mia vita dall’esterno poteva apparire molto più avventurosa di quanto non sembrasse a me a viverla sul serio, e approfittai dell’occasione per sentirmi un po’ agente segreto. Non sapevo che la stessa esperienza l’avrei rivissuta al ritorno. Il soldato che interrogò me e High (che nel frattempo mi aveva raggiunta) non sembrava tanto interessato al fatto che io fossi andata nei territori occupati a studiare arabo, quanto al fatto che mio marito fosse uno scienziato. Ci fece aprire le valige, togliere le scarpe e smontò pezzo a pezzo la nostra macchina fotografica. Poi cominciò a visionare il quaderno di appunti di mio marito, chiedendo spiegazioni. Solo dopo mezz’ora di conferenza sui sistemi complessi il soldato si convinse che forse alla fine non eravamo così pericolosi e ci lasciò andare, con una stretta di mano.
Il giorno che arrivai a Tel Aviv, comunque, ci arrivai da sola. E sebbene mi sentissi piuttosto indifesa e vagamente sperduta, i passeggeri del pullman che ci stava portando tutti quanti a Gerusalemme mi rivolgevano occhiate ostili: avevo chiesto espressamente di andare alla porta di Damasco, alla fermata dei taxi collettivi per Ramallah.
Il ragazzo tedesco che si era improvvisato mio interprete ebbe qualche imbarazzo a tradurre i commenti dell’autista sulla mia destinazione. Non era molto contento di avermi a bordo, ma fu corretto e mi portò più o meno dove volevo, dandomi il tempo necessario di scaricare i bagagli dal portello posteriore dell’autobus, poi mi congedò in fretta.
Non potevo pretendere di più, data la situazione.
E capivo che con la scelta di varcare il confine, di stabilirmi nei territori occupati (dove il concetto di occupante cambiava a seconda del punto di vista dell’interlocutore) avevo già perso la mia neutralità.
“J’assume” dicono i francesi in questi casi, che poi vorrebbe dire che ogni azione ha le sue conseguenze, e bisogna accettarle.
Mi ritrovai così in una grande piazza, sola. Sul lato opposto un paio di piccoli pullman sgangherati aspettavano gli ultimi passeggeri della giornata.
Mi affrettai ad attraversare, schivando il traffico. Giunta sul lato opposto, mi sembrò che qualcosa nell’aria fosse mutato. Colori, odori, sonorità familiari mi avvolsero come in una nuvola protettiva, un mantello caldo ed accogliente. “Tafaddali, tafaddali” mi disse uno degli autisti indicandomi il portello scorrevole sulla fiancata destra del piccolo pullman “prego salga che partiamo”. Mi sistemai su uno dei sedili vuoti e mi lasciai trasportare dai sussulti della strada, dalla stanchezza e dalla musica ossessiva sparata a tutto volume da una radio sistemata sullo specchietto retrovisore del nostro autista. “Kullu tamam?” mi chiese un tipo seduto in prima fila. “Kullu tamam, tutto bene” risposi, e improvvisamente mi sentii a casa.
….
Da Ramallah avevo ancora un altro shared taxi da prendere. Ma erano già le nove di sera, era buio pesto ed oltre a me non c’erano altri passeggeri. A Bir Zeit mi aspettava un’amica, una ragazza di Milano che faceva l’Erasmus a Parigi e che stava lì ormai da qualche giorno.
La sua casa era nella parte esterna del paese. Le avevano assegnato come coinquilina una ragazza greca, che tornava lì per la seconda volta. La prima c’era rimasta un anno, lavorando per una società che si occupava di promuovere i prodotti palestinesi con strategie di marketing. Lei in particolare si occupava di packaging. La mia amica invece, era lì per la prima volta, come me, ma sembrava già perfettamente a suo agio. Aveva deciso di rimanere almeno un anno, e trovarsi un’occupazione in qualche organizzazione internazionale.
Di persone così ne ho conosciute molte, prima e dopo la Palestina. Di fronte a loro, c’era poco da sentirsi avventurosi. Improvvisamente mi sentivo una parvenue dell’esperienza internazionale, una mediocre dilettante, o una spettatrice da camera con vista sui territori occupati.
“Sarai stanca, immagino…” mi chiese F. , la mia amica italiana.
“Non c’è male, risposi”
Il mio viaggio era durato più di dodici ore, e non vedevo l’ora di mettermi a letto.
Ma le due ragazze stavano ancora pulendo la casa “L’abbiamo trovata in condizioni disastrose” mi spiegò F e quindi mi misi a dare una mano. Sul tavolo una serie di viveri aspettavano la completa disinfezione della cucina prima di poter essere riposti. Tra questi cinque bottiglie di olio greco e una serie infinita di pacchi di pasta senza glutine per F., che era celiaca.
Verso le 11 finalmente la casa aveva assunto un aspetto più confortevole
“Vieni, abbiamo già rifatto i letti, quello è vuoto”
“bene” dissi, e sollevai le coperte per stendermi. Prima di appoggiarmi, però, notai delle strane palline nere sul lenzuolo.
“Cos’è?” chiesi.
La ragazza greca venne a dare un’occhiata.
“cacca di topo” sentenziò come se fosse una cosa assolutamente normale.
Ebbi improvvisamente voglia di fuggire, ma resistetti alla tentazione. D’altronde non avevo alternative. E poi ero così stanca che mi limitai a togliere il lenzuolo sporco , e dormii sulla coperta.
Contrariamente ad ogni aspettativa, nessun incubo di viaggi, topi e domande perniciose venne a disturbare un lungo e profondo sonno ristoratore.
Il mio primo giorno in Palestina si era finalmente concluso.



….
che vuol dire…..????vuol dire: “aspetto”, “che stai a dì” oppure “sono senza parole?”
La terza ch’hai dètto. E anche aspetto, il resto, se c’è. C’è?cia’
Molto emozionante. Diro’ al mio amico, che nel frattempo è tornato, di fare un giro qui. Ciao
Dunque l’esperienza della cacca di topo ce l’ho avuta già a casa dei miei in campagna. Co artre esperienze de risiko e pericolo:=)Invece concordo sull’orrore del colloquio all’areoporto. Di diverse ore per me, che dovevo dire di essere ebrea e andare a trovare il mio fidanzato arabo, ih sai come erano contenti i servizi segreti:) – e che al ritorno dovemmo subire incrociati.Cioè stesse domande a tutti e due ma in stanze diverse.N’antro po’ perdo l’aereo.E in ogni caso belli posticini ma non ci camperei più di dieci minuti.
grazie, piattini.
Occacchio… E io che scrivo “esperienza internazionale” sul cv. Mi sento un po’ cacca di topo(il massimo del mio disagio è stato un tassista che mi ha sperso in quartieri sordidi di Instanbul, ed il morso di una scimmietta da fotografie turistiche a Marrachesh…)Flavia
aspetto la terza puntata (avevo già letto la prima silente…)non ci fare aspettare molto però
@desian c’è, arriva…@alessandra aspetto di avere sue notizie, più fresche sicuramente dlle mie. maanche se la mia esperienza rsae a qalch anno fa il 98 è stato un anno cruciale, era già possibile capire tante cose@zauber non volevo raccontarla come una cosa eroica, è solo che quando uno fa questi viaggi si immagina chissà quali avventure, e poi le avventure vere sono altre, ma ci si scopre molto fragili, e schifati dalla cacca di topo@itmom prego, è un piacere, alla fine@veremamme eh eh, potrei raccontarne delle belle…@oipaz no, non vi faccio aspettare a costo di annoiare tutti sto scrivendo abbastanza nel dettaglio, per mettere nero su bianco i miei pensieri una volta per tutte, è anche un esercizio di riflessione…
Grazie di condividere tutto cio’ con noi.Isa.
Wow. E io che non ho mai nemmeno fatto l’Erasmus. Che brava. Sono senza parole… Io sarei fuggita.
ma tu hai fatto benissimo a raccontarla eroica piattini.E’ eroica.E poi quella roba dell’interrogatorio è un po erocia ennamo. Noi – grazie a Dio – non ce semo abituati.Mio marito nella casa di campagna dei miei nun ci ha voluto più mette piede.(ah lo stagno con specie estinte dentro al lavabo della cucina.)
Noooo!!! la cacca di topo noooooo!!!
Sarà una faticaccia, ma io lo preferisco così lungo e con tutti questi dettagli. E aspetto la terza puntata.
C’è chi la cacca di topo se la ritrova nella roulotte alla riapertura stagionale e chi se la ritrova in Palestina. Si vede che non sono avventurosa, piattini.
che emozioni Piattini!