Hebron

Quello che era successo a Muna durante la nostra visita al mercato di Hebron per gli abitanti della città era pane quotidiano.
Quel luogo era e rimane una contraddizione vivente, e la rappresentazione più esemplare del conflitto israelo-palestinese.
Secondo la Bibbia, fu qui che il profeta Abramo, patriarca degli Ebrei, acquistò per sé e per i suoi discendenti una grotta da destinare alla sepoltura della famiglia: la Grotta di Macpelah o Tomba dei Patriarchi. Ma questa tomba è sacra anche per i cristiani (che durante il periodo bizantino vi costruirono una basilica) e per i musulmani, perché Abramo è anche il loro patriarca, e quindi vi edificarono sopra una moschea: l’Haram el-Khalil (luogo sacro di Khalil, epiteto di Abramo, che vuol dire amico di Dio) . Alla fine il luogo fu diviso in due parti: da un lato una moschea e dall’altro una sinagoga. Per visitarle entrambe bisognava passare due volte sotto un metal detector e sottoporsi a più di una perquisizione. Di certo l’afflato religioso non era il sentimento più diffuso lì intorno.

Proprio per la sua natura sacra la storia di Hebron è sempre stata un susseguirsi di lotte sanguinose tra ebrei e musulmani all’interno della città stessa. Se cercate notizie su questa interminabile guerra, scoprirete che a seconda delle fonti consultate vengono ricordate con più accanimento le violenze della parte avversa.
In epoca recente due date sono però da ricordare, non solo per la particolare brutalità dei massacri, ma soprattutto per il significato attribuito loro dalla memoria storica della popolazione.
La prima è il 1929: l’anno delle rivolte arabe contro il mandato Palestinese, quando 67 membri della comunità ebraica di Hebron (vecchi, donne e bambini) furono massacrati dai loro vicini musulmani.
Questa data non è mai stata cancellata dalla memoria israeliana, soprattutto perché di poco precedente all’evacuazione forzata del resto della popolazione ebrea nel ’36 da parte dell’autorità britannica, in seguito alle successive rivolte arabe.
Riappropriarsi della città, e mantenere la presenza, è rimasta una questione simbolica e profondamente politica. Andarsene avrebbe voluto dire concedere la vittoria agli arabi dopo il massacro del ’29.
Nel 1967, quando Hebron cadde sotto il controllo israeliano dopo la guerra dei Sei Giorni, fu dato l’esercito l’ordine esplicito di bloccare qualunque tentativo di insediamento nella zona da parte dei coloni, per evitare ripercussioni. Ma il 12 aprile del 1968 il rabbino Moshe Levinger, insieme a 32 famiglie ebree, contravvenne all’ordine e prese in affitto tutte le stanze del Park Hotel nella zona nuova di Hebron, creando il primo nucleo di reinsediamento.
Un mese dopo, il governo votò una mozione con la quale legittimava la presenza della colonia nella città sacra, e creando un avamposto militare.
Nel ‘70 venne poi costruita la colonia di Kyriat Arba sulle colline intorno alla città.

Proprio all’inizio del processo di pace di Oslo, nel 1994, avvenne il secondo evento simbolico, che rese l’attuazione dei trattati ancora più difficile.
Il medico israeliano Baruch Goldstein, da poco trasferitosi dagli USA alla colonia ebraica di Kyriat Arba, a Hebron, uccise 29 musulmani in preghiera nella moschea.
Altri 30 palestinesi vennero uccisi in seguito alle rivolte e alle dimostrazioni scoppiate in tutto il paese.
L’esercito israeliano impose il coprifuoco per la popolazione araba, e il divieto di entrare nella Moschea.
Qualche mese dopo, a luglio, attentati antiebraici insanguinarono Buenos Aires e Panama.

La questione di Hebron diventò di colpo prioritaria.

Hebron fu divisa in due zone distinte e separate con la presenza continua di forze militari armate israeliane, che controllavano gli accessi alle zone e alla Tomba dei patriarchi, e di un “contingente” disarmato di osservatori delle Nazioni Unite la TIPH – the Temporary International Presence in Hebron (TIPH) – che aveva lo scopo di osservare/monitorare la situazione della città (senza poter intervenire) e le relazioni tra palestinesi e israeliani.

Il 15 gennaio del ‘97 Natanyahu e Arafat finalmente firmarono, all’interno degli accordi di Oslo, il protocollo per il ritiro israeliano dai quattro quinti di Hebron.

La città venne così divisa in due settori: Hebron 1, circa il 20% della città, sotto controllo dell’esercito israeliano, e Hebron 2, posto sotto il controllo dell’Autorità Palestinese, in accordo con il cosiddetto Protocollo di Hebron.

Ma la situazione divenne schizofrenica.

Polizia palestinese ed esercito israeliano avevano il compito di mantenere la sicurezza di tutti gli abitanti: 400 coloni ebrei e 120.000 palestinesi.

Ovviamente ci riuscivano solo in parte.

Girando per le strade della città vecchia, guardando le camionette dei militari schierate sulla via principale che divideva la parte araba dalla colonia di Tel Rumeida (una colonia fondata nel 1986 da poche famiglie ultraortodosse), Hebron mi fece l’impressione di un’enorme trappola per topi.
Tra le vecchie case a più piani, un tempo dimore di lusso, lo spazio del cielo visibile era oscurato da fitte reti di protezione, cariche sotto il peso degli oggetti lanciati dai piani alti delle case vicine, abitate dai coloni.

Muoversi era un problema, per tutti.

A ogni nuovo scontro Hebron veniva chiusa, ed era impossibile entrare e uscire per vie legali.
I Palestinesi della città vecchia, così come quelli delle ampagne, vivevano intrappolati: dalle reti, dai limiti imposti sulla circolazione urbana, e dai continui coprifuoco.
I loro figli avevano (e hanno ancora) bisogno di essere scortati per raggiungere la scuola.
Ogni tragitto era un’impresa, e un rischio.

Ma anche i coloni erano in trappola.
Non dimenticherò mai la scena di un bambino di scuola elementare che tornava a Tel Rumeida sulla strada principale, chiusa agli arabi, scortato da quattro militari in uniforme.
Con i calzoncini corti della divisa scolastica e la kippa in testa, avanzava a testa bassa, senza guardarsi intorno, ignorando gli insulti dei bambini arabi e i nostri sguardi sconvolti.
La convinzione di essere nel giusto, per chi decide di far vivere i propri figli in un gruppo di case in territorio ostile, deve essere molto forte, pensai.
E ancora lo penso, come penso che la percezione della realtà che abbiamo sia più forte di qualunque evento reale.
Kyriat Arba, la colonia da dove veniva Godstein, era anch’essa un gruppo di case circondato da muri, e da garitte di sorveglianza, come un residence di lusso in mezzo a una bidonville.
All’ingresso, in una piazza, la sua tomba era venerata come quella di un martire.

In quell’anno Hebron e Gerusalemme erano i punti caldi del conflitto. I nodi su cui rischiava di impigliarsi continuamente il processo di pace.
Ora di Hebron non si parla da un po’.
L’attenzione è andata prima a Betlemme, poi a Gaza, e dopo la vittoria di Hamas Gaza è rimasta al primo posto dell’interesse mediatico.
Ma questo non vuol dire che nelle altre zone si viva meglio, o che non accadano eventi di qualche rilevanza.
Vuol dire solo che le voci si sono affievolite, sono state fatte tacere, o che semplicemente è troppo complicato ascoltarle.

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19 Responses to “Hebron”

  • Raperonzolo says:

    Grazie per questo spaccato su Hebron. Ne sapevo poco o niente.

  • piattinicinesi says:

    @Rapettina, quando scrivo a quest’ora ti penso sempre. so che sei sveglia e mi dico, chissà se Rape fa in tempo a leggerlo prima di andare a letto..così mi sbrigo a finire :) ))

  • alleg67 says:

    molto bello il tuo racconto rende benissimo l’idea.sai che un po’ ogni tanto mi ci sento nel contesto?non sempre, e non tutti i giorni, ma capita, quando c’é nell’aria un non so che che fà paura, che vai al mercato e in giro non vedi nessuno e sono tutti cupi, e annusi nell’aria il pericolo, non sai dov’é , ma sai che é presente, poi controlli della polizia, e tu sei scortata a vista dai poliziotti, non é piu’ come una volta, anzi direi che é sempre peggio, parlo della città!!

  • piattinicinesi says:

    @alle credo che molte cose stiano cambiando in questi anni. dopo l’11 settembre il clima di ospitalità e sicurezza che c’era in alcuni paesi ha risentito della tensione internazionale e delle reciproche incomprensioni.è molto interessante che tu ne parli, un bacione

  • alleg67 says:

    come hai ragione , infatti tutto é incominciato da li’, donne vestite all’occidentale che il giorno seguente si sono messe il vestito tradizionale e non l’hanno piu’ tolto, l’ostilità e l’odio lo senti , lo annusi, diciamecelo chiaro, non sempre é cosi’ e non con tutte le persone, pero’ c’é, che chi ti insulta e chi ti sputa addosso, pero’ ribadisco questo succede nella grande città, mai nei paesini.pensa che dopo i vari attentati, riusciti e non, in tutti i negozi di marche internazionali c’é la sicurezza con il metal detector portatile, a dirte il vero anche a scuola, per non parlare degli hotel che devi passare dentro come per andare all’aereoporto…ce ne sarebbero di cose da dire..sai é facile parlare seduti comodi sulla propria poltrona in Italia, o altrove ,non importa , vivendo in ambienti completamente protetti, intanto chi ci rimette é la gente comune, che deve lavorare per mangiare.

  • piattinicinesi says:

    la contrapposizione islam occidente seguita all’11 settembre ha portato a una islamizzazione di ritorno anche in paesi più laici, come il Marocco.mi dispiace che tu debba viverlo a livello quotidiano, non è giusto per nessuno…

  • Verde says:

    ma sei che ogni volta che leggo un pezzo penso al fatto che tu hai vissuta lì per un pò..e ci sei andata di tua volontà. Che coraggio..

  • zauberei says:

    Bravissima piattina – molto utile ed equilibrato.Ce ne sarebbe tanto bisogno.

  • piattinicinesi says:

    @verde :) @zauber detto da te è davvero un bel complimento :)

  • Anonymous says:

    Molto istruttivo.Ammiro la capacità/la forza di chi è in grado di mantenere la propria obiettività. E qui, ce ne vuole, e tanta! Dunque, ancora, grazie!isa

  • wwm says:

    complimenti e grazie…anche io ne sapevo davvero poco!

  • bstevens says:

    mi accodo a raperò. ci insegni parecchio, con queste tue descrizioni. e ci emozioni ogni volta (ps meno male che ti affretti a finire pro-raperò, altrimenti.. sarebbero dei papiri, i tuoi post! già cosi..)

  • piattinicinesi says:

    @isa sai che scrivere questo diario mi sa molto aiutando a rimettere in ordine i miei sentimenti? è una cosa bellissima@wwm ci sarebbero un saco di cose da dire, mi limito perché di scritti storici ce ne sono tanti, ma almeno così si riprende la prospettiva@bstevens la tua definizione di lenzuolini è sempre nel mio cuore quando mi dilungo. e pensare che prima di aprire il blog ero una scrittrice “stitica”! ma lo sai che quando uno viene preso dal sacro fuoco del’arte (buum) è la velocità delle dita sulla tastiere che aumenta e non la lunghezza del post che diminuisce

  • Anonymous says:

    Che seguendo le tracce di Bstevens avrei trovati belle sorprese non avevo dubbio alcuno.Ma leggerti è un vero regalo.(continua artista, diventa veloce che al massimo saremo noi a leggre a puntate!) giapatoi

  • LGO says:

    Ogni volta che ripasso qui mi viene la spessa idea. e penso <>glielo dico<> e poi <>non glielo dico<>…ancora non ho deciso …

  • piattinicinesi says:

    @lgo dimmelo!

  • oipaz says:

    Ormai piattini sei una delle mie fonti principali di informazioni sulla Palestina… di informazioni vive intendo, che di quelle finte non ne possiamo più. Grazie, come al solito…

  • lexicon_devil says:

    questo articolo è un chiaro esempio di disinformazione è chiaro l'intento di mettere sullo stesso piano il carnefice e la vittima, consiglio a chi non sa niente sulla palestina di vedere questo documentario.in questa parte viene mostrata la vera faccia di Hebron raccontata da ebrei di Peace now .http://www.youtube.com/watch?v=5-6QHtz8NVA&feature=related

  • lexicon_devil says:

    piattinicinesi ha detto… la contrapposizione islam occidente seguita all'11 settembre ha portato a una islamizzazione di ritorno anche in paesi più laici, come il Marocco. mi dispiace che tu debba viverlo a livello quotidiano, non è giusto per nessuno..beh chissa chi è che ha voluto che succedesse che si inasprisse l'odio da islam e occidente, chissa chi ci guadagna in tutto questo.http://www.youtube.com/watch?v=s4Zxo_zpWks&eurl=http://blogghete.blog.dada.net/

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