l’harem, il sultano e sherazade

Ci sono volte in cui si è talmente immersi in una situazione da non rendersi conto che si continua  a ragionare sulla base di parametri limitati, come un pesce rosso convinto che il mondo sia circolare, trasparente e sbattendoci il muso sopra faccia toc.

Per questo a volte bisogna uscire dall’acquario, e porsi in una prospettiva nuova, o semplicemente diversa. Osservarsi come ci osserverebbe uno straniero. Con lo stesso stupore.

Ero immersa in questi pensieri quando stufa di sentire parlare di harem, di sultani e di odalische compiacenti mi è venuta una irrefrenabile voglia di rileggermi La terrazza proibita di Fatima Mernissi, un’autrice marocchina che amo molto. In questo libro lei racconta della sua infanzia in una vecchia casa della medina di Fès. Una casa dove le donne avevano uno spazio riservato, e protetto dall’esterno, in cui è difficile entrare, ma anche uscire.  L’harem appunto, parola che in arabo deriva dalla radice harama che vuol dire proibire, vietare. In questo spazio chiuso le donne della famiglia vivevano una vita scandita da ritmi estranei allo scorrere del tempo fuori dalla casa, dove l’unica evasione possibile era quella della parola, dell’immaginazione, del ricordo. Parlando, inventando storie, facendo teatro, pensando, le donne sopravvivevano a questa infinita prigionia.

Nel saggio successivo L’harem e l’occidente , Fatima Mernissi racconta del suo personale viaggio, fisico e intellettuale, nella concezione dell’harem in occidente. Fu durante le conferenze di presentazione del suo libro, infatti, che si rese conto che i giornalisti che la avvicinavano avevano dell’harem l’immagine lasciata dagli orientalisti. Un’immagine di lascivia pigra e rassegnata, un’offrirsi al sultano di donne disponibili al piacere, una immobilità dei corpi, una mollezza, rappresentata da un osservatore che spii dal buco della serratura.

In realtà nell’harem non c’era questo. Piuttosto c’erano tensioni, lotte di potere, intrighi, complicità e vita, anche se confinata. E il sultano doveva fare attenzione al suo harem, perché all’interno c’erano donne prigioniere, ma non certo remissive. Donne potenti, e attive, a modo loro.

Ogni volta che si rinchiudono le donne in uno stereotipo, in un palazzo, in un ruolo, lo si fa per paura di questo potere. Si cerca di neutralizzarle. Di spaventarle. Di far credere loro che non ci sia altra soluzione.

L’unica evasione possibile allora è quella della parola, dell’immaginazione, del ricordo. E’ così che Sherazade salva il sultano dalle sue ossessioni e salvando lui salva anche le altre donne dalla morte.

Oggi siamo davanti a un altro fraintendimento.

Si sbircia da un buco della serratura dentro un finto harem di odalische compiacenti e passive.

Mentre invece è un luogo di intrighi, di manipolazioni, di giochi di potere giocati attraverso i corpi femminili.

E intanto  le donne sono prigioniere dell’ossessione del sultano.

Perché è questa la verità. Che tutte ormai siamo prigioniere di un enorme harem, in cui non è più possibile essere normali, pensare di avere diritto a usare la propria intelligenza, le proprie forze, la propria energia.

E l’unico modo di uscirne è ancora la parola, l’immaginazione, il ricordo. Come Sherazade.

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11 Responses to “l’harem, il sultano e sherazade”

  • Monica S. says:

    molto interessante…e Sherazade è una delle igure femminili che amo di più…mi sa che mi leggero’ i libri che hai citato…da quale mi consiglieresti di iniziare?
    :-)

  • LGO says:

    E’ un bel post, Piattins, davvero.
    Ma Sherazade alla fine salva solo se stessa.
    Non vogliamo invece aprire la porta del serraglio?

    • piattins says:

      In realtà nelle mille e una notte sherazad offre se stessa proprio per salvare le altre donne che altrimenti una dopo l’ altra verrebbero offerte in sacrificio al re. Lei è convinta the attraverso la parola e le storie farà cambiare idea al re, Lo guarirà dalla sua ossessione e dalla sua sete di vendetta. E ci riuscirà davvero. Nessuna di noi forse farà cambiare idea al.sultano, ma almeno cerchiamo di neutralizzare i discorsi dei suoi eunuchi e di aprirlo, sì, il spiraglio in cui siamo rinchiuse

  • Lisa says:

    Abbiamo tutte questa voglia, quest’idea di fuga. Quasi quasi. Peccato che non ci sia più un nuovo mondo dove andare. O forse sì?

  • roberta says:

    credo che ci sarebbe un modo molto semplice e indolore per uscirne.
    capire che non c’è nessun sultano.
    che il potere lo legittimiamo noi riconoscendogli questo status.
    che l’interlocutore diventa tale se gli si concede l’onore di interloquire.
    che siamo libere e non c’è nessun harem, eccetto quello che ci lasciamo costruire intorno da noi stesse o dal presunto sultano.
    boh, forse mi sbaglio…

    • piattins says:

      no Roberta, non ti sbagli. diciamo però che stiamo vivendo in un mondo che si comporta così, e per chi la vede diversamente è difficile imporre la propria visione. in questo cso Sherazade dovrebbe svegliare tutti da una grande mistificazione

  • Monica S. says:

    …grazie del suggerimento libresco :)
    Non è certo un caso che Sherazade sia una donna…mi viene in mente la frase della Pinkola Estes: “Le donne non possono sottrarsi. Se cambiamento interiore deve esserci, ogni donna deve farlo. Se deve esserci cambiamento nel mondo, noi donne abbiamo il nostro modo per aiutare a raggiungerlo”…impegnativo…ma vero!

  • Rossella says:

    Hai citato due libri che mi conquistarono anni fa. Fatema Mernissi fa scoprire veramente un altro mondo ed insegna qualcosa del potere delle donne.
    Insegna anche come le donne si alleano o possano farlo nonostante le barriere, mentali e fisiche, loro imposte.
    Certo nel mondo di Fatema Mernissi ci sono molti ma, come in ogni mondo reale, è responsabilità, credo di ognuna, affrontare questi ma.

  • piattins says:

    @monica no, non possiamo sottrarci, soprattutto adesso.
    @rossella l’alleanza di cui parli è molto importante, nella terrazza proibita è molto evidente anche il passaggio di consegne e di esperienza dalla zia single alla nipote, un passaggio che noi stiamo perdendo perché le donne della generazione precedente si mettono in competizione con quelle più giovani, sia perché non vogliono perdere lo status di giovane, sia perché costrette dalla precarietà della vita. Un’altra cosa che mi ha colpito rileggendo il libro l’harem e l’occidente, è stato questo interesse dell’arte e della lettertura islamica per la donna che agisce, non per quella immobile che si lascia solo guardare. hai ragione, ci sono dei ma, ma i libri sono una miniera di ispirazione

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