Diario Palestinese 3

Bir Zeit

Bir Zeit in arabo vuol dire il Pozzo dell’olio, e guardando il panorama intorno al villaggio non era difficile capire il perché di quel nome: filari di olivi a perdita d’occhio punteggiavano le colline intorno al villaggio, in un degradare dolce e brullo di sinuosità rupestri.
A parte quello, però, non c’era altro, tranne forse qualche capra.
Bir Zeit erano trenta case disposte a spirale intorno a uno spuntone di roccia. Dalla finestra del mio appartamento vedevo il tramonto e una strada sempre vuota. Salendo c’era il negozio di un macellaio, che aveva in tutto tre polli e due galline. In basso c’era uno spaccio con pretese di minimarket, che vendeva pane, olio e miele del proprietario. Latte e formaggio, insieme allo yogurt, venivano da una cooperativa della zona, che noi ci affannavamo a sostenere comprando sacchetti di formaggio di capra a pezzi, malgrado fosse salatissimo.
Girando intorno alla spirale si raggiungeva l’internet caffé. Era aperto a orari alterni, e imprevedibili, ma era impossibile mancarlo perché all’entrata c’era di guardia un asino, legato al muro con una corda sfilacciata e cupa.
I miei padroni di casa erano una famiglia della buona borghesia cristiana del paese.
Le donne vestivano all’occidentale, lavoravano tutte e avevano molto viaggiato, soprattutto in Francia. Nei loro discorsi riecheggiava sempre una nota nostalgica, come di chi sente di appartenere a un altro universo, libero e avanzato, e ora vive nel rimpianto di un paradiso terrestre svanito per sempre. Il marito, ridotto al rango di Abou George, (gli arabi chiamano gli adulti con il nome del primogenito, preceduto da Abu – padre, se si tratta di un uomo e da Umm – madre se si tratta di una donna) era una sorta di Omar Sharif in miniatura, con le spalle a bottiglia e uno sguardo da furetto, che fingeva di controllare a distanza l’andamento della casa. In realtà a comandare erano le donne. Sua cognata Marie non si era sposata, e ricopriva il ruolo di zia single e impegnata con una disinvoltura che raramente ho visto nelle donne europee. Sophie, la moglie, era invece la classica donna mediterranea, che stempera con dolcezza materna un polso di ferro e un carattere indomabile.
In quei giorni la famiglia stava vivendo un dramma. Per qualche ragione burocratica il permesso di lavoro di Sophie che le serviva per raggiungere la sede dell’agenzia di viaggi di Gerusalemme dove lavorava non poteva essere rinnovato. Il direttore dell’agenzia (un israeliano), che la stimava, aveva cercato di prendere tempo e di agevolarla in ogni modo, ma il protrarsi del ritardo avrebbe rischiato di mettere a repentaglio il suo posto di lavoro.
Non era una situazione anomala, in quel periodo. Gli abitanti della zona vivevano una sorta di altalena quotidiana tra ottimismo e frustrazioni.
A Ramallah c’era un mercato vivace, diversi ristoranti e un paio di bar di tendenza, un ospedale che funzionava abbastanza bene, e l’Università, che dopo le chiusure forzate degli anni precedenti era ritornata al suo antico splendore. Ma bastava una chiusura più lunga dei territori per perdere il lavoro, i clienti e tutto il resto.
Nel 1998 la Cisgiordania stava vivendo nel bene e nel male gli effetti degli Accordi di Oslo firmati nel ‘93, e che prevedevano il riconoscimento reciproco delle parti e l’insediamento progressivo dell’autorità palestinese (ANP) guidata da Arafat.
L’insediamento sarebbe avvenuto gradualmente, in cinque anni più uno, ma con modalità diverse a seconda delle regioni.
I territori palestinesi erano stati quindi divisi in tre zone.
L’area A con giurisdizione civile e controllo della sicurezza a carico dell’autorità palestinese.
L’area B con giurisdizione civile palestinese e controllo della sicurezza condivisa tra israele e palestinese.
L’area C con il controllo sia della giurisdizione che della sicurezza in mano ad Israele.
Poi c’erano zone divise a metà, come Hebron e la stessa Gerusalemme, mentre Gazaera sotto il controllo completo dell’autorità palestinese, che vi aveva posto la propria sede.
Questo sviluppo a macchia di leopardo ha sicuramente contribuito ad acuire le profonde differenze che esistevano fin dall’inizio nel paese. Quando si parla di palestinesi bisogna fare attenzione. Un popolo al suo interno ha differenze sociali, culturali e religiose. Quando poi la storia separa gli uni dagli altri le differenze possono solo creare divari più profondi. Jenin non era Ramallah, che non era Hebron che non era Gaza.
Noi eravamo in zona B. questo voleva dire che se camminavi per strada, e per esempio cercavi di andare da Bir Zeit all’Università, potevi essere fermato sia dai militari israeliani che da quelli palestinesi.
Era una situazione schizofrenica.
Da una parte il piano quinquennale aveva dato una spinta allo sviluppo economico, a progetti di collaborazione, e infuso una certa euforia e una sensazione di poter fare negli abitanti della Cisgiordania (ma anche di Giordania ed Egitto, paesi che avevano partecipato all’accordo e che i quegli anni conobbero un notevole sviluppo dell’economia e soprattutto del turismo). Dall’altra questa sensazione di euforia veniva continuamente frustrata dai controlli, dalla burocrazia, dai limiti di movimento e dalle chiusure improvvise delle vie d’accesso a Israele ogni volta che c’era un attentato o una crisi, rinchiudendo i palestinesi in enclavi simili a riserve indiane.
La sensazione di vivere in una riserva era acuita dal confronto quotidiano con quello che avveniva al di fuori dei territori.
Dal mio appartamento si vedeva la valle, con gli olivi e le capre.
Ma in fondo, a una distanza ragionevole per scorgere le sagome ad occhio nudo in un giorno di normale foschia, si vedevano anche le colonie: schiere di palazzoni, simili a quelli delle nostre periferie urbane, incombevano sull’orizzonte. Noi avevamo l’acqua razionata, e loro avevano le piscine, noi avevamo formaggio e miele, e loro prodotti di importazione da tutto il mondo. Noi una strada dissestata che girava intorno alla collina e loro strade larghe e piane, che ti portavano velocemente dove volevi.
Però l’ostilità era comune.
Villaggi palestinesi e colonie israeliane si scrutavano reciprocamente dalle opposte colline, come alfieri su una scacchiera piena di trappole, domandandosi chi avrebbe fatto il primo passo falso.
E a turno cadevano nella buca.

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17 Responses to “Diario Palestinese 3”

  • Rossana says:

    Ti sto leggendo. Mi piace.

  • Anonymous says:

    interessantissimo! rende benissimo l’idea di come ci si sente ad essere sotto occupazione… mi sono sempre chiesta come avrei reaggito io se fossi stata in quella situazione!? non avrei anche io cercato di diffendere la mia terra?! pur essendo pacifica, non giurerei che sarei riuscita a stare li’ a guardare…!?!Isa

  • VereMamme says:

    anche questo l’ho trangugiato insieme a una focaccia ripiena (anzi due), alla scrivania. da bambini siamo cresciuti con il “medioriente” nei telegiornali, insieme al “terrorismo” e alla “cassintegrazione”, e alla fine non sentiamo più, per assuefazione o per nausea. un racconto così diretto ti risveglia la coscienza, invece.

  • desian says:

    Quoto alla grande Flavia sul risveglio della coscienza. Un racconto interessantissimo. Mi bevo ogni puntata, come penso si sia capito ormai. Però non ho capito una cosa: la storia dei nomi, cioè gli adulti vengono chiamati come il primogenito? Puoi spiegarlo meglio?Grazie. A presto…

  • piattinicinesi says:

    @rossana :) @isa tocchi un punto cruciale. lì ho capito che la pace è un lusso, non so se sarei stata pacifista in una situazione diversa, bisogna viverlo sulla propria pelle, per capirlo@flavia sono anche queste cose non nuove, spero di riuscire a dare una visione più da dentro, da spettatrice stupita (un candido in palestina? l’ha fatto benissimo Emile habibi con il pessottimista)@desian i genitori prendono il nome del primo figlio maschio. io sarei Umm figlio filosofo e High Abu Figlio Filosofo, ;) ))

  • LGO says:

    facile dire <>io farei così, io farei colà<> stando seduti al calduccio dietro una scrivania con i figli che ruzzolano per casa e i piedi all’asciutto, niente cacca di topo nel letto e carne per cena e doccia calda e il parco vicino a casa e i libri sul comodino e….tutto il resto.Grazie, piattina.(se dico alla mia primogenita -femmina- che io mi devo chiamare come il nano di casa, sai le proteste?)

  • Raperonzolo says:

    Tempo fa vidi un documentario interessantissimo della BBC sulle colonie, di come venivano costruite di continuo, spesso anche illegalmente dopo gli accordi, nel bel mezzo dei territori che avrebbero dovuto essere a tutti gli effetti palestinesi, con vie d’accesso privilegiate che di fatto separavano le aree palestinesi rendendo movimenti e commercio praticamente impossibili. Se poi la memoria non m’inganna la BBC ebbe parecchi problemi per la messa in onda di quel documentario.

  • emily says:

    quando ti leggo penso alla limitatezza delle mie scelte di vita….mi piace continua a scrivere nn posso perdere puntate!

  • piattinicinesi says:

    @lgo qualcuno adesso in modo anticonformista comincia a farsi chiamare con il nome della prima figlia femmina, ma sono casi rari. @rape dire queste cose sembra molto rivoluzionario, ma è così@emily non mi sembra di aver fatto gran cosa, non sono rimasta, per esempio…

  • Verde says:

    ho “divorato” anche qsto post, come i precedenti… nn so se io avrei avuto il coraggio di andar lì, come hai fatto tu…

  • piattinicinesi says:

    @verde a volte ci vuole più coraggio a restare che a partire. di una cosa ho veramente paura, dei rimpianti ;)

  • oipaz says:

    Ti leggo con passione. Anche perché i tuoi racconti lasciano un’immagine di luce e di sole, malgrado tutto. E di questi tempi è una cosa che aiuta.

  • alleg67 says:

    sei fantastica!! purtroppo non posso scrivere cio’ che vorrei, ho amici, sia da una parte che dall’altra e …

  • Laura says:

    ciao Piattini,grazie per i tuoi post, che leggero’ con calma come meritano, per intanto approfitto per segnalare due appelli ceh si possono firmare sul sito di Amnesty international a questo link: http://www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1681

  • piattinicinesi says:

    @oipaz è un paese di luce e di sole…@alleg immagino la situazione. il bello di quel viaggio è che sono stata da ambedue le parti, a poco a poco cercherò di parlarne@laura grazie della segnalazione

  • valewanda says:

    Piattina, che anno era? Questi racconti lasciano senza fiato!

  • piattinicinesi says:

    @vale 1998

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