Premessa
Ovvero dove si spiega che la madre di famiglia basta che le dai tregua un attimo e invece di abbattersi sul letto alle 9 della sera anela giustamente pure lei ad una intensa vita culturale
Piattini l’altro giorno andava a prendere Power a scuola e intanto pensava ai fatti suoi.
Pensava, per esempio, che High quella sera sarebbe uscito per una serata di soli uomini.
Che i pargoli, dopo le attività frenetiche degli ultimi giorni, per una volta si sarebbero addormentati senza dover ricorrere a maratone letterarie o padellate in testa.
Che quella sera c’era la partita dell’Italia e che sarebbe stato opportuno astenersi dal telefonare ad amici o parenti o cercare di stabilire contatti con il genere umano nazionale.
Oltretutto non aveva neanche argomenti di conversazione adeguati, visto che era ancora fermamente convinta che il biscotto fosse solo un alimento di uova e farina.
Quella sera, insomma, lei sarebbe stata sola.
Ma la cosa non la turbava affatto, anzi.
Perché a Piattini piace la solitudine, e inoltre aveva voglia di vedersi un bel film.
Uno di quelli che ti spaparanzi nel divano e dici ciao ciao mondo, adesso mi immergo in questa bella storia e arrivederci tra due ore, se riemergo.
Uno di quelli che ti sogni per settimane di vedere al cinema e non ci riesci mai perché il lavoro, l’influenza, i ragazzini.
Uno di quelli che poi quando finalmente hai la serata libera la passi a piangerne la prematura scomparsa dalle sale.
Uno di quelli che rompi le scatole per mesi al tizio della videoteca della quale sei cliente affezionato per sapere quando esce in dvd.
Ma che quando esce il dvd scopri che tutte e 20 le copie di cui dispone la videoteca sono già state affittate a qualche altro cliente che è più affezionato di te.
Maledetti.
Però l’altro giorno Piattini per una volta si rallegrava moltissimo della passione calcistica dei suoi connazionali.
Infatti, arrivata faticosamente in videoteca dopo trascinamento coatto di Power (con subdole promesse di pop corn), aveva finalmente trovato le copie del film in bella mostra sullo scaffale. Tutte e 20.
“Cous Cous, vero?” ha chiesto il tizio della videoteca.
“Sì, Cous Cous” ha ribadito Piattini trionfante “proprio quello”.
Andiamo al dunque
Ovvero dove si spiega checce trova Piattini di tanto bello nel mondo arabo
Piattini quel film se lo voleva vedere da sola, bello grande e proiettato sul muro.
Perché quando stai da solo e segui il movimento della camera a spalla ti illudi di poterci entrare anche tu insieme alla cinepresa, in quel mondo lì, e che lo schermo (o il muro di casa) non è piatto ma ha una dimensione infinita, che ti trascina dentro. E allora tu lo passi quel confine e ti ritrovi in quella luce, che è la luce a strapiombo del mediterraneo. Una luce affilata, dalle ombre corte, dai sentimenti decisi. Bianco o nero, vita o morte, o ti amo o ti odio, amore mio.
Ti ritrovi nell’estraneità di chi ha lasciato casa sua in un tempo lontano, così lontano che non è stato forse neanche lui a lasciarla, ma suo padre, o suo nonno, o chi sa chi.
Di chi ha lasciato appesa ai ricordi di bambino un’immagine che non ha più rivisto.
Un’immagine che lo segue da sempre come un cane randagio e all’improvviso lo assale alle spalle mordendogli la gola.
L’estrema nostalgia di un luogo che non esiste più se non nei suoi ricordi.
Segui la cinepresa e ti ritrovi in un mondo di muri scalcinati, di mattonelle traballanti, di odore di caffè e varechina. Un mondo dove a qualunque ora del giorno o della notte c’è sempre una donna che passa lo straccio per terra, che si lamenta, o che ti consola.
Un mondo dove si parlano lingue che sono l’invenzione di altre lingue.
Piattini, in quanto cinefila perversa, gode selvaggiamente a vedere pellicole in mongolo e in serbo croato. Se poi in un film trova più di una lingua insieme, o delle varianti dialettali, si acquieta e non rompe almeno per due giorni.
Con Cous Cous, era al settimo cielo.
Per due ore si è lasciata titillare le orecchie da un misto di francese, tunisino e franco tunisino,
che è un francese in cui la rotondità delle nasali viene ingoiata dal ritmo sincopato delle gutturali. Una lingua che non riesce ad allinearsi completamente alla regolazione esistenziale della burocrazia contro la quale si scontra continuamente (Il faut faire comme ça, c’est la règle, la legislation est très stricte chez nouz, chez nous chez nous…) e devia in una lingua dove l’affettività, il fatalismo e l’ironia nei confronti della vita a volte sono così forti che devono far ricorso all’arabo, ora e subito. (ana behabbek ia habibti, ana behabbek)
Una lingua di suoni rotti che ognuno parla a modo suo, gli anziani diversamente dai giovani, gli uomini diversamente dalle donne. Ogni donna a modo suo.
Le madri di una volta si affidano al destino, e usano il francese della rassegnazione. Le madri di adesso diventano francesi nella passione politica (on fait la grève, les enfants, il faut combattre) ma al momento di mettere i figli sul vasino rivelano tutta la loro appartenenza mediterranea. Perché la vera madre francese quando il figlio deve usare il vasino è tutta una pedagogia (bravo chéri, tu as fait tout seul comme un grand) e invece per la madre mediterranea l’abbandono del pannolino diventa un fatto personale, e ogni pipì per terra una mancanza d’amore nei suoi confronti. Il comportamento corretto del figlio non è un segno di emancipazione ma di riconoscimento della propria figura, a mamma, tesoro, Ia ummi, habibi, fai pipì nel vasino che sennò mamma piange e le viene una crisi isterica.
Poi ci sono le amanti, dalle frasi secche e ragionate, quelle che devono parlare poco perché la loro vita desta lo scandalo ogni giorno e una parola in più può far cedere il sottile equilibrio su cui si regge la loro accettazione sociale.
E infine le figlie ribelli, quelle che sanno di non essere né carne né pesce, né arabe né francesi, né di una famiglia né dell’altra, né bambine né donne, né madri né puttane.
Quelle che passano la vita con la ribellione nel cuore, sempre arrabbiate anche quando sono felici.
E così mentre Piattini guardava la figlia ribelle che mangiava con le mani e affrontava spavalda i funzionari del comune, si è ricordata del momento in cui era entrata di soppiatto nel Maghreb, attraverso un libro, e se ne era innamorata. Più delle poesie d’amore sui muri di Granada, più della Guerra del Golfo, era stato il fascino delle figlie ribelli.
Anche lei avrebbe voluto essere una figlia ribelle, ma con scarsi risultati.
Però un piccolo vulcano nel cuore ce l’aveva pure lei.
Che non si sentiva né carne né pesce, né siciliana né romana, né niente. Troppo stretta in una mentalità familiare dove le donne si comportano come donne e i maschi come maschi. Ogni libertà si paga. Ti apro una porta e subito la richiudo. Pensa ma non troppo. Fai ma non esagerare. Vai ma non allontanarti. Perché le cose sono così. La gente parla e tutti osservano noi. Non uscire dai binari mai mai mai. Però Piattini soffriva. Perché una volta aperta la porta vedi che ci sono modi diversi di camminare, parlare, mangiare, amare gli uomini, pensare al lavoro, gestire i figli, stare da sola. E a Piattini questi mod
i piacevano, ma aveva una zavorra educativa che le intralciava i movimenti, e la faceva sempre sentire colpevole di qualcosa. Insomma cercava un modello, e arrancava confusa sulla via impervia dell’identificazione del sé, nella fattispecie femminile e adulto. Finché non scoprì il Maghreb. Allora comprese che le si aprivano due strade possibili, o per contrasto andarsene in nord Europa a imparare come si vive dalle vichinghe, o tentare con la medicina omeopatica. Scendere ancora più a sud, iniettarsi piccole e consistenti dosi di sahara per vedere le suo origini mediterranee da una prospettiva rovesciata.
Quel mondo era simile al suo. Era impregnato da un sentimento religioso che regolava ogni gesto della giornata, una religione fatta di fatalismo, pantheon affollati di marabutti e superstizione, ma anche di gioia di vivere, dove i piaceri della terra sono dono divino di cui si ha diritto di godere se lo si divide con gli altri. Un mondo vicino alla terra, dove si vive tutti insieme, si mangia dallo stesso piatto, dove nei cortili d’ombra delle case si respira un’atmosfera promiscua e sensuale, di braccia e gambe nude e bambini che ti assalgono come cavallette. Un mondo fatto di contraddizioni, dove il passato coloniale, l’estremismo islamico e la dittatura ti costringono a fare salti mortali intellettuali per non cedere alle apparenze.
Dove i veli bianchi della moschea convivono con la sensualità di danze scandite dal ritmo del tamburo. Un battito e un movimento del bacino. La musica e il delirio. Un ballo orgiastico accettato socialmente.
E così, lì dove le donne sono più chiuse, i ruoli più definiti, le classi sociali più marcate, la corruzione più opprimente, Piattini vide la Sicilia come un mondo progredito e nordico e si riconciliò con il passato.
E quando le cose vanno male, la vita non ci piace, i figli rompono, e ci sentiamo grasse e brutte, il rimedio omeopatico di Piattini è il seguente
La visione della scena di danza del ventre del film Cous Cous, 20 minuti di una pancia che è una pancia (nessun addominale all’orizzonte) che si muove al ritmo del tamburo.
Miracoloso. Provare per credere.




piattini, te sei il mio mito !
Piattina carissima Ora ufficialmente e non casualmente Capitolina Equilibrista, ce l’ho sempre detto che la Sicilia ci aveva un che de Africo eh:) è carinissima codesta faccenda della cura omeopatica. Però uno stage al Nord – che poi di questi tempi a Nord de Roma ce sta pure er Cile, eh giova alla salute:)
io sto aspettando, sul serio, l’uscita del tuo romanzo.
A me (che la serata libera la ebbi quando il film era ancora nelle sale)la scena che m’è piaciuta di più, in assoluto, è stata la cinquantesse che si sporca il pantalone bianco di sangue per sembrare giovane ancora mestruata….Bello il tuo post!
Fai ma non esagerare. Vai ma non allontanarti….la sicilianità è in queste parole. Io pure l’ho vissuta così, io pure vivevo il conflitto tra il “dover essere” e il “voler essere” e sono fuggita. Per ritrovare me stessa mi sono immersa nel caos di una “metropoli ma non troppo” come Roma, perchè in ogni modo provo conforto nel sapere che se volessi scegliere la dimensione meno cosmopolita della provincia, qui la troverei. Che dire…ti capisco, profodndamente per affinità di esperienza.
@la simo se tu mi vedessi in questo momento cambieresti idea! comunque grazie
)))@zauberilla e infatti da tre anni vado in vacanza in austria, e credimi è la prima volta in vita mia che ritorno volontariamente in un posto dove sono già stata!@serial e io sto aspettando che il mio amico editor torni dalla sardegna (dove si è portato il romanzo) con dei commenti sensati. se non si sbriga comincio a mandarlo in giro lo stesso.@annachiara quello era Caramel, un film libanese fichissimo che è piaciuto tanto anche a me. la scena del sangue era geniale, concordo. e poi almeno un po’ di donne con le cosciotte rotonde, e che diamine!@eva so che mi capisci. in ogni caso è un’eredità di cui non si si libera, quello che succede è che magari prende corpo in un immaginario. secondo me non a caso molti scrittori siciliani lontani della sicilia non fanno che reinventarla nei loro romanzi..
Perchè la Sicilia, per i turisti è un posto bellissimo, ma per noi siciiliani è una condizione dell’anima che ci condanna a voler fuggire per (di)struggersi nella nostalgia di lei. la trinacria è una strega, è un incantesimo che ci avvolge tutti, noi siciliani.
post bellissimo piattini cara!!
Piattini strepitosa, come al solito.
sul mio blog c’è una sorpresa per te!
@eva sì, è vero, una condizione dell’anima@alleg grazie tesorino!
)@rape grazie !!!!!!!!
piattini, questo post trasuda passione. Passione per l’argomento, passione per quello che dici, per come dici. Emerge un’energia quando scrivi qualcosa per cui provi passione, che davvero quelle sensazioni le riesci a evocare.
@lisa questo è un bellissimo complimento!
Sono stanca e spossata oggi, ma leggere un post come questo mi da una forza che nemmeno t’immagini. Grazie, piattini, e grazie a Lisa perché mi ha portato a te… Ogni tanto, quando non trovo il tempo per stare al pc, penso a te, quando mi hai scritto che qualche sera fa hai preso un caffè di notte e hai scritto fino all’alba. Ovviamente sarò una delle prime a leggere il tuo romanzo…
@vale lo sto facendo adesso perché i bambini dormono (di più) non sto lavorando e soprattutto sono motivata dal fatto che c’è qualcuno che mi legge! grazie per l’affetto di lettori che mi dimostrate tutti.
Piattina, questo post, lo scopro adesso! Dio, quant’è belllllo!!! à le lire, on pourrait presque se transposer là-bas: tout y est, les couleurs, les odeurs, les accents et pour finir la musique! ce film, je ne l’ai pas vu… me lo segno
Isa
Ciao Piattins, io l'ho visto cous cous, devo dire per sbaglio, ma è piaciuto molto molto più del film che avevo inizialmente scelto di vedere e che, guarda un po', ora manco mi ricordo più. Cous cous è un film vero, reale, strepitoso, e la scena della pancia della ragazzina (dici bene, "pancia vera" non addominali, non ancia "costruita") che ondeggia e sussulta è assolutamente indimenticabile.
E inoltre sono una mangiatrice e una preparatrice di cous cous di tutti i tipi. Poi ci scambiamo le ricette eh…