Vi avevo annunciato che avrei parlato di moda alla maniera piattinesca. Mantengo la promessa cominciando da un argomento difficile, che è quello del velo. Parlerò del velo islamico, certo, ma non solo come questione interna all’islam. Il velo ci interessa tutte. Parla di noi donne, ci racconta quale carica simbolica abbia il nostro corpo, la nostra nudità, la nostra sessualità. Ci ricorda quante e quali imposizioni sociali siamo costrette a subire fin da piccole, e di quanto sia tortuosa e piena di ostacoli la via della liberazione.
L’argomento è difficile e complesso, e non pretendo di esaurirlo in un solo post, o di esaurirlo tout court. E’ un’argomento fastidioso, anche un po’ urticante. Qualche giorno fa Veronica su FB ha espresso il disagio provato di fronte a una donna di cui intravedeva soltanto gli occhi. Ecco, io vorrei partire da quel disagio, perché il disagio di fronte a una situazione che non si comprende, che ci mette in crisi, può portare ad atteggiamenti di chiusura, di arroccamento, ma anche di ricerca, di messa in dubbio delle verità ricevute, di apertura di nuove strade e soluzioni. ( In questo caso per esempio lei si è incuriosita e io, cerco di mettere ordine in tanti anni di esperienze e riflessioni scrivendo questo post).
Cominciamo col dire una cosa. L’idea che il corpo della donne vada coperto, e vada tanto più coperto quanto la donna deve dimostrare socialmente il proprio onore e la propria rispettabilità, è un’idea antica. Pre-islamica, certo, ma anche mediterranea, ed europea. Nell’antica Roma la donna sposata “di rango” doveva uscire con il capo coperto, e questa tradizione la si ritrova fino al 900, quando l’uso del cappello o della veletta distingue la signora perbene dalla popolana o dalla donna di malaffare, che mostra i capelli sciolti sulle spalle. Nelle campagne le nostre donne hanno portato il fazzoletto in testa fino a pochi anni fa, e l’uso del velo (bianco o nero, due colori fortemente simbolici) in occasione del matrimonio o del lutto, come delle visite dal papa (qualunque sia la loro religione le donne in visita dal papa devono portare la gonna e il velo nero in testa) dimostrano che l’atto del velare, del nascondere, indica sottomissione ma anche rispettabilità, e onore (ovvero rinuncia a una sessualità libera, che può esprimersi solo se confinata nell’ambito familiare e procreativo).
Nell’islàm il significato del velo è dato direttamente nel Corano.
“Dì ai credenti che abbassino gli sguardi e custodiscano le loro vergogne; questo sarà per loro, cosa più pura, ché Dio ha consapevolezza di quel che essi fanno. E dì alle credenti che abbassino gli sguardi e custodiscano le loro vergogne e non mostrino troppo le loro parti belle, eccetto quel che di fuori appare, e si coprano i seni d’un velo e non mostrino le loro parti belle altro che ai loro mariti, o ai loro padri o ai loro suoceri o ai loro figli… » ( Cor. XXIV, 30-31).
« Oh Profeta! Dì alle tue spose e alle tue figlie e alle donne dei credenti che si ricoprano dei loro mantelli, questo sarà più atto a distinguerle dalle altre e a che non vengano offese … »(Cor. sura XXXIII, 59).
Il velo è quindi un simbolo di separazione e pudore fra i sessi, che distingue la donna musulmana onorata e la protegge dalle offese. Purtroppo sia nell’Islam che in occidente la donna fa fatica ad essere rispettata come essere umano, ma deve tirare fuori la carta dell’onore, e dell’appartenenza sociale.
Quanto a capire come deve essere effettivamente questo velo, il Corano non lo dice. Non ci sono né figure né indicazioni di stile. Per questo nel tempo il velo ha preso innumerevoli forme. Si va dal turbante colorato delle donne eritree fino al burqa delle campagne afghane, alle maschere in ferro, all’hijàb più moderno, all’abbigliamento “casual” che non copre la testa ma nasconde le forme con camicie oversize e gonne sotto il ginocchio. Fino a quando qualcuno decide di saperne più degli altri e impone con la forza colori e misure.
La questione del velo fa la sua prima comparsa nel 1899, quando l’egiziano Qasim Amin, considerato il “padre” del femminismo islamico, sostenne che l’imposizione del velo non è esplicitamente prevista nella “sharia” (legge islamica), ma è stata la società ad imporlo alla donna. Che la questione sia nata alla fine dell’ 800 non è un caso, perché è in questo secolo che nascono i movimenti femministi, anche in occidente. Questa coincidenza però fa sì che se in alcuni momenti le donne d’oriente e d’occidente si alleino nella comune lotta per la liberazione, altre volte la “modernizzazione” venga vista come una “occidentalizzazione”, e quindi rifiutata, o criticata, o rivista in una prospettiva araba e islamica. Insomma un bel groviglio di spine.
Preferisco mettere in chiaro da subito che con questo e i prossimi post io non voglio dare risposte, (che non ne ho) ma solo fornire materiale per domande, perché come ho già detto varie volte parlando della mia definzione di omeopatia culturale, attraverso lo studio del mondo arabo ho messo in crisi varie volte la mia stessa cultura, e questo mi ha fatto un gran bene.
Vi lascio qualche link “urticante”.
Qui trovate un’introduzione semplice ed interssante alla questione del velo nel mediterraneo.
Qui alcune discussioni sorte sui blog arabi sulla questione hijab, un primo passo per capire quanto il tema sia dibattuto e vissuto con attenzione dai “cittadini” arabi (quindi non discorsi politici o religiosi). Solo da una lettura rapida emergono infiniti spunti di riflessione.
Qui un’intervista a Renata Pepicelli, ricercatrice di Bologna che a marzo ha pubblicato un libro dal titolo “Femminismo islamico. Corano, diritti, riforme”, edito da Carocci.



Chapeau! Mai espressione fu più adeguata a un post di tali contenuti.
Non starai mica fissando un nuovo modo di fare fashion blogging?
fissando, no, ma sperimentando sì, che per me la moda è proprio questo, riflettere su come ciò che indossi diventa simbolo, o strumento di comunicazione
Ecco Anna. Ci stai mettendo in riga. Non solo ci scrivi un post mostrando che il velo è una questione trasversale, ma ci assegni i compiti da fare, e ci annunci altri post simili. Mi sta già venendo l’ansia da prestazione!
Come mi piace ’sta serie!
al limite l’ansia da prestazione viene a me, che ho postato di venerdì sera pensando che tanto non l’avreste letto prima di lunedì e invece mi ritrovo già un sacco di commenti. sono contenta, secondo me verranno fuori delle belle discussioni.
Velo, non velo. Vedo, non vedo. In molti sensi. Di sicuro è dall’ignoranza che nasce la paura. E io non posso che rispettare le mie sorelle. Eppure… eppure sì mi fa paura pensare d’incontrare una donna completamente velata, perchè questo velo che diventa un muro. Io sono anche disposta a mettermi un velo per avvicinarmi a lei, ma lei sarebbe disposta invece a toglierselo?
Se fosse una scelta loro, se un grande chiamiamolo conclave di donne avesse deciso adesso ci veliamo, vedremmo ancora il velo come qualcosa che dobbiamo strappargli di dosso?
guarda Gloria, secondo me il problema non è avvicinarsi togliendo o mettendo il velo, ma riflettere sul significato di quello che rappresenta il nostro corpo nella nostra cultura, e sul significato che diamo a ciò che ci copre o ci scopre. l’ultima tua domanda è cruciale. molte donne nell’islam scelgono di mettere il velo. è una scelta anche di molte femministe islamiche, femministe che rivendicano la parità dei sessi appoggiandosi su una interretazione di genere del Corano, e che ritengono che coprirsi sia una forma di liberazione. Io non discuto se mettere o no il velo sia giusto, credo che ognuno abbia il diritto di decidere come vestirsi. Voglio solo portare l’attenzione sul fatto che nel mondo arabo islamico il dibattito è molto vivace e molto variegato. E che imporre il velo, o il non velo, non risolve la questione che è quella del significato simbolico del nostro corpo, che non è neutro, ma sempre legato allla nostra appartenenza sessuale.
Di sicuro per noi (donne occidentali, e ancor più donne italiane) la scelta esplicita di coprirci sarebbe una scelta forte. Quasi rivoluzionaria
intanto una considerazione: bellissimo post! a me piace tantissimo il velo, trovo glamour quelle signore che lo mettono con l’abbigliamento occidentale, ma sto parlando di gusti e vado fuori tema.
quoto LGO. io l’equazione “più mi spoglio più sono libera” non l’ho mai capita, forse per come sono fatta io. la rivoluzione secondo me è, sempre posto che la scelta sia individuale e non dettata dalla cultura di arrivo o da imposizioni antidemocratiche del paese di origine, DECIDERE in autonomia ciò che è meglio per noi. è il bello della democrazia. posto che viviamo in una democrazia e posto che la società abbia una visione democratica rispetto al corpo delle donne.
Vado fuori tema, ma sai che io trovo molto irritante parlare con persone che indossano gli occhiali scuri? E’ abitudine di molti, ormai, ma io non riesco a liberarmi del disagio enorme che mi provoca non poter guardare i miei interlocutori negli occhi. Se avessero il velo, mi sentirei meglio.
I link sono interessanti, grazie!
non è fuori tema, anzi. è interessante registrare cosa ci può mettere a disagio nello scoprirsi o nel coprirsi degli altri.
Più che irritante o inquietante, trovo che il velo in certe forme sia ridicolo: tipo quando il gruppo di islamiche in visita al TopKapi con rispettivi mariti si fa fare una foto ricordo. Come fanno a riconoscersi, poi? Dall’altezza? Dalla posizione?
Trovo anche che reintrodurre il velo nella nostra cultura sarebbe un colpaccio per il mondo della moda: hai presente come si accalcano le signore arabe intorno al banco di Porta Palazzo che vende veli (c’è proprio una misura apposita)? Chi non ha l’imposizione del colore (e in Italia mi sembrano la maggioranza) ha tantissimi veli, gioca con gli abbinamenti, lo usa come ulteriore strumento di vanità.
Io, vi dico la verità, ogni tanto qualcosa in testa me lo metto, ma rimpiango che non sia un accessorio più universalmente accettato, perché mi piace e mi sta bene (soprattutto in forma di turbante).
lanterna, ti dedicherò espressamente due prossimi post, uno sull’ironia e sulla satira intorno al velo, e l’altro/altri sulla muslim fashion o hijab fashion.
Io ho una difficoltà nell’accettazione del velo (in tutte le sue forme, anche quelle delle nostre nonne) perché la ritengo una imposizione religiosa prima che culturale. Lo so che mi sto andando ad impelagare in una discussione impossibile, perché la religione non è totalmente separabile dalla cultura, però per me c’è una grandissima differenza. Se io mi metto i pantaloni a vita bassa perché lo impone la moda, so che seguirla o meno non mi manderà all’inferno. Se invece devo farlo in nome di una fede, allora non ho veramente scelta, perché me lo impone il mio credere in una divinità. Per questo motivo mi rendo conto che l’accettazione o meno si basa su presupposti molto diversi tra loro. E’ l’impossibilità di scelta che mi fa paura.
forse religiosa come dici ma a volte la religioni di mescola con la tradizione e diventa impossibile separare le due. Cerco di spiegarmi, noi ci copriamo alcune cose, il seno ad esempio: quanto di questo e’ cultura quanto e’ religione quanto e’ tradizione? Sto parlando per assurdi ovviamente ma perche’ il seno si e il polpaccio no? O l’orecchio? O la bocca? Se venissimo catapultati in un posto dove il seno si porta fuori e il naso dentro, per dire, non ci sentiremmo quantomeno stranite se ci imponessimo di aprire la camicetta perche’ disturbiamo l’opinione pubblica? (argomenti oziosi di una domenica mattina)
@serena hai ragione a dire che è l’impossibilità di scelta che fa paura. questa imposizione di una seclta si fa in due modi, o per legge (nei paesi in cui si applica la sharia) o per “influenza culturale”. è il fenomeno di islamizzazione. ti faccio un esempio: in algeria durante la guerra degli anni 90 i fondamentalisti hanno terrorizzato i cicili, le donne hanno quindi cominciato a indossare il velo per proteggersi, altrimenti sarebbero state facile preda di offese, insulti e anche violenze per strada (lo sono state anche col velo, ma insomma uno si protegge come può). adesso che la situazione si è pacificata molte più ragazze di prima continuano a portare il velo, perché intorno al capo scoperto di uan donna si è comunque creato un tabù, un sentimento di paura.
ora prova a pensare alla nostra società. nessuno ci obbliga per legge a vestirci in un modo specifico, ma quante donne e ragazze si ammalano perché non entrano in uan taglia 42? è un altro tipo di influenza sociale e culturale, fatto in nome di un altro tipo di religione.
@spermambanana su cultura e reliogione ho risposto nel commento a serena. il tuo ragionamento non è affatto ozioso, anche se fatto di domenica mattina. è una questione alla quale penso spesso confrontando il senso del pudore nelle varie culture.
in questi casi mi viene sempre in mente il paradosso di quelle foto erotiche dove le donne sono nude ma hanno gli occhi coperti da una maschera. il corpo nudo risulta meno erotico degli occhi. l’ossessione islamica per il corpo femminile si rivela proprio in queso tentativo di cammuffarlo.
Sono d’accordo con quello che dite entrambe. La differenza tra lo scoprire un polpaccio, o la vita, o gli occhi è chiaramente solo un problema di dove si mette il segno, e in questo senso non c’è un modo universalmente riconosciuto come giusto. Se si pensa a tribù in cui si fa in giro a seno scoperto ad esempio, risulta molto più facile capire che è “solo” un problema culturale. Le imposizioni di tipo culturale però dettano quello che succede in caso non si seguano le “regole”, che a seconda della gravità della deviazione da quello che è mediamente accettabile va dall’essere derisi, all’isolamento, alla prigionia (in caso la regola sia anche legge). Però se non si rispetta una regola religiosa, allora si va all’inferno, ci si gioca la vita eterna, o qualsiasi altra cosa terribile gli dei hanno in serbo per noi. Capite la differenza? Io posso essere pronta ad affrontare le ire della società, posso unirmi ad altri che la pensano come me e cercare di cambiare il modo di pensare, ma cosa posso fare per far cambiare opinione a Dio?
Trovo che il passo del Corano che hai riportato sia molto bello, la raccomandazione ad offrire cio’ che abbiamo di piu’ bello solo alle persone piu’ care. Il problema poi e’ capire cosa sia piu’ bello… se tuo marito o qualunque autorita’ dice che i tuoi occhi sono troppo belli, finisci col burqa.
E’ ovvio che molte nostre (in senso di esseri umani) abitudini si sono consolidate nel tempo dalle basi piu’ disparate. Molte sono comuni a grandi aree geografiche e diverse religioni. Penso ad esempio al fatto di coprirsi la testa: per le donne cristiane e’ una cosa da fare in chiesa, gli uomini ebrei portano sempre un copricapo, i turbanti o i cappelli di alcune zone musulmane etc. Questo solo per dire che una cosa e’ coprirsi il capo in segno di rispetto in occasioni particolari, un’altra secondo me e’ coprire tutto o quasi il viso. Non credo che le due cose provengano dalla stessa tradizione…
in effetti c’è un paradosso in questo tentativo di velare. da una parte si vela per onorare e rispettare, dall’altro per chiudere e isolare. un viso coperto non permette comunque di comunicare, è chiaro che è un’ambivalenza della quale bisogna essere consapevoli.
Dopo cinque ani passti alondra, vedere una donna con l’hijab mi fa lo steso effetto che vedere una persona con gli occhiali (da vista), cioè nessuno. La maggioranza delle mamme dei miei alunni lo indossa, e ci sono molte bambine a scuola che lo portano a partire dalla reception (5 anni).
Il velo integrale, il niquab, quello che lascia scoperti solo gli occhi insomma, continua invece a mettermi a disagio, nonostante ne veda molti per strada, e lo indossimo entrambe le mammme che vivono al piano di sotto.
Se ci penso un po’ penso che sia soprattutto per il valore simbolico che assume, ai miei occhi, il fatto di coprire la bocca, come a volere limitare il principale mezzo di espressione della persona. Questa è un’interpretazione assolutamente personale e neanche troppo razionale, ma è così che percepisco queste donne: come imbavagliate.
Sono anche donne che camminano su edgware road sempre almeno un metro dietro al marito e ai figli, cariche di borse della spesa mentre gli uomini hanno le mani libere, senza che nessuno rivolga mai loro la parola tranne che qualche cenno con la testa…
Il niquab, in queste condizioni, mi appare soprattutto come espressione di sottomissione a un’autorità superiore, poco divina e molto umana, e mi chiedo quanto possa davvero avere a che fare con una scelta religiosa.
Insomma, grazie Piattins per aver sollevato la questione e per i link suggeriti: anche io ho voglia di approfondire e di cercare di capirne di più.
Ti segnalo un libro sulla questione del velo un po’ insolito: “Does my head loook big in this?” di Randa Abdel-Fattah. E’ un romanzo per giovani lettori, la storia di una ragazzina che sceglie di indosare il velo e le reazioni dei suoi amici e familiari. E’ una lettura velocissima e non impegnativa, ma la voce narrante è insolita e interessante.
ciao!
Due pensieri:
1 – quest’estate osservavo la gente intorno a me, al mare. Una parte non trascurabile delle famiglie italiane rispettavano lo stesso schema che tu descrivi: lei era a capo scoperto ma carica di borse e magari pure con un bambino per mano, lui bel bello libero come l’aria. Penso che ciò nasca dal fatto che in alcune culture caricare la donna di pesi (reali e non) viene spacciato per un’assegnazione di responsabilità e importanza. Magari ci faccio un post.
2 – secondo me ci sarà una vera eguaglianza tra donne che portano il velo e donne che non lo portano quando una ragazza che si vuole mettere il velo provocherà le stesse reazioni di una che se lo vuole togliere, in tutte le famiglie. Invece mi risulta che ora le famiglie di chi si vuole mettere il velo abbozzano ma si rassegnano, mentre molte famiglie di chi se lo vuole togliere reagiscono ben peggio.
grazie elle, trovi in parte una risposta nel commento di barbara e nella mia replica. mi cercherò il libro, che la questione della scelta del velo è molto interessante.
lanterna: sulla prima questione aspetto con ansia il post, anche perché sai che ho sempre detto di aver capito meglio la mia cultura dopo aver studiato quella araba.
sulla seconda questione direi che piuttosto la scelta non dovrebbe provocare alcuna reazione. purtroppo oggi qualunque cosa decida una donna araba provoca sempre qualche reazione, qualche critica e anche peggio, nel mondo musulmano come in occidente (vedi casi della francia, ma anche da noi) ci torno, ci torno
In attesa di poter formulare il post (in questo momento ho i figli che cantano in background, non molto rilassante come colonna sonora), ti lancio questa provocazione: qualsiasi cosa si voglia fare al di fuori delle aspettative della famiglia provoca scandalo, tra le arabe come tra le italiane, tra le donne come tra gli uomini, là come qua.
Immaginati se io avessi deciso di non fare l’università, come invece mia madre aveva preventivato fin dalla mia nascita: sai che casino? O quando un ragazzo decide di farsi prete: al momento non conosco nessuna famiglia, nemmeno tra quelle cattoliche, che non cercherebbe di fargli cambiare idea. Forse il fatto è che in occidente le aspettative delle famiglie riguardo il comportamento dei figli si discostano di meno rispetto ai desideri dei figli. Forse semplicemente le famiglie arabe stanno attraversando una specie di ‘68, che noi abbiamo già metabolizzato.
Piattins, io amerei vedere i corpi umani, maschili e femminili, il più liberi e intoccati possibile. Il velo mi provoca una profonda irritazione, perchè ci leggo l’imposizione e la gabbia, ma altrettanto mal sopporto piercing, tatuaggi, eccessiva esposizione di sè. Mi piace che si goda liberamente del corpo e che lo si rispetti.
anche a me piacerebbe che si godesse del corpo e lo si rispettasse. purtroppo non è così, specialmente quando si tratta del corpo di noi donne. proprio per questo mi interessa parlarne, tu che ne dici? su piercing e tatuaggi non ho ancora un’opinione definitiva. anche lì intervengono ritualità, simbologie, semplici mode, superficialità o autodistruzione. dipende. so solo che avendo un figlio allergico l’ho minacciato se osa farsi toccare da un ago!!!!!
@serena, capisco cosa vuoi dire, ed è vero, lì gioca il senso di colpa, con il quale si devono fare i conti.
Ciao Piattins!
Mi unisco a voi con enorme ritardo, la mia vita in questi giorni è molto complicata e non ho avuto tempo di leggere alcunchè!
Intanto grazie per il post educational, perchè ammetto di essere molto ignorante al rigardo.
Secondariamente, anche io vedo in questo tema del velo un pretesto per farmi domande su noi donne occidentali, anche noi omologate a nostro modo. Mi è accaduto di pensare che dietro ad un bel velo ci potrebbe stare una comodissima tuta da ginnastica, zero trucco e molto relax.
Detto ciò, sono contrarissima al velo in ogni sua sfumatura, però cerco di capire.
Anche se come ha detto qualcun’altro più sopra, un velo che ti copre la faccia è un modo per cancellare la tua identità e farti tacere.
Attendo le prossime puntate che seguirò più velocemente!
ciao veronica. trovo che il velo cancelli l’identità:
1) nella misura in cui associamo l’identità all’aspetto esteriore;
2) nella misura in cui diamo importanza all’individualità rispetto alla collettività.
il valore dell’individualità è in genere associato alle culture occidentali e cristiane. se guardi alla questione con l’occhio di chi non considera importante la specificità dell’individuo o se vuoi, guarda con occhio negativo l’individualismo, ecco, la questione del velo perde questa connotazione “opprimente” che NOI associamo.però dovrei andare a leggere quel forum linkato e capire cosa ne pensano LORO. lo farò.
L’ho fatto:
http://luccioleelanterne.blogspot.com/2010/09/loccidentale-emancipata.html
la questione mi ha appassionato e mi sono espressa anch’io qui (citandoti)
http://pollymammatripla.blogspot.com/2010/10/velo-dico-io.html
Penso che non si debba provare imbarazzo o disagio difronte a donne velate di cui si vedono solo gli occhi, questo in particolare mi urta.
Per qualsiasi ragione debbano indossare e coprire così tanto di sè o che vogliano farlo, che significhi cancellare la propria identità o no, trovo che sia molto più accogliente ascoltare,e avvicinarsi che rimanerne colpiti.
Perchè isolarle ancora di più con il nostro stupido sconcerto?
Sotto quei veli ci sono delle donne..
Rispondo io solo perchè mi sembra di capire che con la parola “disagio” che Piattins ha usato riferita a me, si sia creato un malinteso.
Io non provo certamente un disagio che mi porta a ghettizzare le donne velate. Provo un disagio legato al fatto che da buona occidentale non approvo il velo, poichè lo valuto opprimente. Detto questo, che è puramente opinabile, credo che oggettivamente il velo sia un ostacolo anche solo ad una banale conversazione tra donne in un luogo pubblico. Il velo totale è ghettizzante perchè ostacola anche i contatti casuali, pure se nutriamo sentimenti di curiosità/solidarietà verso quelle donne.
il disagio di cui parlavo all’inizio è che ha dato spunto al post lo intendevo nella sua valenza positiva. provare disagio in alcune situazione vuol diri sentirsi messi in discussione, e quindi rimettere in discussione gli stereotipi, le idee ricevute, per fare un calco dal francese, e mettere al loro posto le nostre idee, elaborate a colpi di esperienza, sbagli e riflessioni.
arrivo stra-in ritardo, ovviamente.
secondo me c’e’ un punto da considerare: la cultura e la tradizione di un popolo, di un paese.
che ci si sembri giusto o sbagliato – a meno che non vada DAVVERO a ledere i diritti umani, dobbiamo rispettarla.
esempio: a me capita di andare in india per lavoro e vedo cose tremende: la gente mi chiede come le persone li’ possano accettarle. ecco, io ovviamente non ho la risposta assoluta. lo spiego a me stessa con la religione e la fortissima cultura che ha quel paese. anche a me sembra assurdo, ma e’ cosi’.
per il velo, poi, e’ ancora un altro discorso. ok, ci sono casi in cui diventa un’ imposizione ma non e’ sempre cosi’! anzi!
la maggior parte delle donne VOGLIONO indossarlo. o comunque VOGLIONO coprirsi. io ho un’ amica di istanbul che non porta il velo ma quando ci capita di andare a fare shopping insieme lei guarda con disgusto (:-D) le cose che compro io.
io che a milano vado in giro e sembro una suora, a volte, da come sono vestita. da noi e’ normale. e qui non si parla di liberta’. io non mi sento piu’ libera se indosso una minigonna. io mi sento libera se posso non soffocare la MIA cultura, la cultura del MIO paese.
la tradizione di un paese è fondamentale perché influenza la percezione delle cose di chi ci vive. avendo integrato dentro di me le varie percezioni mi rendo conto di come siamo liberi solo in parte, la nostra battaglia deve essere quella di essere consapevoli per scegliere. soprattutto noi donne subiamo ancora di più i condizionamenti culturali. per questo secondo me il discorso sulla moda non è solo uan questione di colori o di stili ma è più profondo, è sociologico e culturale. imparare a vestirsi, essere consapevoli di quello che si indossa, imparare a rispettare il proprio corpo, a sentirsi liberi è secondo me una conquista. comunque l’argomento è aperto…
assolutamente si’, il punto e’ la consapevolezza. e l’ argomento e’ apertissimo. purtroppo la ragazza che mi ha chiesto di scrivere questi post non ha molto tempo ma mi ha promesso di scrivere qualcosa, di darmi informazioni … (lei vuole rimanere anonima perche’ conosce un’ altra ragazza che mi segue e non vuole far sapere che e’ lei … )
in piu’ io sono entrata in un vortice di impegni assurdo e ho zero tempo. pero’ voglio impegnarmi ad aggiornare la rubrica con regolarita’. e a leggere le altre cose che hai scritto sull’ argomento.
paola