La partenza era azzardata.
Specialmente quando si va a dormire all’una di notte un volo per Torino alle 7.15 del mattino dopo è una esperienza per stomaci forti.
Ma visto che non c’è un collegamento diretto dall’aereoporto alla Fiera ( e gli autobus erano strapieni) la levataccia è servita a Piattins a varcare i cancelli del Lingotto in tempo per assistere alla conferenza di Ibrahim Nasrallah, uno scrittore palestinese, che leggeva le sue poesie in arabo.
Ora Piattins si rende conto che questa non è una cosa che farebbe impazzire chiunque, e infatti lei non era con chiunque.
Era sola.
E la solitudine a volte è uno stato pesante, a volte invece è prezioso.
Specialmente quando vuoi ascoltare uno scrittore palestinese che parla in arabo se sei da solo è meglio, al massimo con un appassionato come te. E infatti allo stand di Lingua Madre si capiva che erano tutti arabisti.
Ma Piattins da sola non c’è rimasta troppo a lungo, e anche questo è stato un bene.
Le è bastato andarsene in giro gli stand, alla ricerca di titoli e nuovi editori, per imbattersi in vecchi amici, visi dimenticati, finalisti al Calvino insieme a lei.
E andando all’appuntamento con Marilde, ha visto arrivare un gruppo di blogger munite di figli e sorrisi che hanno spazzato via i pochi residui di ansia sopravvissuti alla stanchezza.
Mentre poi Itmom parlava, a Piattins è venuto in mente che prima di loro aveva parlato Heidi Giuliani, la mamma di Carlo, e che quello era uno strano caso, ma forse non così strano, perché a volte essere madre vuol dire prendersi cura del proprio figlio anche dopo la sua morte. Una cura non materiale, una cura dei valori, del progetto, del significato di una vita.
Mentre parlavano di comunicazione e condivisione sulla rete ha ripensato alle due presentazioni che aveva seguito nel pomeriggio: “Rosso come una sposa” di Anilda Ibrahimi e “La sposa bambina” di Padma Viswanathan.
In entrambi i casi le autrici, giovani, madri, intellettuali, forti ed emancipate avevano raccontato ognuna a suo modo la storia della propria famiglia.
In quel gioco della memoria era celata una nostalgia struggente.
Che però non va confusa con il rimpianto.
Nostalgia prima di tutto della lingua, perché la lingua è la patria dello spirito, la lingua è madre. E la lingua d’adozione è una madre putativa che però si può finire con l’amare ancora più della prima, perché è la lingua che fa crescere, che rende liberi, che permette di esprimersi.
Nostalgia anche per un tempo e un luogo in cui matriarcato e patriarcato convivevano in una rigida distinzione di ruoli, in un ordine in cui ognuno aveva il suo posto.
In cui le donne avevano rituali a cui adattarsi, e conoscenze antiche da condividere e tramandare nelle zone più nascoste della casa.
Nostalgia, però, non rimpianto.
Mentre le blogger parlavano una signora dal pubblico sorrideva, e annuiva.
“Io mi sono sentita sola, tempo fa, come madre” ha detto “il fatto che io volessi uscire, che aspirassi ad avere i miei spazi distinti dal ruolo di madre scandalizzava molti. Se avessi avuto i blog a quel tempo tutto sarebbe stato diverso”
“Ecco” ha pensato Piattins “forse il web è la nostra cucina moderna, quella del tavolo enorme e le vicine col caffé, ma queste vicine sono tostissime, e questa cucina ha finestre enormi sempre aperte”.



Nostalgia, non rimpianto…è vero, ci sono senza dubbio aspetti del passato che meritano di essere ricordati. E il web non cancella il passato (anzi, spesso ci consente di recuperare molti elementi del passato), ma in più ci offre l’opportunità di conoscere/condividere/confrontarci con altre persone. Come un caffé sempre aperto, anche di notte, a chiunque passi da quelle parti ed abbia voglia di lasciare una traccia…
mi piacciono queste visioni: la solitudine come stato peNsante, la fiera come spazi di riflessioni e non (solo) di commerci, il web come luogo delle tracce da lasciare che qualcuno raccoglierà al successivo passaggio.
Cucine aperte, sul mondo, sempre. Buone aperture.
che dire piattins? come al solito dici tutto tu e perfettamente.
mi devo decidere a scrivere un post sulla solitudine della maternità, questo libro sta aprendo voragini nella mia facciata di donna tutta d’un pezzo.
se ci fossero stati i blog 17 anni fa probabilmente nn avrei covato così tanto rancore x così tanti anni.
mi dispiace che nn ci siamo viste, alla prox
bè, io confesso, un po’ rimpiango anche.
perchè stare qua dietro e condividere è bellissimo e appagante.
ma a me quella cucina assolata, quell’odore buono di caffè, e quegli sguardi complici dei pomeriggi tra donne mancano parecchio.
Il fatto è proprio questo: c’è stata una generazione (penso a mia madre, ma anche a Emily che ha 10 anni di meno) che non ha avuto né cucine né blog. Al massimo, ha avuto colleghe con cui parlare ma in modo superficiale, perché insomma, davanti alla macchinetta del caffè non è che si possano esplorare i meandri dell’animo umano.
Servono entrambe le cose. Però averne già una è meglio che nulla. E spesso le mamme con bimbi piccoli non hanno grandi possibilità di cercare delle compagnie con le quali sentirsi a proprio agio. Perchè la compagnia occasionale dei parchetti, quella la trovi facilmente. Ma la complicità? E’ cosa rara. Emily ha ragione, credo che molte mamme in passato abbiano covato amarezza e rancore. L’ho capito da poco che è un po’ quello che è accaduto anche a mia suocera, anni fa; ne sono derivati parecchi atteggiamenti apparentemente inspiegabili, che ora mi sono più chiari alla luce di questa considerazione. Poche però hanno la lucidità di rendersene conto…
aue’ ragazze, qua stiamo dacapo rimembrando il bel tempo che fu, non è che stiamo diventando vecchiarelle?? Occhiali rosa antico effetto collaterale della mammità??
è vero…il web è la nostra cucina.
Un caffè?
@beth anhe io oenso che si debba prendere dal passato quello che di meglio ha da offrire. nel caso delle due scrittrici poi è un passato del ricordo, in parte immaginario, e il web come caffé aperto (una movida dele conversazioni) è un’immagine bellissima
le autrici erano belle toste, non credo proprio che vedessero con occhiali rosa il passato, ma avevano secondo me la nostalgia diun sapere proprio, tradizionale, di un mondo perduto anche per la distanza geografica
@desian vabbé, a sto’ giro il caffé te lo offro io…
@emily sì devi scrivere assolutamente, aspetto
@lasimo sarà che mi hanno fatto ricordare le cucine del mondo arabo, quei pomeriggi sui materassi a sgranare il cus cus, a fare lo zucchero sulle braccia..mi è venuta la nostalgia anche a me (ma non rimpianto)
@lanterna credo che il problema sia stao proprio questa cesura tra un mondo e un altro. adesso a me sembra di ricucire i fili…
@mammalisa il fatto è che non ci sentiamo solo mamme ma donne che vivono la maternità e quindi è questo che vogliamo dividere. la solitudine nasce da questo ma anche dal fatto che sentiamo di dover reinventare dei sentimenti (che è bello, ma difficile)
@supermam ho detto nostalgia e non rimpianto!
e si interrogavano sulla vera emancipazione, che è una cosa interiore, sofferta e vissuta. a vote per andare avanti devi sapere quali sono le tue radici…
@eva con piacere..:)
piattins, non parlavo del tuo post, ma dell’atmosfera dei commenti qui sopra
la nostalgia riguarda se stessi per quanto mi riguarda, per quella che ero io, e che ora non sono piu’ per tanti motivi, non rimpianto ovviamente, ma quel dolorino che viene quando si risente una voce antica. Quello per “come erano le nonne” non puo’ esser nostalgia, non l’abbiamo vissuto, quelli sono gli occhiali rosa-antico. Spero di esser stata piu’ chiara ora.
@supermam chiarissima, ma a contarddizione era anche in loro. la Ibrahimi ha detto che spesso le chiedono ma si stava meglio quando si stava peggio? è la nostalgia di un ordine che nessuno vorrebbe più perché era schiacciante ma che certo tranquillizzava, e dove le donne avevano un matriarcato pieno di confini ma potente. e spesso le donne che scrivono sentono il bisogno di raccontare la storia della propria famiglia. ci sarebbe da chiedersi perché. comunque hai ragione, dobbiamo guardare al futuro, per questo dico che il web è la nostra cucina, una cucina dove come vedi entrano tutti, e da cui si esce. ma tu stai lontanissima? quando passi da queste parti che ci prendiamo un caffé?
Il web come grande cucina… che dire? Hai saputo esprimere quello che nel mio pensiero non si era ancora coagulato!
E’ per questi post, le immagini che crei, le riflessioni che fai, che un giorno ho pensato: “ma io le chiedo se viene con me a parlare di maternità”. Poi, come tu riesca, prima di una presentazione, a mantenere un livello di attenzione e osservare cosa accade intorno e scriverci su… per me rimane un mistero. Oh ma me lo spiegherai!
piattins, non so perche’ le donne vogliono parlare della loro storia, ma so che la storia vicinissima, quella delle loro, di mamme, e’ sempre li’ davanti. Perche’ per forza di cose e’ la tua immagine di mamma, quella che ti sei fatta nei primissimi anni, quella di quando ancora non avevi modo di capire che voleva dire mamma, quando tutto cio’ che lei faceva e diceva era la normalita’, non si poneva il problema di una alternativa. E quando sei tu in quella posizione, allora e’ che i sudori diventano freddi, ti rendi conto che quello che pensavi fosse il fluire naturale della vita per lei era prendere decisioni, a volte con tormento, le tue stesse decisioni, il tuo stesso tormento. E questa e’ una delle esperienze piu’ destabilizzanti, secondo me. E se ti vuoi raccontare, la devi raccontare. Perche’ molte donne, adesso come 10, 100, 1000 anni fa, la condividono solo a meta’, immerse nella loro parte, in cio’ che la vita si aspetta da loro. A tutte le latitudini. Hai presente The God of Small Things (non so come l’hanno tradotto in Italiano): spesso si raccontano solo the Small Things, the Big Ones si seppelliscono dentro.
Ecco, magari proprio questo e’ il bello della rete, di questa nuova gigantesca cucina: il fatto che il caffe’ lo prendi in modo asincrono, la chiacchierata non e’ in tempo reale, quindi puoi pensarci su quei 10 minuti che bastano a scavare dentro un tantinello di piu’.
parlando di caffe’: grazie, magari
Ciao. Mi ha colpito la parte in cui accenni al prendersi cura dei figli anche dopo la loro morte.
Al di là del caso particolare che citi, il tema dei genitori che sopravvivono ai figli è molto delicato. Sicuramente la perdita di un figlio è una delle prove più dure cui la vita possa sottoporre un genitore. Per quanto mi riguarda, non potrei immaginare niente di peggio.
E credo sia necessario un grande equilibrio e una conoscenza dei propri figli davvero profonda per pensare di portare avanti la loro memoria, i loro valori, eventualmente le loro battaglie, senza rischiare di mescolarli ai propri valori e idee, soprattutto se la memoria da privata diventa pubblica, e senza rimanere risucchiati nel vortice del dolore e della nostalgia.
Assolutamente d’accordo con Marilde…mia compagna di panico da discorso pubblico.
@palmy questa cucina è affollatissima, e pensare che la mia è piccinina
@marilde@silvia il mio è un chiaro esempio di personalità multipla, una si agita, l’altra guarda intorno…
@supermam d’accordissimo sull’idea del confronto con la madre (ma anche con la nonna, nel tentativo di saltare la generazione di mezzo che è la più problematica) e mi piace molto la riflessione sull’asincronicità. riflettere scrivendo porta ad approfondire il pensiero, ad affinarlo. la conversazione è vero dialogo e non chiacchericcio…
Io non ho nostalgia nè rimpianto di donne mature attorno a tavoli di marmo, che non ci sono nella memoria di mia madre, o delle sue sorelle, o delle altre donne della mia famiglia una generazione prima della mia. Sarà che mia madre è sempre stata gelosa dei suoi spazi -e anche questo ha generato conflitti, con noi figli, non con suo marito che l’ha sempre dato per scontato. Però ho nostalgia e rimpianto di quelle ore lunghissime passate sui muretti con le gambe penzoloni a chiacchierare con le amiche. A quello pensavo quando credevo di non farcela, col lavoro e i bambini e tutto il resto. Il blog è un surrogato, quando il gioco si fa duro ci vuole il contatto fisico
Nei tuoi post riesci sempre a cogliere nel segno
Però il tavolo è rotondo, e ogni tanto ci scappa una bella terapia di gruppo!
Revisione ascolto, palestra dei sentimenti, riunione di ex- non a caso spuntano nomignoli e sigle da ogni dove, specchiarsi, studiarsi, leggersi.
Io sono nuova, sto facendo indigestione di post, sembro Pinocchio nel paese dei balocchi, mi diverto un sacco, vado avanti, indietro, cambio pagina, percorro strade ricche di storie, intelligenza e fantasia.
Se continuo così mi spunteranno le orecchie da asino! Lo vedo, negli occhi di chi mi sta intorno… ma alla mamma, cosa le è preso???
@dominore il tema è troppo deicato, hai ragione. ma io mi riferivo a certi genitori che hanno valori forti, che hanno trasmesso ai figli, valori che permettono loro di trovare una ragione per vivere. sono sempre ammirata da queste figure, e insomma, dovendo aprlare dopo di lei di maternità non ho potuto fare a meno di sentire una piccola ferita dentro
@lgo assolutamente ci vuole il contatto fisico,e infatti noi ci dobbiamo vedere
credo che queste miei considerazioni non sarebbero venuto fuori se non stessi vedendo di personale blogger e non stess progettando con loro, ma rispetto ai discorsi quotidiani maestre capricci sport cosa preparo a cena prendere il tempo di riflettere è un dono prezioso, che sto portando anche nella vita reale