Chi studia letteratura lo sa: alla base di tutto ci sono le favole. Da Propp a Campbell, dai miti alla psicanalisi, metà della libreria dello studente di lettere è occupata da testi che in un modo o nell’altro riguardano le favole. Personalmente avrei dovuto quindi essere non solo esperta, ma anche consapevole dei contenuti e dei significati di queste storie tramandate da generazioni di narratori e da altre di trascrittori, filologi e scrittori. Eppure, di fronte all’ipotesi di raccontarle un giorno a mio figlio appena concepito, mi trovai di colpo impreparata. Mi venne voglia di addolcire l’orco di Pollicino, di nascondere le sue sette figlie in cantina, di far venire un mal di pancia alla strega di Hansel e Gretel, dire che forse i loro genitori non li avevano spediti nel bosco per sopravvivere alla fame, ma solo persi per distrazione, e che il lupo di Cappuccetto Rosso era in fondo un bonaccione spelacchiato e in via si estinzione, in cerca di una qualche compagnia.
Mi ci è voluto un po’ di tempo (e la lettura de “Il mondo incantato” di Bettelheim) per abituarmi all’idea che i miei figli sarebbero stati, nel mondo, al di fuori delle mie campane di vetro, e che le favole, raccontando la realtà, avrebbero loro indicato una strada da seguire per orientarsi in questo bosco complicato che è la vita.
Da allora ho letto loro diverse raccolte di fiabe, e soprattutto le Fiabe italiane di Calvino. C’è un suo libretto, “Sulla fiaba”, nel quale racconta il lavoro di raccolta, selezione, trascrizione e a volte riscrittura di queste favole tradizionali. Vengono fuori i personaggi straordinari dei narratori, capaci di creare mondi con la memoria, attori della pausa, del ritmo, della sorpresa. La necessità di creare una lingua ad hoc, che affondasse le sue radici nella densità del dialetto originale, ma che fosse un italiano per tutti, moderno. Un italiano a volte del tutto reinventato e riscritto, come nella fiaba “il bambino nel sacco” una delle mie preferite, capace di spiegare la cattiveria e gli abusi degli adulti e di indicare ai bambini una strada di astuzie verbali e furberia infantile per non farsi mai “mettere nel sacco”.
E c’è a un certo punto la spiegazione del perché lui si sia sempre sentito attratto dalle fiabe. Una spiegazione così lucida e semplice che ho pensato di trascriverla qui, e non aggiungere altro.
” (le fiabe) sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminio delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna, soprattutto per la parte della vita che appunto è il farsi di un destino: la giovinezza, dalla nascita che sovente porta in sé un auspicio o una condanna, al distacco dalla casa, alle prove per diventare adulto e poi maturo, per confermarsi come essere umano. E in questo sommario disegno tutto; la drastica divisione dei viventi in re e poveri, ma la loro parità sostanziale; la persecuzione dell’innocente e il suo riscatto come termini d’una dialettica interna a ogni vita; l’amore incontrato prima di conoscerlo e poi subito sofferto come bene perduto; la comune sorte di soggiacere a incantesimi, cioè d’essere determinati da forze complesse e sconosciute, e lo sforzo per liberarsi e autodeterminarsi inteso come un dovere elementare, insieme a quello di liberare gli altri, anzi il non potersi liberare da soli, il liberarsi liberando; la fedeltà a un impegno e la purezza di cuore come virtù basilari che portano alla salvezza e al trionfo; la bellezza come segno di grazia, ma che può essere nascosta sotto le spoglie d’umile bruttezza come un corpo di rana, e soprattutto la sostanza unitaria del tutto, uomini bestie piante cose, l’infinita possibilità di metamorfosi di ciò che esiste.”



Proprio il post giusto al momento giusto! Abbiamo proprio bisogno di qualche spunto per capire meglio le favole crudeli e la loro utilita’! Grazie
il libro di Bettelheim è bellissimo e te lo consiglio, oltretutto è una lettura piacevole e non accademica. e comunque vale come al solito la regola che ogni bambino è un mondo a sé. alcuni si mettono la testa sotto al cuscino appena entra in scena un personaggio cattivo ma vogliono sentire la favola più e più volte, altri parteggiano per il lupo e piangono quando i porcellini lo cacciano via. ognuno ha la sua favola e bisogna saper scegliere. le favole di cavino le consiglio sempre perché è anche un modo di riappropriarsi di paesaggi, di tradizioni e di una lingua che ci appartengono profondamente.
L’ho letto. E’ un libro davvero illuminante che consiglio a tutti. Per leggere le favole ai bambini entrando in punta di piedi in quelli che sono i loro meccanismi di comprensione ed elaborazione dei contenuti!
Hai ragione sia Bettelheim che Propp sono stati a suo tempo una botta in testa nel senso di un modo completamente nuovo di guardare alla costruzione dei racconti.
Inoltre di Tolkien mi era piaciuto moltissimo Albero e foglia, un saggio sulla fiaba con tre fiabe sue dopo. Leggetevi anche quello, chi è interessato.
grazie dei suggerimenti
)
Bettelheim è stato una scoperta illuminante, avvenuta per fortuna quando ero ancora adolescente, e che mi ha permesso di fare rapidamente i conti con la mia infanzia. Mentre mia madre, infatti, raccontava di tutto, mio padre ha sempre raccontato una sola e unica fiaba: Barbablù. Nella versione originale dei fratelli Grimm, quella in cui chi deve morire muore, e pace
per curiosità, l’hai trovata la “tua” favola?
Egle o Sgorbietto
L’ho sempre trovata eccessivamente crudele. E molto realistica. Un anno ero andata in colonia (pure questo!) e c’erano diversi bambini tedeschi focomelici. La colonia era gestita dall’UDI, e se si trattava di dire pane al pane nessuno si faceva pregare. Una di quelle cose che ricordi per tutta la vita…
Inutile dire che ADORO le fiabe. Ho letto Calvino, i Grimm, Perrault, Andersen, Esopo e Fedro, La Fontaine, Tolkien e una marea di raccolte di fiabe: scozzesi, finlandesi, norvegesi, le mille e una notte… Mi piace la loro struttura, sempre uguale, ripetitiva… Mi piacciono i personaggi, le situazioni, le ambiantazioni… Mi piace tutto. Non credo che cambiare i finali e addolcirle sia la soluzione. Le fiabe spiegano la vita e la vita non è sempre una strada in discesa… I tuoi post sono sempre interessantissimi!
Jolanda! e chi se non tu poteva meglio apprezzare un post sulle fiabe? Ti sosterrò per sempre in questa comune passione
molto bella la riflessione sulla fiaba di calvino!
invece bettelheim non mi ha mai convinta fino in fondo, forse pechè le sue parole mi sono sembrate un po’ lontane culturalmente, legate a una scuola di critica psicanalitica piuttosto rigida
sullo stesso tema, ho apprezzato di piu i libri di maria tatar (in particolare, “The annotated classic fairy tales” e “Enchanted hunters: the power of stories in childhood”.
partono da riflessioni simili a quelle di bettelheim, ma le sviluppano in modo piu ricco, piu fresco
ciao!
Elle
sono contentissima di questi suggerimenti. la lista delle letture si allunga
)
inoltre, Elle, hai un bellissimo blog e hai un master in letteratura per bambini. ciò è assolutamente fantastico. riempimi di bibliografie e ti sarò grata per sempre.
in bocca al lupo!
Circa un anno fa, ho letto “Chi ha paura dei Fratelli Grimm” di Zipes, l’ho trovato molto illuminante nello smontare la teoria steineriana per cui le fiabe dei fratelli Grimm rispecchiano fedelmente l’archetipo: col cavolo! Nella prima versione del 1400-1500 (italiana, peraltro), Cappuccetto Rosso si mette in salvo da sola e tanti saluti alla funzione salvifica del cacciatore!
ho trovato questo, è solo un’anteprima ma ci sono alcuni capitoli interessanti da leggere sciuè sciuè, grazie Lant
Ero alla ricerca di qualche lettura interssante per il mio bimbo e mi sono imbattuta nel tuo sito .Ho appena iniziato a navigargi e lo trovo interessantissimo ,l’ho aggiunto ai preferiti ciao Chiara