La mattina, dopo aver accompagnato i bambini a scuola, Piattini passa davanti all’edicola.
- Signora Piattini, che le do’ oggi, “politicadeprimente”? Oppure vuole “tutto il mondo è paese e fa schifo così”?
- Sfotti, sfotti, pensa Piattini – se sfotti ancora cambio edicolante….
- No guardi – dice però simulando indifferenza – oggi vorrei “misfondodarrosto”, anzi no, mi dia “lamodaperchichaisordimaperoionò”
- Eccola servita signora Piattini, e alla prossima volta…
Piattini infila le riviste in borsa ed entra nel portone di casa, pregustandosi il suo quarto d’ora di calma. Quello delle riviste per lei è un lusso, un piacere sottile e solitario che si riserva nei giorni no, quando ha bisogno di qualche coccola emotiva e vuole evitare di affondare i denti nella prima bomba alla crema che le capita sotto tiro. Allora si fa un caffè, si siede al tavolo e almeno per un po’ dimentica la politica internazionale, i mali del paese, gli inciuci del terrorismo.
Molto meglio la cucina, il giardinaggio, il bricolage, la moda…
La moda specialmente, con tutte quelle belle modelle bidimensionali in posizioni improbabili col vestito di chiffon in mezzo alla tundra, o con la pelliccia a Marrakesh, che ti fanno essere contenta di essere alta un metro e sessantuno, quelle signore dello star system o semplicemente del system che ti aprono i loro armadi: queste sono le mie 200 scarpe, l’anta dei jeans (20 tipi diversi…), il mio shatush (oddio che è uno shatush?) e il mio caftano armeno che uso per ricevere gli ospiti nella villa al mare…
Tutto ciò è fantastico, pensa Piattini. Anche lei ha un caftano (palestinese, però, che High le ha portato dalla Terra Promessa) e potrebbe indossarlo per la prossima cena.
Prossima cena?
Prossima cena….
Lasciamo perdere. Diciamo che prima o poi se lo metterà.
Vabbé voltiamo pagina. Oh ecco, le nuove tendenze, vediamo… Ah bene, bene, c’è lo swap, e che sarebbe? Ah, scambiarsi i vestiti… dunque mandi un po’ di sms, prepari i finger food, e ti ritrovi in casa un gruppo di donne in mutande e canottiera che si provano i vestiti smessi delle altre. Fantastico. Sarebbe quello che lei e Sorellartistica fanno da sempre.
Hum, bene bene, ah pare che lo swap esista anche per i piccoli. E ci mancherebbe. Ah, ma allora se è così Piattini ne avrebbe di cose da insegnare.
Lei e l’amica F. hanno un metodo collaudato da anni.
Dunque dovete sapere che l’amica F. ha un’amica O. che sta molto bene economicamente (beata lei) e ha un figlio solo. Ora dovendo spendere in qualche modo i soldi l’amica O. ha deciso che vuole spenderli per un abbigliamento di qualità ( e di prezzo alto, ça va sans dire).
Piattini e l’amica F. caldeggiano molto questa scelta, perché dopo che il piccolo O. ha indossato i suoi vestiti di qualità e di prezzo alto per il tempo giusto (il tempo di crescerci dentro, in genere qualche mese) i suddetti vestiti passano ad Amicodelcuore, che li usa anche lui per il tempo giusto, dopo di ché passano ad FF, che pur essendo alto come Amicodelcuore è più magro, e quindi ha ancora un po’ di tempo per riempirli, poi gli stessi vestiti passano a Power. Dopodichè Piattini mette tutto in una busta e consegna la collezione completa anni 2000 all’Urlatore solitario, ultimo arrivato nella lista degli amichetti familiari, sperando che il giro non si fermi lì.
In quanto al vintage, Piattini sono anni che attinge all’armadio di sua mamma, e pure di sua nonna. In quegli armadi ci sono vestiti fatti per durare, con stoffe vere e cuciture a prova di cellulite. Due anni fa ha ripescato un tailleur di lana nei colori dell’autunno con bottoni d’epoca e lo ha indossato per i suoi 40 anni. Ditemi se non è stile questo.
E’ che Piattini è cresciuta negli anni 70. Gli anni dell’austherity.
Negli anni 70 Piattini aveva due Barbie e un’amica aliena immaginaria.
Davanti a casa sua c’era un cortile dove giocava a campana, a elastico, a pallammuro e a puzza rampichino. In quel cortile c’era anche un Vapoforno, che aveva una porta sul retro e un comignolo da cui ogni mattina usciva una nuvola bianca e il profumo del pane.
La sera a cena c’era la pastina col formaggino, le uova al pomodoro o pane e latte.
Le targhe erano alterne e certi giorni si andava tutti a piedi, specialmente nei parchi, dove la mamma stendeva una tovaglia e si mangiavano i panini. Era il pic nic, e accanto a loro c’erano centinaia di famiglie che mangiavano sul prato. Anche loro facevano il pic nic.
D’estate si mangiava il gelato: il cono o il cremino, se eri vestito bene solo la coppetta, e se mancava il resto la cassiera ti dava una manciata di caramelle mou.
Il papà lavorava, la mamma faceva quadrare i conti, risparmiando su tutto.
La mamma faceva anche i vestiti. Comprava Burda, sceglieva la stoffa dove costava meno, la lana all’ingrosso, aghi e bottoni.
Piattini aveva jeans arrotolati e zoccoli da olandese, vestiti di maglia e gonne lunghe di velluto.
Cose fatte per durare.
E’ che sua madre aveva fatto la guerra da bambina. Combattendo anche per avere il cibo.
E’ che suo padre, quando la vedeva tutta elegante nel suo cappottino di lana, non poteva fare a meno di ricordare due paia di scarpe estive di quando era bambino, a lacci stritolanti, ricavate dal cinturone della divisa militare del nonno.
E’ che quando non si perde la prospettiva storica si riesce a ragionare un po’ più liberamente.
E si sta avanti. Molto avanti.
E ora, se Piattini la smettesse di sprecare soldi e carta in riviste inutili, avrebbe fatto un altro passo avanti, ma molto avanti. Con buona pace del suo edicolante.



piattini se può consolarti il mio armadio è miseramente vuoto. qualche anno fa ero spesso via x lavoro e avevo un bel po’ di vestiti “seri” x ogni evenienza. poi la mia prolungata assenza ha fatto un po’ di danno in casa, ho trovato una valida sostituta almeno x l’estero, mi sono data una calmata col presidenzialismo…e sono andata ad esaurimento scorte con i vestiti.aggiungici il fatto che dall’epoca sono ingrassata 15kg, che i vestiti li fanno con la carta velina e durano pochissimo, adesso quando apro l’armadio è più vuoto del frigo di un single.ah dimenticavo: sono anche taccagnella con i beni nn indispensabili ( anche se coprirsi credo sia indispensabile), e che prima di comprare x me ci sono i ragazzi che crescono…insomma…stamattina sono andata a pescare sulla roba estiva già messa via, pantaloni di lino con 10° nn è il massimo!!!
uguale solo che di barbie io ne avevo una sola … e la collezione di burda ce l’ho ancora così ogni tanto rileggo
Noi eravamo tre femmine e un maschio, figli di operaio. Quando uscivamo i vicini dicevano: “esce il collegio”. Le gonne a pieghe, le magliettine estive tricottate in casa, i vestitini arricciati in vita e col piegone per la più piccola, sempre rigorosamente uguali anche nei fiocchi per i capelli, mio fratello eternamente coi pantaloni all’inglese blu e la camicia bianca o celeste. I miei erano dei proletari snob. Io però sono più grande di te.
Eh si piattini, non a caso ai tempi spopolavano ‘burda’ e ‘rakam’, e non certo ‘flair’ con le sue quattrocento pagine di pubblicità di capi e accessori da tremila euro il pezzo quando va bene.
Cresciuta ai tempi dell’austerity e nel tuo stesso quartiere. Eravamo benestanti ma sul vestiario si andava cauti. Mia madre, figlia dela guerra, mi faceva fare i vestiti dalla sarta e i maglioni me li faceva a mano lei. Giravo con tre misure in più così che mi durassero più a lungo. Io oggi ho un armadio mezzo vuoto con abiti da poco prezzo e decennali. Figlio-due ha una bicicletta su cui ha imparato Figlio-uno e prima di lui la cuginetta, e prima di lei almeno altri tre bambini. E’ brutta, vecchia e anche un po’ arrugginita, ma va, e Figlio-due ne va fierissimo.E’ tanta, troppa la gente a cui il benessere ha fatto perdere la prospettiva.
Io ho un rapporto un po' strano con la moda. Sono figlia di rappresentanti di abbigliamento sportivo (quelli che ora non esistono più), mia sorella lavora per Dolce&Gabbana e anche io ho un passato (breve) in showrooms…Per questo motivo ho sempre avuto la grande fortuna di avere vestiti molto belli (per i miei genitori la qualità del materiale e della stoffa è una prerogativa…quindi mi sono saltata, è per fortuna, tutta la moda trash dei PANINARI) assolutamente GRATIS.Nonostante ciò vado in giro vestita sempre uguale, molto casual e sempre con il mio grande amore: i miei jeans…
Cara Piattini, ti leggo da un mesetto, da quando per l’appunto ho letto su Ddonna della tua esistenza (cfr lettura riviste=momento relax..!). Ogni giorno penso di mandarti un commento, ma poi non so perchè rimando. Oggi però hai scritto un post che mi attira irrinunciabilmente. Io, classe ‘68, ho vissuto quello di cui parli. Andavo una volta all’anno a comprare con mia madre IL VESTITO BUONO, l’unico con cui andare a TUTTE le feste dell’anno. Ça va sans dire che il vestito lo sceglieva lei, e che inevitabilmente tutto ciò che era di colori sgargianti era bandito senza appello. Non ho mai posseduto un paio di scarpe di vernice nera col cinturino (un must per una seienne) e ancor oggi lo rinfaccio a mia madre, che invece mi ha fatto crescere a forza di mocassini solidi e mostruosi. Si maturano traumi per queste cose. Chiaramente le prime scarpe che ho comprato a mia figlia duenne quali possono essere state? Peggio di tutto, io ho vissuto da falsa ricca!!! Nel senso che l’ambiente che frequentavo era molto più abbiente della mia famiglia e quindi le differenze venivano rimarcate da quelle iene delle mie amichette, eccome se lo facevano. Come dire, già allora c’era chi aveva perso la prospettiva da un pezzo. Per sottrarmi allo scherno, sono arrivata anche a staccare le etichette di marca dai vestiti che non mi entravano più per attaccarle alle cose della UPIM, rifornitore ufficiale di mammà se tutto andava bene. Che umiliazione poi dover dare spiegazioni sulla sospetta provenienza del capo che le ienette, furbe e cattive, non riconoscevano come griffato. Dulcis in fundo era il mondo delle mamme: quelle degli altri erano agghindate per andare a prendere il figli come stessero andando ad un ricevimento e la mia invece mi veniva a prendere a scuola su una 600 con sportello che si apriva al contrario (stiamo parlando dei pieni anni ‘80, l’epoca delle Alfa e via dicendo) e con la borsa del lavoro perennemente chiusa male ed un impermeabile color topo che le ho visto indosso per almeno un decennio (oggi lo rimpiango, ad avercelo nell’armadio!). Bene, detto ciò, di quell’esperienza terrificante ho fatto tesoro. Infatti, spinta dalla necessità, ho passato interi pomeriggi a frugare negli armadi delle nonne alla scoperta di incredibili abiti di tutte le fogge e taglie – le mie nonne sono passate dalla 40 alla 50 nel corso della loro vita- traendone non solo ispirazione ma anche roba che ancor oggi è nel mio armadio. Anche l’orrifico (ai miei occhi di bimba) guardaroba materno si è rivelato negli anni fonte consistente da riciclare. Insomma, l’arte di arrangiarmi con quello che avevo mi ha dato uno stile e di ciò, superata l’età critica, me ne sono sempre fatta un vanto. È chiaro che uno stoccaggio di questo genere preoccupa il consortepseudozen che minaccia incendi dolosi (pochissimo zen a dir il vero), ma io mi difendo strenuamente giustificando la permanenza degli abiti nell’armadio con scuse tipo: “alla mia amica S. (o A. o R. o V.) serve assolutamente quel vestito di taffettà tg 42”, “ se perdo tre kg lo metto di nuovo”, “nostra figlia sarà felice di indossarlo tra… 15 anni (!?!)”, “ stoffe così non se ne vedono più” e via dicendo, sicura che prima o poi tutto torna utile. Ecco, questa è la mia tecnica di sopravvivenza economica: il riciclo nei secoli dei secoli. L’esperienza nel vedere e toccare tessuti e fatture d’altri tempi mi ha insegnato a riconoscere la buona o la cattiva qualità di una cosa. Anche questa è tecnica di sopravvivenza economica, no? Per esempio io so con certezza che è inutile spendere soldi per un pullover, anche le grandi marche fanno gli odiosi pallini, e non c’è da fidarsi di chi dice che solo la vera lana li fa perché io possiedo pullover di shetland e cashmere di mia nonna che in 60 anni non sanno manco che è un pallino!!!! E si lavano in lavatrice…che dire.La prospettiva storica non c’è ma quello che manca sempre di più è la capacità di pensare con la propria testa: per la maggior parte della gente è sempre meglio affidarsi a quella di qlcn altro (in TUTTI i campi, argh!). È su questo che campano gli stilisti che possono fare collezioni brutte e scadenti, tanto ci sarà sempre qlcn che le comprerà pensando che indossare un capo da 2000 euro farà di lui …che?cosa? bah. O mio Dio. Che tristezza.ciao mmmciùPS anche mia figlia si veste grazie ai prestiti delle figlie delle amiche per le quali, sentendomi in debito, compro a mia volte cose! PPSS voglio partecipare agli swap, posso? L’anno scorso ho provato ad organizzare un (da me nominato) NO SHAME EXACHANGE che però ha riscosso poco successo e mi ero abbattuta pensando che a Roma sia difficile entrare in questa mentalità, ma il tuo post mi da nuova speranza.PPPSSS ho esagerato con le chiacchiere?
quindi certe cose non le penso solo io?
i commenti al tuo post mi hanno fatto pensare.io ho avuto una adolescenza agiata, mia madre comprava all’ingrosso ( tre figlie) vestiti di marca: entravamo col carrello in u grandisismo magazzino e si comperava ad igni cambio di stagione 10 pantaloni a testa, 10 maglioni, camicie e maglie a nn finire. tutto rigorosamente di marca. poi facevamo un sacco di cose indispensabili (mutande e reggipetti) x passare all’ispezione di mio padre ( il resto passava dal garage).il risultato era che i nostri armadi traboccavano di roba da vestire, spesso finiva la stagione e c’erano ancora le etichette attaccate.questa orgia consumistica mi ha lasciato dentro una taccagneria spaventosa x la roba da vestire:niente marche ci mancherebbe altro, (oviesse è il massimo concesso) e solo cose semplici da tutti i giorni.beh, mia madre questa estate ha tirato fuori decine di capi comperati x me e le mie sorelle vent’anni fa in ottimo stato e adesso vedo mia figlia con le stesse cose che avevo io.…..sospiro…….
che bello questo post. ci son cresciuta anch’io, in quegli anni. e mi viene un po’ di nostalgia a leggerli qui.
Ciao Piattini, forse non ci conosciamo. pazienza, mi presento in un attimo: sono Jolanda. Ciao. Una curiosità: nel post parli dei giochi che facevi da piccola come campana, elastico, pallammuro. OK, questi li conosco. Ma “puzza rampichino” che cos’è? me lo spieghi? (ho un sito dove butto dentro, oltre ad altre cosette, anche i vecchi giochi da cortile. Vorrei mettere anche quello a cui giocavi tu!). Grazie della tua risposta! Ciao.
Che bei ricordi,anch’io del 68′ ho vissuto le stesse cose. Mi ricordo che una mia vicina ,figlia di dirigente d’ azienda (e quindi piuttosto ricchetta per l’epoca) aveva il dolce forno Harbert e ci permetteva di guardarlo mentre cucinava.A noi piccoline ci bastava. Pero’ mi ricordo che mia mamma mi aveva fatto un guardaroba ,degno di Valentino,per la Barbie. ciao
Buongiorno atuttibellissimi commenti. Prima di rispondere devo fare una precisazione. questo post nasce dalla sensazione (certezza?) che il marketing e la pubblicità stanno già cavalcando i nuovi bisogni della parte occidentale del pianeta che sono la povertà incipiente e l’impegno ecologico. avevo cominciato a scrivere un postarello sull’argo,ento che si è presto trasformato in un lenzuolino ancora più coprente di quelli soliti e quindi ho deciso di limitarmi (si fa per dire) a diversi interventi sull’argomento che mi sta molto molto a cuore, prendendo spunto dai fatti quotidiani. detto questo, ognuno per andare avanti ha la propria strategia di sopravvivenza, e per me è stato bellissimo leggere i vostri racconti sul come mi vesto.ok, fatta la premessa passo a rispondere singolarmente@emily anche per me finito il lavoro televisivo (dove l’ambiente è molto crudele sullo stile) sto andando sul risparmio esagerato.@simona le collezioni di burda anni 70 sono fantastiche, e certi cappelli e sciarpona li ritrovo pari pari oggi@marzipan dovevate essere bellissimi! certo una conquista per le femminucce c’è stata: poter andare vestite da maschiacci
@lisa e già, adesso anche c’è qualche rivista, ma quando compro la lana o la stoffa mi rendo conto che non è più conveniente fare le cose in casa
@rape è proprio la mentalità che è cambiata. prima le cose si smettevano di usare quando erano rovinate o inservibili, ora solo per il gusto di cambiare.@wwm wow che fortuna!!!! comunque imparare a riconoscere la qualità delle stoffe è una cosa che rimane tutta la vita. io personalmente sono una patita dei bei tessuti, che mi interessano molto più della marca@anonimo, ogni tanto qualcuno dei miei lettori si palesa e mi fa molto piacere. io sono del 66 e quindi siamo lì. è bellissimo il tuo racconto, nei vestiti, nei ricordi legati all’abbigliamento c’è tutto un mondo, e un pezzo di storia.
))@verde eh, no! fondiamo un club???
)@emily praticamente tua madre ha fatto un investimento tempo fa. con i tempi che corrono mica male!!@weeds quarantenni d’assalto preparatevi alla lotta
@jolanda filastrocche. it, jolanda sei un mito e sono sono molto contenta di conoscerti. su filastrocche avete anche pubblicato la recensione di Robby il delfino, il mio libro per i bimbi sul trapianto.Casomai dopo ti scrivo, intanto puzza rampichino è un gioco che si fa ancora oggi, è una semplice acchiapparella ma se si sta sollevati da terra (scalino, albero, panchina) l’acchiappatore non può prenderci. e quando uno dei giocatori viene acchiappato diventa l’acchiappatore. baci
@quarantanni pensa che io ho sempre sbavato dietro la casa di Barbie (mia madre per motivi etici non mi ha mai comprato nessuno degli accessori di Barbie, e adesso col senno di poi la ringrazio) ma avevo il dolceforno, anzi credo di averlo ancora da qualche parte. e avevo anche la maglieria di Barbie, con la quale mi sfogavo a fare vestiti tubolari che non finivano più (quasi come i miei post!)
La penso esattamente come te Piattins. Mio figlio si veste con pantaloni, magliette e golfini di suo cugino e la cozza che aspetto farà la stessa fine (solo che avrà abbigliamento di terza mano!). Mi piange il cuore quando vedo la gente spendere 3000 euro per una borsa o per un paio di pantaloni, va proprio contro ogni mio principio.Però ti posso aiutare con lo shatush: quando mi sono sposata sono andata a fare le prove capelli da un parrucchiere molto trendy e quando gli ho detto “niente di elaborato, capelli sciolti e colpi di sole”, lui mi ha guardata inorridito e mi ha risposto “ma mia caaara! Non si fanno più i colpi di sole! Si fa lo Shatush!”. Per capirci, si prepara la stessa pappetta dei colpi, poi però ti cotonano tutti i capelli in piedi, come se avessi preso la 220V, e poi spennellano artisticamente a caso lì in mezzo. Spesso il risultato è un fantastico maculato…
)
Pensa piattina! Lo swap è un test psicodiagnostico cazzutissimo:) ma io da picccola ho ampiamente subto vell’altro. Coi vestiti che prima furono della sorella e prima della amica ammericana e prima della ammica ammericana della ciggina.Ah certi belli pantaloncini alla zuava!
@ms ah questa dei colpi di sole shatushati non la conoscevo!!!! si può fare un bianco e nero Crudelia? comunque lo shatush modaiolo credo che sia una specie di sciarpa, praticamente lo scialletto di mia nonna basta chiamarlo shatush e c’ho un capo trendy
@zaub pantaloni alla zuava, mitici, li aveva mio fratello. comunque dal tuo commento ho finalmento capito che cos’è il famoso “mercato americano” ;9
Cara Piattini, quanta malinconia e quata verità nel tuo post. Io, da brava nonna di 51 anni, riciclo tutto quello che posso epr la pupetta. io sono cresciuta con il vestito da tutti i giorni e il vestito della domenica, Negli anni 60 si usava così e, ti dirò, questo modo di vivere non l’ho quasi mai abbandonato, specialmente adesso che non lavoro più e faccio la nonna a tempo pieno.
questo post e’ MERAVIGLIOSO!Burda poi, (si, c’era anche in Spagna)…mi hai aperto un mondo di ricordi! buon weekend
@ziacris intanto mi viene subito da pensare che tu a 51 anni sei nonna, e io sarò madre di due adolescenti l’unico commento è non ci pensare! e poi sì, bisognerebbe tornare a più miti consigli…in tutto@nuria e già burda ha segnato un’epoca, poi negli anni 90 ha preso piede molto all’est, dopo la caduta del muro. ma adesso chi sa più cucire? e chi ne ha il tempo! pensa che negli ultimi anni avevo così poco tempo che ho comprato i vestiti di cui avevo bisogno su internet!!! che bel progresso ;9
io sono economa in abbigliamento, 100 euro l’anno è già troppo. ero l’incubo di mia mamma, uscivo con 20.000 lire per comprarmi vestiti e tornavo con due libri. Chè quelli sono fatti per durare, anche loro. Ma non tutti, ovvio. Il tuo sì.
ma come…”il tuo si”??!! Hai scritto un libro? e io non lo sapevo…titolo, titolo, che corro su amazon!
io sono del 67′, noi eravamo una famiglia benestante, non ci mancava nulla anzi, pero’ avevo una sola brabie un ken , il dolce forno , i vestiti erano pochi, ma di buona fattura, alle volte anche comperati in quei bei negozi, a me é rimasto il fatto di non spendere troppo per i vestiti, non ci riesco…ho l’armadio con pochi capi, non mi piace apparire, per cui cerco sempre cose sobrie, semplici e odio seguire la moda, anche se molte volte non si puo’ farne a meno!!
@serial il mio sì, davvero???
@nuria siamo ancora a carissimo amico, non è pubblicato. ma adesso lo mando in giro perché se continuo a tenerlo qui continuo anche a cambiarlo…;)@alleg anche noi stavamo abbastanza bene, (insomma, niente lussi, ma bene) ma come ricordi tu, era una questione di misura, di dare a ogni cosa il giusto peso…