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	<title>piattinicinesi &#187; diario palestinese</title>
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	<description>piattini rotanti, cocci e ricomposizioni creative</description>
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		<title>Hebron</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Jan 2009 22:20:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piattinicinesi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[diario palestinese]]></category>
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		<description><![CDATA[Quello che era successo a Muna durante la nostra visita al mercato di Hebron per gli abitanti della città era pane quotidiano.
Quel luogo era e rimane una contraddizione vivente, e la rappresentazione più esemplare del conflitto israelo-palestinese.
Secondo la Bibbia, fu qui che  il profeta Abramo, patriarca degli Ebrei, acquistò per sé e per i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quello che era successo a Muna durante la nostra visita al mercato di Hebron per gli abitanti della città era pane quotidiano.<br />
Quel luogo era e rimane una contraddizione vivente, e la rappresentazione più esemplare del conflitto israelo-palestinese.<br />
Secondo la Bibbia, fu qui che  il profeta Abramo, patriarca degli Ebrei, acquistò per sé e per i suoi discendenti una grotta da destinare alla sepoltura della famiglia: la Grotta di Macpelah o Tomba dei Patriarchi. Ma questa tomba è sacra anche per i cristiani (che durante il periodo bizantino vi costruirono una basilica) e per i musulmani, perché Abramo è anche il loro patriarca, e quindi  vi edificarono sopra una moschea: l’Haram el-Khalil (luogo sacro di Khalil, epiteto di Abramo, che vuol dire amico di Dio) . Alla fine il luogo fu diviso in due parti: da un lato una moschea e dall’altro una sinagoga. Per visitarle entrambe bisognava passare due volte sotto un  metal detector e sottoporsi a più di una perquisizione. Di certo l’afflato religioso non era il sentimento più diffuso lì intorno.<span id="more-481"></span></p>
<p>Proprio per la sua natura sacra la storia di Hebron è sempre stata un susseguirsi di lotte sanguinose tra ebrei e musulmani all&#8217;interno della città stessa. Se cercate notizie su questa interminabile guerra,  scoprirete che a seconda delle fonti consultate vengono ricordate con più accanimento le violenze della parte avversa.<br />
In epoca recente due date sono però da ricordare, non solo per la particolare brutalità dei massacri, ma soprattutto per il significato attribuito loro dalla memoria storica della popolazione.<br />
La prima è il 1929: l’anno delle rivolte arabe contro il mandato Palestinese, quando 67 membri della comunità ebraica di Hebron (vecchi, donne e bambini) furono massacrati dai loro vicini musulmani.<br />
Questa data non è mai stata cancellata dalla memoria israeliana, soprattutto perché di poco precedente all’evacuazione forzata del resto della popolazione ebrea nel ’36 da parte dell’autorità britannica, in seguito alle successive rivolte arabe.<br />
Riappropriarsi della città, e mantenere la presenza, è rimasta una questione simbolica e profondamente politica. Andarsene avrebbe voluto dire concedere la vittoria agli arabi dopo il massacro del ’29.<br />
Nel 1967, quando Hebron cadde sotto il controllo israeliano dopo la guerra dei Sei Giorni, fu dato l’esercito l’ordine esplicito di bloccare qualunque tentativo di insediamento nella zona da parte dei coloni, per evitare ripercussioni. Ma il 12 aprile del 1968 il rabbino Moshe Levinger, insieme a 32 famiglie ebree, contravvenne all’ordine e prese in affitto tutte le stanze del Park Hotel nella zona nuova di Hebron, creando il primo nucleo di reinsediamento.<br />
Un mese dopo, il governo votò una mozione con la quale legittimava la presenza della colonia nella città sacra, e creando un avamposto militare.<br />
Nel ‘70 venne poi costruita la colonia di Kyriat Arba sulle colline intorno alla città.</p>
<p>Proprio all’inizio del processo di pace di Oslo, nel 1994, avvenne il secondo evento simbolico, che rese l’attuazione dei trattati ancora più difficile.<br />
Il medico israeliano Baruch Goldstein, da poco trasferitosi dagli USA alla colonia ebraica di Kyriat Arba, a Hebron, uccise 29 musulmani in preghiera nella moschea.<br />
Altri 30 palestinesi vennero uccisi in seguito alle rivolte e alle dimostrazioni scoppiate in tutto il paese.<br />
L’esercito israeliano impose il coprifuoco per la popolazione araba, e il divieto di entrare nella Moschea.<br />
Qualche mese dopo, a luglio, attentati antiebraici insanguinarono Buenos Aires e Panama.</p>
<p>La questione di Hebron diventò di colpo prioritaria.</p>
<p>Hebron fu divisa in due zone distinte e separate con la presenza continua di forze militari armate israeliane, che controllavano gli accessi alle zone e alla Tomba dei patriarchi, e di un &#8220;contingente&#8221; disarmato di osservatori delle Nazioni Unite la TIPH &#8211; the Temporary International Presence in Hebron (TIPH) &#8211; che aveva lo scopo di osservare/monitorare la situazione della città (senza poter intervenire) e le relazioni tra palestinesi e israeliani.</p>
<p>Il 15 gennaio del ‘97 Natanyahu e Arafat finalmente firmarono, all’interno degli accordi di Oslo, il protocollo per il ritiro israeliano dai quattro quinti di  Hebron.</p>
<p>La città venne così divisa in due settori: Hebron 1, circa il 20% della città, sotto controllo dell&#8217;esercito israeliano, e Hebron 2, posto sotto il controllo dell&#8217;Autorità Palestinese, in accordo con il cosiddetto Protocollo di Hebron.</p>
<p>Ma la situazione divenne schizofrenica.</p>
<p>Polizia palestinese ed esercito israeliano avevano il compito di mantenere la sicurezza di tutti gli abitanti: 400 coloni ebrei e 120.000 palestinesi.</p>
<p>Ovviamente ci riuscivano solo in parte.</p>
<p>Girando per le strade della città vecchia, guardando le camionette dei militari schierate sulla via principale che divideva la parte araba dalla colonia di Tel Rumeida (una colonia fondata nel 1986 da poche famiglie ultraortodosse), Hebron mi fece l’impressione di un’enorme trappola per topi.<br />
Tra le vecchie case a più piani, un tempo dimore di lusso, lo spazio del cielo visibile era oscurato da fitte reti di protezione, cariche sotto il peso degli oggetti lanciati dai piani alti delle case vicine, abitate dai coloni.</p>
<p>Muoversi era un problema, per tutti.</p>
<p>A ogni nuovo scontro Hebron veniva chiusa, ed era impossibile entrare e uscire per vie legali.<br />
I Palestinesi della città vecchia, così come quelli delle ampagne, vivevano intrappolati: dalle reti, dai limiti imposti sulla circolazione urbana, e dai continui coprifuoco.<br />
I loro figli avevano (e hanno ancora) bisogno di essere scortati per raggiungere la scuola.<br />
Ogni tragitto era un’impresa, e un rischio.</p>
<p>Ma anche i coloni erano in trappola.<br />
Non dimenticherò mai la scena di un  bambino di scuola elementare che tornava a Tel Rumeida sulla strada principale, chiusa agli arabi, scortato da quattro militari in uniforme.<br />
Con i calzoncini corti della divisa scolastica e la kippa in testa, avanzava a testa bassa, senza guardarsi intorno, ignorando gli insulti dei bambini arabi e i nostri sguardi sconvolti.<br />
La convinzione di essere nel giusto, per chi decide di far vivere i propri figli in un gruppo di case in territorio ostile, deve essere molto forte, pensai.<br />
E ancora lo penso, come penso che la percezione della realtà che abbiamo sia più forte di qualunque evento reale.<br />
Kyriat Arba, la colonia da dove veniva Godstein, era anch’essa un gruppo di case circondato da muri, e da garitte di sorveglianza, come un residence di lusso in mezzo a una bidonville.<br />
All’ingresso, in una piazza, la sua tomba era venerata come quella di un martire.</p>
<p>In quell’anno Hebron e Gerusalemme erano i punti caldi del conflitto. I nodi su cui rischiava di impigliarsi continuamente il processo di pace.<br />
Ora di Hebron non si parla da un po’.<br />
L’attenzione è andata prima a Betlemme, poi a Gaza, e dopo la vittoria di Hamas Gaza è rimasta al primo posto dell’interesse mediatico.<br />
Ma questo non vuol dire che nelle altre zone si viva meglio, o che non accadano eventi di qualche rilevanza.<br />
Vuol dire solo che le voci si sono affievolite, sono state fatte tacere, o che semplicemente è troppo complicato ascoltarle.</p>
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		<title>perché sei qui?</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jan 2009 11:15:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piattinicinesi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[bir zeit]]></category>
		<category><![CDATA[diario palestinese]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>

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		<description><![CDATA[L’Università di Birzeit era piena di studenti.
C’erano corsi di letteratura e di diritto, di scienze e di differenza di genere.
C’era una sala multimediale con la connessione internet e una spianata esterna dove arrostirsi al sole di mezzogiorno, una sala mensa e un distributore di spremute: arance e pompelmi coltivati a Jaffa, gli stessi che noi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’Università di Birzeit era piena di studenti.<br />
C’erano corsi di letteratura e di diritto, di scienze e di differenza di genere.<br />
C’era una sala multimediale con la connessione internet e una spianata esterna dove arrostirsi al sole di mezzogiorno, una sala mensa e un distributore di spremute: arance e pompelmi coltivati a Jaffa, gli stessi che noi in Italia ogni tanto per protesta decidevamo di boicottare.<br />
Guardando gli studenti chini sui libri in biblioteca, o mentre prendevano appunti, non potevo fare a meno di ammirare  la loro determinazione.<br />
Ce ne vuole molta per finire gli studi.<br />
Se poi sai che probabilmente i tuoi studi non serviranno a niente la determinazione necessaria diventa infinita.<span id="more-480"></span></p>
<p>Ognuno di loro aveva una storia diversa.<br />
C’erano persone tranquille e altre arrabbiate, alcune stanche e altre rassegnate.<br />
Nel mio corso due ragazze velate erano iscritte a biologia, sebbene nel loro futuro non fosse prevista un’applicazione pratica né dell’arabo classico né della botanica.<br />
La laurea serviva loro per arrivare al matrimonio con una dote in più.<br />
Il foglio del diploma avrebbe sostituito le lenzuola ricamate nel baule del corredo.</p>
<p>Però c’era Sawsan, che ci dava lezioni di dialetto e bastava da sola a illuminarti la giornata.<br />
Da due anni lavorava in una ONG e non aveva nessuna intenzione di fermarsi a riflettere sulle proprie sciagure. Lei e i suoi fratelli erano stati educati a combattere gli ostacoli, e probabilmente allattati con un sano ottimismo fin da piccoli.</p>
<p>I professori parlavano due o tre lingue.<br />
Molti di loro si erano formati negli Stati Uniti, in Canada o in Europa, e poi erano tornati a trasmettere il sapere.<br />
Il mio professore di lingua araba era un cristiano cresciuto negli Stati Uniti. Aveva elaborato un sistema di insegnamento personale, basato sulla metodologia anglosassone. Era bravissimo, ma sembrava sempre infastidito da qualcosa, come se si trascinasse dietro una pesante borsa piena di recriminazioni e offese ricevute, che lo rendevano acido e sospettoso.</p>
<p>D’estate l’Università si riempiva di studenti stranieri. Erano giovanissimi,  come l’amica che mi aveva ospitato il primo giorno, ed entravano subito nei giri delle feste e delle comitive dei loro coetanei. Poi c’erano quelli più “maturi”, come me.<br />
Tutti comunque, vantavamo le più varie provenienze geografiche e culturali.</p>
<p>Quell’anno conobbi almeno sei teologhe vegetariane, una combinazione di caratteristiche che mi indusse invano a ricercare il legame profondo che poteva esistere tra l’evitare la carne, ricercare Dio e sostenere la causa palestinese.<br />
C’erano anche ricercatori, che preparavano tesi o libri sul fondamentalismo o sulla vita quotidiana nei territori, e giornalisti.<br />
In casa con me c’era una giornalista olandese, che aveva deciso di trasferirsi nella West Bank per poter raccontare da vicino la situazione. Era molto combattiva, e non aveva peli sulla lingua. Dopo una settimana litigò con la nostra terza coinquilina, una teologa vegetariana della Svizzera francese, e lasciò l’appartamento per andare ospite da un collega a Ramallah.<br />
Tre settimane dopo litigò anche con una delle insegnanti. Stufa di sentir parlare di lobby israeliane argomentò che in tutto il mondo esistono anche le lobby palestinesi. Alla parola lobby riferita ai palestinesi ci fu un sommovimento generale. Quando venne da me a cercare conforto, le dissi che ognuno è libero di esprimere le proprie opinioni, ma non è detto che gli altri debbano essere per forza d’accordo.<br />
“Ma è evidente per tutti quello che dico!” mi disse allora.<br />
“Se qualcosa fosse evidente per tutti” le risposi “in questo paese non ci sarebbero problemi”.<br />
Non capì il mio punto di vista, ma non mi offesi.<br />
D’altronde la mia non era saggezza ma esperienza sul campo. Da quando avevo cominciato a studiare arabo ne avevo sentite di tutti i colori, e dopo un periodo di esaltazione in cui avrei difeso a spada tratta qualunque affermazione parlasse bene del mondo arabo, della sua lingua, della religione e del cus cus (una forma di esaltazione tipica tra chi si appassiona per la prima volta a un’altra cultura) ero passata all’applicazione dell’analisi linguistica strutturale e comparativa di qualunque dichiarazione sentissi: ovvero prendevo tutto con le pinze.</p>
<p>Tra coloro che  si erano più scaldati dopo la provocazione della giornalista olandese c’erano i figli di coloro che avevano lasciato la Palestina dopo il &#8216;67, trasferendosi in Giordania o all’estero. Erano abbastanza, ed erano colti, bilingui e agguerriti. Avevano la consapevolezza di appartenere alla classe dirigente, e sentivano che era stato tolto loro qualcosa di profondo e  prezioso. Con la rabbia dei vent’anni rivendicavano la loro identità negata, l’appartenenza a una storia e a una terra dalle quale erano stati strappati prima di potervi avere dei ricordi. A volte erano estremi, e quasi sempre poco obiettivi. Ma non ho mai visto nessuno esprimere giudizi obiettivi su se stesso e sulla propria famiglia a quell’età.<br />
Tra di loro c’era Muna.<br />
Muna studiava economia a Washington. Era alta bella e intelligente, e quando parlava della Palestina, terra nella quale metteva piede per la prima volta, le si infiammavano le gote e le venivano le lacrime agli occhi. Muna aveva grandi progetti per il suo paese, voleva finire di studiare e poi lavorare a Ramallah, o da qualche altra parte lì, nei territori.</p>
<p>Un giorno andammo in visita a Hebron. Turismo politico lo chiamavano i nostri insegnanti. Andavamo a vedere, e a conoscere le associazioni, le famiglie, gli abitanti.<br />
In mezzo al mercato un ragazzino sugli undici anni si avvicinò a Muna e dopo aver estratto il coltello dalla tasca dei jeans la minacciò, chiamandola &#8220;sporca americana&#8221;.<br />
Muna scoppiò in lacrime.<br />
Intervennero i professori, intervenimmo tutti. Dai banchi si mossero i venditori per bloccare il ragazzo e capire cosa fosse successo. Ci fu un chiarimento. Il ragazzo si scusò, ma i suoi occhi dicevano che non era convinto.</p>
<p>Non importa da dove vieni. E’ dove cresci ti fa diventare quello che sei.</p>
<p>Muna pianse ancora a lungo. Ma non solo di paura.<br />
La paura passa, ma certi disincanti dell’età adulta ti segnano a fuoco, per sempre.</p>
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		<title>La casa di Homa</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jan 2009 12:29:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piattinicinesi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[diario palestinese]]></category>
		<category><![CDATA[gerusalemme]]></category>
		<category><![CDATA[palestina]]></category>

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		<description><![CDATA[A casa di Homa si arrivava dopo aver superato lo sguardo immobile dei palazzoni di Mamilla. Solo allora, dietro i giardini pettinati e lo stagno dei pesci rossi, si scorgeva uno slargo inaspettato, su cui si aprivano pesanti cancelli di ferro. Lì c’erano le ultime case arabe di Gerusalemme ovest: i resti delle antiche ville [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A casa di Homa si arrivava dopo aver superato lo sguardo immobile dei palazzoni di Mamilla. Solo allora, dietro i giardini pettinati e lo stagno dei pesci rossi, si scorgeva uno slargo inaspettato, su cui si aprivano pesanti cancelli di ferro. Lì c’erano le ultime case arabe di Gerusalemme ovest: i resti delle antiche ville che le facoltose famiglie arabe si erano costruite appena fuori le mura della città vecchia, agli inizi del ‘900.<br />
Dopo il &#8216;48 erano state ridivise e ridistribuite ai nuovi coloni. E le demolizioni e speculazioni successive le avevano rese sempre più rare.<br />
In fondo al sentiero di ghiaia che attraversava il giardino, un&#8217;enorme madonna di gesso colorato troneggiava sulla cupola della vecchia casa di stile moresco, le braccia tese come ali di colomba.<span id="more-479"></span><br />
Come Homa fosse entrata in possesso di quella casa, non lo seppi mai esattamente.<br />
Non era un argomento di cui amava parlare: un antico dolore sembrava segnare quella storia.<br />
Aveva tre stanze nell’edificio centrale della casa.<br />
I muri spessi, imbiancati a calce, formavano all’interno una serie infinita di alcove e rientranze, ricoperte da tappeti e stoffe persiane, eredità della sua famiglia, arrivata dall’Iran generazioni prima. All’esterno un orto selvaggio, fitto di piante aromatiche e medicamentose, ricopriva il cortile fino al cancello esterno, e lambiva i patii sguarniti dei suoi vicini.<br />
A sinistra abitava un anziano signore, burbero e solitario, che incontrandoci la mattina masticava tra i denti il suo “Shalom” con brusca cortesia, e poi taceva per il resto del giorno.<br />
A destra invece c’era una coppia di coniugi arabi, consunti dal tempo e dalla perdita lenta e struggente di tutti e cinque i loro figli. A volte sedevano fuori, come ombre di un antico passato, ma più spesso restavano confinati all’interno, come fantasmi prigionieri del passato. L’unico segno di vita era una radio sempre accesa che trasmetteva le canzoni di Fairouz. Quando la cantante lanciava vibrando le note di Ia Habibi il traffico del quartiere commerciale devotamente si attutiva, e il tempo sembrava fermarsi.</p>
<p>La casa di Homa per me era un posto magico, dove accadeva quello che in nessun altro luogo di quello strano paese sarebbe potuto accadere.</p>
<p>Molti dei suoi amici erano ebrei di Gerusalemme con aperture a sinistra, sostenitori del dialogo e della pace. Qualcuno di loro militava in un’ associazione, altri avevano semplicemente uno sguardo critico nei confronti della politica di governo. Tutti erano preoccupati di come sarebbe andata a finire, e detestavano gli estremismi, da una parte e dall’altra.<br />
Occasionalmente Homa ospitava Samir, un ragazzo di Jenin che lavorava a Gerusalemme, e che quando i territori chiudevano aveva bisogno di rimanere dentro i confini di Israele per non perdere il lavoro.<br />
Poi c’era Irene, una ragazza spagnola arrivata in Israele per lavoro, che aveva deciso di vivere in un kibbutz. La cosa mi colpì, e le chiesi spiegazioni. “E’ un sogno” mi rispose “un ideale”. Il sogno di una comunità che condivide tutto, che lavora la terra e irriga il deserto per rendere fertile ciò che non lo era. Se vi capita di vedere immagini o filmati di repertorio relativi alla prima emigrazione sionista troverete esattamente lo spirito pionieristico dei primi coloni americani. Quel senso di avventura, di tutto è possibile, di sfida corpo a corpo tra l’uomo e la natura. Irene era malata, e per farsi curare aveva lasciato il kibbutz, ma ne aveva una nostalgia immensa. Io capivo quello che provava. Però a me le comunità chiuse non sono mai piaciute, perché rischiano di dimenticare ciò che sta appena al di fuori dei propri confini.</p>
<p>Quando io e Homa andavamo in giro per la città non passavamo inosservate. Un’ebrea e una cristiana che andavano in giro per la città vecchia parlando arabo erano davvero uno strano fenomeno. Mangiavamo hommos e falafel, e camminavamo senza meta per le strette vie della città vecchia, visitavamo il muro del pianto e la cupola della roccia, la chiesa del santo sepolcro e le cave di Salomone.<br />
A Gerusalemme si trova la fede, o la si perde. Così dicono.<br />
Io rimasi sospesa.<br />
Fra tutti i luoghi santi il mio preferito era la chiesa di Sant’Anna, dove Gesù (pare) guarì il paralitico, e il monte degli ulivi, per guardare la città al tramonto la sera del venerdì, nell’attimo in cui suona lo shabbath e un giorno sacro cede all’altro la staffetta del riposo.</p>
<p>Ora Homa non vive più nella sua casa. Alla fine decise di andarsene.</p>
<p>A Gerusalemme si trova la fede, o la si perde. Così dicono.<br />
Lei invece aveva perso la speranza.</p>
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		<title>Verso Gerusalemme senza ridere e senza piangere</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Jan 2009 00:37:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>piattinicinesi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Finalmente arrivò il venerdì, con relativa chiusura dei corsi.
“Vado a Gerusalemme” annunciai ai padroni di casa.
Li vidi storcere la bocca, preoccupati. “Attenta alle targhe dei taxi” mi dissero “Prendi quelli con la targa gialla, che hanno il permesso di attraversare i territori israeliani, ed evita quelli con la targa verde”.
“Ok” risposi spavalda “non c’è problema”.
Nella [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Finalmente arrivò il venerdì, con relativa chiusura dei corsi.<br />
“Vado a Gerusalemme” annunciai ai padroni di casa.<br />
Li vidi storcere la bocca, preoccupati. “Attenta alle targhe dei taxi” mi dissero “Prendi quelli con la targa gialla, che hanno il permesso di attraversare i territori israeliani, ed evita quelli con la targa verde”.<br />
“Ok” risposi spavalda “non c’è problema”.<span id="more-478"></span><br />
Nella piazza principale di Ramallah quel giorno però di taxi a targa gialla non ce n’era neanche uno.<br />
“E’ venerdì” mi spiegò uno degli autisti “sono partiti tutti molto presto per andare alla Moschea”.<br />
L’idea di rinunciare a Gerusalemme non mi sfiorò neanche per un attimo.<br />
“Non farà poi tutta questa differenza” pensai “in fondo i taxi verdi partono”.<br />
E così presi il primo disponibile. Sul sedile posteriore eravamo in tre. Oltre a me c’era un anziano signore e un ragazzo dell’Università di Bir Zeit. L’autista cominciò a inerpicarsi per strade di montagna strette come sentieri, che passavano in mezzo a villaggi fatti di tre case al massimo. Cominciavo quasi ad abituarmi a quello sballottamento convulso quando incontrammo una camionetta di soldati israeliani che sbarrava la strada.<br />
“Check point, check point” gridò l’autista prima di frenare.<br />
Due ragazzi in divisa si avvicinarono ai finestrini, e ci chiesero i documenti. Li tennero un bel po’, guardandoli e riguardandoli, poi ci fecero scendere dall’auto.<br />
L’anziano signore aveva l’espressione rassegnata di chi ha già messo in conto di non poter arrivare da nessuna parte. Il ragazzo aveva l’aria più tesa. Uno dei militari lo fece appoggiare all’auto con le braccia alzate e cominciò a perquisirlo.<br />
I soldati intanto si stavano interessando a me. Erano molto giovani. Ragazzi di leva, presumibilmente, che eseguivano l’ordine di bloccare le macchine con la targa verde. Ma gli ordini non contemplavano tutte le possibili eventualità.<br />
Nel caso dei tre Palestinesi, per esempio, era facile: bastava rimandarli indietro.<br />
“Gli ordini dicono che il venerdì, per motivi di sicurezza (troppi Palestinesi di zona B a Gerusalemme possono diventare un problema) non si passa. Quindi prego, tornate in macchina e arrivederci”.<br />
Certo bisognava anche scegliere il tono, e il modo, per far rispettare l’ordine.<br />
Questo era piuttosto a discrezione.<br />
Ma con me? Con una occidentale? Era possibile rimandarmi indietro o dovevano lasciarmi continuare? E in questo caso, con quale mezzo, visto che il taxi tornava indietro?<br />
Uno dei soldati prese l’iniziativa e mi invitò a salire sulla loro camionetta. Io rimasi perplessa. Era prudente? Ed era giusto nei confronti di chi doveva tornarsene a casa? Che effetto avrebbe provocato a quel punto un mio rifiuto? Decisi di salire, ma mi scontrai con l’opposizione dell’unica donna del gruppo, che aveva i gradi più alti.<br />
“Fammi vedere i documenti” disse. Glieli mostrai. Mi chiese perché fossi lì e glielo dissi. Lei diventò una bestia. “Scendi” mi urlò “Scendi”.<br />
Io scesi dalla camionetta.<br />
Il taxi era tornato indietro. Adesso ero sola. Ma nessuno aveva intenzione di bloccarmi. A Gerusalemme potevo andarci, ma a piedi. E a piedi volendo, sarei potuta tornare indietro. Peccato solo che sia in un caso che nell’altro non avessi nessuna idea della direzione da prendere. Decisi di usare l’unica arma a mia disposizione e mi appellai alla debolezza maschile di uno dei soldati, che aveva l’aria più conciliante degli altri.<br />
Capì al volo la mia richiesta e mi fece un cenno con la testa, indicandomi la direzione corretta.<br />
Cominciai a camminare, senza pensare a niente che non fosse la strada sotto le mie scarpe. Ero da sola su una strada di montagna, e le ultime case le avevo lasciare alle mie spalle ormai da qualche minuto e non avevo nessuna idea di cosa avrei trovato.<br />
Sarebbe stato facile farmi prendere dal panico, ma riuscii a resistere a questa tentazione. Pensai invece alla penitenza che si faceva da piccoli, quella in cui dovevi ripetere “vado a Gerusalemme senza ridere e senza piangere” e non dovevi né ridere né piangere.<br />
Così non piangevo, ma neanche ridevo. Camminavo soltanto, e a furia di camminare arrivai a un bivio, dove trovai l’indicazione per Gerusalemme. Almeno il soldato non aveva mentito, la direzione era quella giusta. Ma il traffico era quello di un’ autostrada e mi sembrava impossibile attraversare o continuare a piedi. Mi guardai intorno per capire cosa fare e vidi un pulmino con la targa gialla che stava accostando. L’autista mi fece cenno di salire, e aprì il portello laterale. Mi ritrovai immersa in un fruscio avvolgente di vesti nere, insieme ad altre donne compattamente stipate nei pochi posti disponibili. Mi accolsero con calore, come se non avessero bisogno di farmi domande per sapere chi fossi, e dopo una ventina di minuti mi lasciarono alla Porta di Damasco.</p>
<p>Non fu l’unica volta in cui dovetti usare il mio insospettato sangue freddo. Un’altra volta ero con un’amica tedesca a visitare l’ Herodium , un’antica fortezza nei pressi di Betlemme costruita da Erode il grande e usata a scopi militari anche nelle epoche seguenti.<br />
Il taxi che ci aveva portate fin lì in teoria avrebbe dovuto aspettarci fino alla fine della visita. In pratica, per qualche oscura ragione, dopo un po’ sparì, e noi dovemmo riscendere la collina a piedi.<br />
Sulla strada che scendeva fino a valle eravamo sole, o quasi.<br />
Una camionetta con quattro militari isareliani ci seguiva a breve distanza, lanciando commenti non dissimili da quelli che possono sentirsi in altre città mediterranee.<br />
Solo che non eravamo in una città mediterranea, ma in mezzo alle montagne, in una zona quasi deserta, a parte la base militare con tanto di filo spinato e mitra puntati.<br />
Mentre scendevamo La mia amica tremava. Malgrado fosse (e sia) una donna coraggiosa, che ha poi vissuto tutta la vita in zone di guerra, era terrorizzata dalla paura che potessero scoprire la sua nazionalità tedesca.<br />
Io pensavo a quanto li avrebbe trattenuti dal farci del male il pericolo di un incidente internazionale. Tutto dipendeva dal nostro sangue freddo. Non bisognava provocarli, in alcun modo. E bisognava rispettare le distanze.<br />
I soldati continuarono a ridere e a seguirci fino alla base della collina, poi ci chiesero dove eravamo dirette. Dissi che stavamo andando a Gerusalemme ovest, da amici. Non era una vera e propria bugia, perché in realtà conoscevo delle persone a Gerusalemme ovest, e conoscevo Homa.<br />
I militari mi guardavano sospettosi, non sapevano se credermi o meno.<br />
Passò un trattore con una coppia di arabi a bordo. L’autista mi guardò. Nei suoi occhi potei leggere: “vorrei aiutarti ma non posso”.<br />
Poi i militari fermarono l’auto di un israeliano che abitava in una colonia lì vicino, e che loro conoscevano. Gli chiesero di accompagnarci a Gerusalemme ovest. Lui accettò, a malincuore.<br />
Fece finta di credere alla mia storia, ma rimase in tensione per tutto il tragitto e alla fine fu con estremo sollievo che ci fece scendere vicino alla porta di Jaffa.<br />
“Da qui prendete un autobus” ci disse. Ma io l’autobus non lo volli prendere,e  andammo a piedi fino a Gerusalemme est</p>
<p>Ancora oggi quando  penso a quel viaggio mi rendo conto che solo nelle situazioni estreme scopriamo le parti più profonde di noi stessi.<br />
La mia curiosità, il bisogno di vedere, toccare con mano, a volte riesce ad essere più forte della paura, dell’insicurezza e del bisogno di tranquillità.<br />
Quando sono in situazioni difficili, ripenso a quel giorno sulle montagne, alla nenia ripetuta ossessivamente, come un mantra “vado a Gerusalemme…” e mi faccio forza.<br />
E non posso fare a meno di pensare alla difficoltà quotidiana di chi doveva e deve superare i confini per sopravvivere.<br />
Ma che per quanti muri e barriere vengano messe – allora c’erano i check point – ora su quel confine  c’è un m<br />
uro di pietra, le persone tentano comunque di superarli.<br />
Le scene di intere famiglie che scavalcano il muro in zone meno controllate fanno ormai parte del paesaggio palestinese come gli olivi, le capre e i tank israeliani.<br />
Penso che in un paese dove ogni spostamento è una sfida dell&#8217;ottimismo nessuno è indifferente ai viaggiatori. Chi si muove ha orecchie tese e occhi ben aperti per capire chi ha intorno, da chi difendersi e chi aiutare, o a chi chiedere aiuto.<br />
Penso anche che la sensazione di non avere diritti, di essere inermi di fronte all’arbitrio degli altri è qualcosa di orrendo. L’arbitrio di un militare che perde il controllo, di un attacco che non ti aspetti, di una bomba che cade, o che esplode mentre compri i meloni al mercato, o vai a scuola con l’autobus.<br />
Alla fine l’autobus non l’ho preso.<br />
Avevo troppa paura.<br />
In un paese devastato dall’odio la paura è di tutti, anche di chi non c’entra niente.</p>
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		<title>Diario Palestinese 3</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jan 2009 09:46:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Bir Zeit
Bir Zeit in arabo vuol dire il Pozzo dell’olio, e guardando il panorama intorno al villaggio non era difficile capire il perché di quel nome: filari di olivi a perdita d’occhio punteggiavano le colline intorno al villaggio, in un degradare dolce e brullo di sinuosità rupestri.
A parte quello, però, non c’era altro, tranne forse [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight:bold;">Bir Zeit</span></p>
<p>Bir Zeit in arabo vuol dire il Pozzo dell’olio, e guardando il panorama intorno al villaggio non era difficile capire il perché di quel nome: filari di olivi a perdita d’occhio punteggiavano le colline intorno al villaggio, in un degradare dolce e brullo di sinuosità rupestri.<br />
A parte quello, però, non c’era altro, tranne forse qualche capra.<span id="more-476"></span><br />
Bir Zeit erano trenta case disposte a spirale intorno a uno spuntone di roccia. Dalla finestra del mio appartamento vedevo il tramonto e una strada sempre vuota. Salendo c’era il negozio di un macellaio, che aveva in tutto tre polli e due galline. In basso c’era uno spaccio con pretese di minimarket, che vendeva pane, olio e miele del proprietario. Latte e formaggio, insieme allo yogurt, venivano da una cooperativa della zona, che noi ci affannavamo a sostenere comprando sacchetti di formaggio di capra a pezzi, malgrado fosse salatissimo.<br />
Girando intorno alla spirale si raggiungeva l’internet caffé. Era aperto a orari alterni, e imprevedibili, ma era impossibile mancarlo perché all’entrata c’era di guardia un asino, legato al muro con una corda sfilacciata e cupa.<br />
I miei padroni di casa erano una famiglia della buona borghesia cristiana del paese.<br />
Le donne vestivano all’occidentale, lavoravano tutte e avevano molto viaggiato, soprattutto in Francia. Nei loro discorsi riecheggiava sempre una nota nostalgica, come di chi sente di appartenere a un altro universo, libero e avanzato, e ora vive nel rimpianto di un paradiso terrestre svanito per sempre. Il marito, ridotto al rango di Abou George, (gli arabi chiamano gli adulti con il nome del primogenito, preceduto da Abu – padre, se si tratta di un uomo e da Umm – madre se si tratta di una donna) era una sorta di Omar Sharif in miniatura, con le spalle a bottiglia e uno sguardo da furetto, che fingeva di controllare a distanza l’andamento della casa. In realtà a comandare erano le donne. Sua cognata Marie non si era sposata, e ricopriva il ruolo di zia single e impegnata con una disinvoltura che raramente ho visto nelle donne europee. Sophie, la moglie, era invece la classica donna mediterranea, che stempera con dolcezza materna un polso di ferro e un carattere indomabile.<br />
In quei giorni la famiglia stava vivendo un dramma. Per qualche ragione burocratica il permesso di lavoro di Sophie che le serviva per raggiungere la sede dell’agenzia di viaggi di Gerusalemme dove lavorava non poteva essere rinnovato. Il direttore dell’agenzia (un israeliano), che la stimava, aveva cercato di prendere tempo e di agevolarla in ogni modo, ma il protrarsi del ritardo avrebbe rischiato di mettere a repentaglio il suo posto di lavoro.<br />
Non era una situazione anomala, in quel periodo. Gli abitanti della zona vivevano una sorta di altalena quotidiana tra ottimismo e frustrazioni.<br />
A Ramallah c’era un mercato vivace, diversi ristoranti e un paio di bar di tendenza, un ospedale che funzionava abbastanza bene, e l’Università, che dopo le chiusure forzate degli anni precedenti era ritornata al suo antico splendore. Ma bastava una chiusura più lunga dei territori per perdere il lavoro, i clienti e tutto il resto.<br />
Nel 1998 la Cisgiordania stava vivendo nel bene e nel male gli effetti degli Accordi di Oslo firmati nel ‘93, e che prevedevano il riconoscimento reciproco delle parti e l’insediamento progressivo dell’autorità palestinese (ANP) guidata da Arafat.<br />
L’insediamento sarebbe avvenuto gradualmente, in cinque anni più uno, ma con modalità diverse a seconda delle regioni.<br />
I territori palestinesi erano stati quindi divisi in tre zone.<br />
L’area A con giurisdizione civile e controllo della sicurezza a carico dell’autorità palestinese.<br />
L’area B con giurisdizione civile palestinese e controllo della sicurezza condivisa tra israele e palestinese.<br />
L’area C con il controllo sia della giurisdizione che della sicurezza in mano ad Israele.<br />
Poi c’erano zone divise a metà, come Hebron e la stessa Gerusalemme, mentre Gazaera sotto il controllo completo dell’autorità palestinese, che vi aveva posto la propria sede.<br />
Questo sviluppo a macchia di leopardo ha sicuramente contribuito ad acuire le profonde differenze che esistevano fin dall’inizio nel paese. Quando si parla di palestinesi bisogna fare attenzione. Un popolo al suo interno ha differenze sociali, culturali e religiose. Quando poi la storia separa gli uni dagli altri le differenze possono solo creare divari più profondi. Jenin non era Ramallah, che non era Hebron che non era Gaza.<br />
Noi eravamo in zona B. questo voleva dire che se camminavi per strada, e per esempio cercavi di andare da Bir Zeit all’Università, potevi essere fermato sia dai militari israeliani che da quelli palestinesi.<br />
Era una situazione schizofrenica.<br />
Da una parte il piano quinquennale aveva dato una spinta allo sviluppo economico, a progetti di collaborazione, e infuso una certa euforia e una sensazione di poter fare negli abitanti della Cisgiordania (ma anche di Giordania ed Egitto, paesi che avevano partecipato all’accordo e che i quegli anni conobbero un notevole sviluppo dell’economia e soprattutto del turismo). Dall’altra questa sensazione di euforia veniva continuamente frustrata dai controlli, dalla burocrazia, dai limiti di movimento e dalle chiusure improvvise delle vie d’accesso a Israele ogni volta che c’era un attentato o una crisi, rinchiudendo i palestinesi in enclavi simili a riserve indiane.<br />
La sensazione di vivere in una riserva era acuita dal confronto quotidiano con quello che avveniva al di fuori dei territori.<br />
Dal mio appartamento si vedeva la valle, con gli olivi e le capre.<br />
Ma in fondo, a una distanza ragionevole per scorgere le sagome ad occhio nudo in un giorno di normale foschia, si vedevano anche le colonie: schiere di palazzoni, simili a quelli delle nostre periferie urbane, incombevano sull’orizzonte. Noi avevamo l’acqua razionata, e loro avevano le piscine, noi avevamo formaggio e miele, e loro prodotti di importazione da tutto il mondo. Noi una strada dissestata che girava intorno alla collina e loro strade larghe e piane, che ti portavano velocemente dove volevi.<br />
Però l’ostilità era comune.<br />
Villaggi palestinesi e colonie israeliane si scrutavano reciprocamente dalle opposte colline, come alfieri su una scacchiera piena di trappole, domandandosi chi avrebbe fatto il primo passo falso.<br />
E a turno cadevano nella buca.</p>
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