perché sei qui?

L’Università di Birzeit era piena di studenti.
C’erano corsi di letteratura e di diritto, di scienze e di differenza di genere.
C’era una sala multimediale con la connessione internet e una spianata esterna dove arrostirsi al sole di mezzogiorno, una sala mensa e un distributore di spremute: arance e pompelmi coltivati a Jaffa, gli stessi che noi in Italia ogni tanto per protesta decidevamo di boicottare.
Guardando gli studenti chini sui libri in biblioteca, o mentre prendevano appunti, non potevo fare a meno di ammirare la loro determinazione.
Ce ne vuole molta per finire gli studi.
Se poi sai che probabilmente i tuoi studi non serviranno a niente la determinazione necessaria diventa infinita.

Ognuno di loro aveva una storia diversa.
C’erano persone tranquille e altre arrabbiate, alcune stanche e altre rassegnate.
Nel mio corso due ragazze velate erano iscritte a biologia, sebbene nel loro futuro non fosse prevista un’applicazione pratica né dell’arabo classico né della botanica.
La laurea serviva loro per arrivare al matrimonio con una dote in più.
Il foglio del diploma avrebbe sostituito le lenzuola ricamate nel baule del corredo.

Però c’era Sawsan, che ci dava lezioni di dialetto e bastava da sola a illuminarti la giornata.
Da due anni lavorava in una ONG e non aveva nessuna intenzione di fermarsi a riflettere sulle proprie sciagure. Lei e i suoi fratelli erano stati educati a combattere gli ostacoli, e probabilmente allattati con un sano ottimismo fin da piccoli.

I professori parlavano due o tre lingue.
Molti di loro si erano formati negli Stati Uniti, in Canada o in Europa, e poi erano tornati a trasmettere il sapere.
Il mio professore di lingua araba era un cristiano cresciuto negli Stati Uniti. Aveva elaborato un sistema di insegnamento personale, basato sulla metodologia anglosassone. Era bravissimo, ma sembrava sempre infastidito da qualcosa, come se si trascinasse dietro una pesante borsa piena di recriminazioni e offese ricevute, che lo rendevano acido e sospettoso.

D’estate l’Università si riempiva di studenti stranieri. Erano giovanissimi, come l’amica che mi aveva ospitato il primo giorno, ed entravano subito nei giri delle feste e delle comitive dei loro coetanei. Poi c’erano quelli più “maturi”, come me.
Tutti comunque, vantavamo le più varie provenienze geografiche e culturali.

Quell’anno conobbi almeno sei teologhe vegetariane, una combinazione di caratteristiche che mi indusse invano a ricercare il legame profondo che poteva esistere tra l’evitare la carne, ricercare Dio e sostenere la causa palestinese.
C’erano anche ricercatori, che preparavano tesi o libri sul fondamentalismo o sulla vita quotidiana nei territori, e giornalisti.
In casa con me c’era una giornalista olandese, che aveva deciso di trasferirsi nella West Bank per poter raccontare da vicino la situazione. Era molto combattiva, e non aveva peli sulla lingua. Dopo una settimana litigò con la nostra terza coinquilina, una teologa vegetariana della Svizzera francese, e lasciò l’appartamento per andare ospite da un collega a Ramallah.
Tre settimane dopo litigò anche con una delle insegnanti. Stufa di sentir parlare di lobby israeliane argomentò che in tutto il mondo esistono anche le lobby palestinesi. Alla parola lobby riferita ai palestinesi ci fu un sommovimento generale. Quando venne da me a cercare conforto, le dissi che ognuno è libero di esprimere le proprie opinioni, ma non è detto che gli altri debbano essere per forza d’accordo.
“Ma è evidente per tutti quello che dico!” mi disse allora.
“Se qualcosa fosse evidente per tutti” le risposi “in questo paese non ci sarebbero problemi”.
Non capì il mio punto di vista, ma non mi offesi.
D’altronde la mia non era saggezza ma esperienza sul campo. Da quando avevo cominciato a studiare arabo ne avevo sentite di tutti i colori, e dopo un periodo di esaltazione in cui avrei difeso a spada tratta qualunque affermazione parlasse bene del mondo arabo, della sua lingua, della religione e del cus cus (una forma di esaltazione tipica tra chi si appassiona per la prima volta a un’altra cultura) ero passata all’applicazione dell’analisi linguistica strutturale e comparativa di qualunque dichiarazione sentissi: ovvero prendevo tutto con le pinze.

Tra coloro che si erano più scaldati dopo la provocazione della giornalista olandese c’erano i figli di coloro che avevano lasciato la Palestina dopo il ‘67, trasferendosi in Giordania o all’estero. Erano abbastanza, ed erano colti, bilingui e agguerriti. Avevano la consapevolezza di appartenere alla classe dirigente, e sentivano che era stato tolto loro qualcosa di profondo e prezioso. Con la rabbia dei vent’anni rivendicavano la loro identità negata, l’appartenenza a una storia e a una terra dalle quale erano stati strappati prima di potervi avere dei ricordi. A volte erano estremi, e quasi sempre poco obiettivi. Ma non ho mai visto nessuno esprimere giudizi obiettivi su se stesso e sulla propria famiglia a quell’età.
Tra di loro c’era Muna.
Muna studiava economia a Washington. Era alta bella e intelligente, e quando parlava della Palestina, terra nella quale metteva piede per la prima volta, le si infiammavano le gote e le venivano le lacrime agli occhi. Muna aveva grandi progetti per il suo paese, voleva finire di studiare e poi lavorare a Ramallah, o da qualche altra parte lì, nei territori.

Un giorno andammo in visita a Hebron. Turismo politico lo chiamavano i nostri insegnanti. Andavamo a vedere, e a conoscere le associazioni, le famiglie, gli abitanti.
In mezzo al mercato un ragazzino sugli undici anni si avvicinò a Muna e dopo aver estratto il coltello dalla tasca dei jeans la minacciò, chiamandola “sporca americana”.
Muna scoppiò in lacrime.
Intervennero i professori, intervenimmo tutti. Dai banchi si mossero i venditori per bloccare il ragazzo e capire cosa fosse successo. Ci fu un chiarimento. Il ragazzo si scusò, ma i suoi occhi dicevano che non era convinto.

Non importa da dove vieni. E’ dove cresci ti fa diventare quello che sei.

Muna pianse ancora a lungo. Ma non solo di paura.
La paura passa, ma certi disincanti dell’età adulta ti segnano a fuoco, per sempre.

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12 Responses to “perché sei qui?”

  • Anonymous says:

    che noia. qual’è lo scopo di questo stillicidio di racconto? far vedere che sei cosmopolita-facciamolapace-vogliamocituttibene?

  • piattinicinesi says:

    no, proprio il contrario, si vede che non hai letto bene

  • Raperonzolo says:

    Affascinante il cosmopolitismo di un’università di un luogo della terra così tormentato. Una curiosità, tu studiavi solo l’arabo o hai frequentato altri corsi lì? Avevi una borsa di studio? Continua il racconto. Ti seguiamo sempre :-)

  • Isabelle says:

    @anonimo, se mi è permesso, vorrei dire due cose:1. Non rimanere “anonimo” sarebbe già stato più corretto prima di lanciare offese! (prima di criticare/giudicare altrui si deve avere il coraggio delle proprie convinzioni, e quindi firmarle per lo meno, no?!)2. penso che quei racconti siano esattamente il contrario di cio’ che dici: non si tratta di far vedere qualsiasi cosa, ma di dare UN punto di vista, di dividere esperienze e pensieri. Ti suggerirei di rilleggere tutto con più obbiettività;)Isa.

  • I pensieri di Alle says:

    bravissima piatti scrivi benissimo, che esperienza favolosa la tua!!capisco cosa dici quando parli che vissuta sul campo, non é come te la raccontano, non hai idea di come sia giusto, l’aria che respiri, gli odori le, sensazioni, come vorrei essere capace di esprimere certi concetti come sai fare tu!!

  • VereMamme says:

    verrebbe voglia di fare un viaggio, un vero viaggio, con temagari tra qualche anno :)

  • piattinicinesi says:

    @rape frequentavo corsi di arabo, dialetto e storia. ma ero lì per avere un appoggio eed entrare in contatto più facilemente con le persone. il programa estivo esiste ancora.@isa grazie, dici una cosa importante si tratta di far vedre un punto di vista, né più né meno. ho già detto all’inizio che questa è una storia personale. di analisi e approfondimenti ce ne sono molti fatti da analisti bravissimi. mal’altro giorno parlavo con un collega che aveva avuto la stessa esperienza e i suoi racconti per me sono stati fondamentali, mi hanno riempito dei vuoti,mi hanno fatto capire tanto. avevo già detto all’inizio, a chi non interessa salti a piè pari i post. non è un obbligo leggere i post degli altri, per fortuna.@alle è anche per questo che mi picae leggere il tuo blog. certi odori, certi racconti apparentemenete minimi (come il natale o la spedizione al mercato) sono in realtà importantissimi per capire uan realtà che altrimenti non conosceresti mai.@veremamme prenotata!

  • Anonymous says:

    dov’è finita Muna?Giapatoi / splinder

  • piattinicinesi says:

    @giapatoi non lo so, di alcune opersone ho perso le tracce. ma chi lo sa…magari un giorno su facebook…

  • marzipan says:

    Piattini, hai già i capitoli pronti. Dacci dentro.

  • LGO says:

    a me piace moltissimo quel tag…”omeopatia culturale”… :-)

  • piattinicinesi says:

    @lgo ho un post che si chiama così anche, e che spiega il perché del titolo ;)

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