Una no global nel marketing

No global. Vabbé non esageriamo.

Non è che Piattins sia proprio no global.
Diciamo che però c’ha la tendenza. Simpatizza, insomma.

Un po’ perché le piacciono quelli che contestano, un po’ perché diciamolo, lei sui punti base è d’accordo.

E’ d’accordo sul fatto che il concetto di mondializzazione (preferisco mondializzazione a globalizzazione) ci impone di vederci tutti come abitanti di un’unica zattera planetaria sputata nell’universo.
Quello che facciamo qui ed ora è come un boomerang.
Si ripercuote subito da un’altra parte, e si ripercuoterà negli anni a venire in forme ancora inimmaginabili.
E’ chiaro che “fai la cosa giusta” per lei non è uno slogan, ma è una forma basilare di sopravvivenza.

Lei fa parte di quella generazione che ha vissuto la propria adolescenza negli anni 80.
Anni pieni di promesse, di abiti griffati, di yuppies e vita facile.
Gli anni dei primi fast food, del videoregistratore, delle merendine, del se si rompe lo butto e me ne compro un altro.
Ma anche gli anni del movimento dei Verdi, di Chernobyl, della guerra fredda e della fine del muro.
Anni di illusioni, chiusi tra l’austherity degli anni 70 e la crisi dei 90, quando era già troppo tardi per trovare lavoro, perché, ti dicevano, la pacchia ormai è finita.

Quando uno cresce così è, diciamo, un po’ scafato in partenza.

Piattins, da grande, è madre di famiglia e cerca di comportarsi come meglio può.
Dalla sua formazione ibrida, tra gesuiti e centri sociali, padri bianchi e imam egiziani, romanzi, fumetti e giornalismo di inchiesta (ma anche marchettaro), ha capito che fare la cosa giusta non sempre è facile, ma ci si deve provare.

Lei, per esempio, nel suo piccolo ricicla. Non solo plastica e alluminio ma anche vestiti, computer e mobili.
Si tiene qualche croccola e patate fritte nel freezer, per le cene dell’ultimo momento, ma compra la verdura locale al mercato, l’olio dal produttore, poche merendine (ho detto poche, non niente perché il totalitarismo non fa per lei, non ci riesce), beve acqua del rubinetto. Non usa additivi, ma sparge ovunque aceto (grandioso anticalcare). Insomma il minimo sindacale.

Cerca di farsi bastare quello che ha.
Perché a pensarci bene, nella vita ci serve proprio poco. Tutto il di più è un lusso.
Insomma lei il lusso se lo concede, non è che vada in giro col saio.
Ma non fa neanche shopping per sport, o per passare il tempo.

Inoltre è molto critica sulla pubblicità.
Che l’attrae, perché è una forma raffinata di comunicazione.
E lei nella comunicazione ci sguazza da sempre.
Che sia uno spot, una favola tradizionale, il poema omerico o un film, sempre di segni si tratta.
E di un messaggio, di un testo e di un ricettore, o no?

Però è anche una forma di comunicazione potente, e subdola, soprattutto se si accompagna a una perdita della capacità critica da parte di chi la riceve.

La capacità critica non va mai persa. Anzi va potenziata.

E potenziarla vuol dire rendere in grado le persone di decodificare i messaggi nascosti.
Di non essere passivi, di reagire.
Qualunque sia il soggetto che si pubblicizza.

Perché i messaggi che girano intorno a un certo tipo di biologico non sono meno fuorvianti di altri propagandati dalle multinazionali .
Non basta un’etichetta bio o eco su un prodotto (detersivo, macchina, energia) per salvare il pianeta e sbiancarsi la coscienza.

E alcuni (alcuni? molti, diciamo anche troppi) messaggi sono deleteri per la rappresentazione di sé e la scala di valori delle presenti e future generazioni. Qui trovate un grande post e la lista dei link ad altri post sull’argomento pubblicati in questi giorni.

Ma la capacità critica vuol dire saper usare questo tipo di comunicazione per autopromuoversi. Ognuno di noi quando cerca un lavoro, tenta di mettere in piedi un’attività, di farsi conoscere, usa delle strategie di comunicazione.

Pare che nell’era dei social network e del web 2.0 queste strategie stiano cambiando, e siano più alla portata di tutti.

Piattins aveva cominciato a leggere articoli sull’argomento, piuttosto incuriosita, quando Flavia l’ha contattata.

Vogliamo provare a fare un progetto insieme?
“Io e te?” ha chiesto piattins, piuttosto turbata.
Una sostenitrice della decrescita felice, una neoglobal dal passato punk che dialoga con i pubblicitari?
“Ok, ci sto”

Non sia mai che la Piattina si tiri indietro.
E’ molto curiosa di vedere se è davvero possibile crearlo, questo dialogo, se si riusciranno a scardinare dei meccanismi consolidati, se il Powered by People darà vero potere alle opinioni delle persone, se si riuscirà a creare un gruppo di pressione capace di modificare anche certi dannosissimi stereotipi.

Per cui un passo alla volta, si ingarella, e scopre che il brainstorming somiglia molto alle tecniche pedagogiche imparate dai Gesuiti (!).

Che vorrà dire? Chi vivrà vedrà.

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35 Responses to “Una no global nel marketing”

  • ITmom says:

    la persuasione occulta da sempre è una tecnica usata dagli educatori…. cattolici, ma non solo ;) )))

  • monica says:

    a me la pubblicità piace. brava piattini, mi piace lo sguardo sulla pubblicità come una forma di comunicazione e di segni, mi piace anchee il sunto di questi anni.una bella pubblicità mi piace, musica&immagini&emozione, ma non mi indurrà a comperare quel suv che evoca la mia natura selvaggia …sono i confini che vanno presidiati e la critica all'acquisto. come si vede nei post che citi.mentre va costruita la capacità di discriminare tra il valore reale di un prodotto e il valore attribuito, gonfiato e percepibile. perchè è quel valore di scarto che, spesso, paghiamo e strapaghiamo.la qualità può essere pagata, il desiderio no; non è un valore concreto e misurabile, è troppo arbitrario.pagare il desiderio è un pò vendere un titolo sub-prime…

  • Lanterna says:

    Mi ricordo che anni fa (parecchi anni fa) RAI3 dedicava ogni tanto un’intera notte alle pubblicità di tutto il mondo. E noi andavamo a casa di un nostro amico più grande, che viveva da solo, per guardarcele tutti insieme.Rimanevamo incantati davanti all’ironia e alla spregiudicatezza di certi spot inglesi, impossibili nella nostra puritana Italia.Anch’io sono una fan della contaminazione tra generi, registri e mezzi di comunicazione.E sono una fan anche del riciclo: ogni volta che un’amica mi passa qualche borsa di vestitini usati per i bambini, mi sembra di andare a fare shopping gratis!

  • piattinicinesi says:

    @itmom eh eh,devo dire però che durante il corso di cui parlo ho imparato un sacco di cose cjhe poi ho ritrovato in altri contesti (compreso un corso di comunicazione efficace per manager!)@monica soprattutto se il desiderio rimane insoddisfatto perché poniamo l’attenzione sull’oggetto sbagliato.@lanterna abbiamo gli stessi ricordi (anche la stessa età?) è vero che un certo tipo di comunicazione dissacrante è arrivato da noi tardi, e in misura troppo ridotta, epure qui ci sarebbe parecchio da dissacrare…mi domando a volte se la pubblicità è solo un mezzo perinfluenzare le coscienze o in buona parte uno specchio fedele delle nostre perversioni

  • piattinicinesi says:

    @lanterna scusa, sei tu! ho letto un post per vedere chi fosse questa misteriosa lanterna e ho capito di aver fatto una gaffe! benvenuto al nuovo blog, ora ti linko. baci

  • VereMamme says:

    grazie per la panoramica e i link interessanti… Riguardo Powered by People, il nostro nome è ambizioso, i nostri obiettivi più elevati saranno difficili, impossibili in certi casi, molto graduali in altri. ma credo fermamente che tutto comincia con piccoli passi e piccole cose, allo stesso tempo pensando in grande. e alla base di ogni primo passo c’è lo stabilire delle relazioni, dei canali con cui ci si ascolta. e da questi canali nascono le idee. alla fine, stiamo chiedendo “solo” di offrirci i prodotti giusti per noi, con una comunicazione intelligente, e con una gestione etica e trasparente del business. ecco, tutto qui :) quindi, proviamoci…Flavia

  • VereMamme says:

    snort, dimenticavo, tanti mesi di racconti invano?:) Non sono mai stata una pubblicitaria (nel senso di agenzia) e ora sono solo una neomarketing2.0visionaria :) ))

  • piattinicinesi says:

    @flavia ma non tu!!!!però è chiaro che il primo impatto è stato di diffidenza verso questo mondo, in cui ho accettato di entrare proprio perché c’eri tu (rivoluzionaria e tosta, proprio il tipo di persona che mi piace) che mi facevi intravedere una via diversa. ripongo great expectations in questo progetto, che sono sicura prenderà risvolti che ora difficilmente possiamo prevedere nella loro completezza perché ci muoviamo in un ambiente molto mutevole e in costante evoluzione.ma sono molto molto curiosa.

  • LGO says:

    Ho letto qualche post qui e là su questo progetto, ma ancora mi sfugge…Cos’è che vorreste fare esattamente? L’idea di influenzare i consumi, per promuovere una visione etica del mondo (vabbè, diciamo un pezzettino di mondo, và) è appassionante. Ma questo vuol dire essere interlocutori diretti di aziende? Scegliere alcuni produttori piuttosto che altri? Non si rischia di spostare l’attenzione dal prodotto al produttore? E con quali strumenti io stabilisco, per dire, che lo yogurt ZXZX è prodotto con criteri migliori (più attenti all’ambiente, per esempio) dello yogurt NYNY?Insomma, sono molto confusa….

  • M di MS says:

    Grazie per la citazione! Naturalmente condivido, anche se – devo ammetterlo – da markettara sono un po’ attratta dal potere oscuro della Forza. Voglio dire, tutte le volte che vedo una buona pubblicità non riesco a non immaginarmi la sessione di brain storming alle sue spalle e ammiro chi l’ha concepita. Però, sì, effettivamente in Italia capita poco spesso!

  • piattinicinesi says:

    @lgo risponderti in maniera esaustiva per me in questo momento è impossibile. io entro per la prima volta in questo mondo e quindi non riesco a prevedere tutti gli sviluppi. il progetto riguarda soprattutto un rapporto diverso tra consumatori e produttori. la comunicazione sul prodoto non viene più fatta dall’alto, ovvero come un pacchetto preconfezionato e dato a un target (quindi un consumatore dfinito che ragiona secondo certi parametri) ma la comunicazione avviene in modo diverso, tra pari e in forma di dialogo.in un dialogo può avvenire uno scambio di idee, di bisogni che nel modo tradizionale non avviene.come questo si realizzerà? e…si realizzerà? nei dettagli non lo so, mentirei se dicessi il contrario. in questo momento sono la curiosa del gruppo, quella che ha sempre decodificato il mesaggio proposto ma che non conosce i retroscena delle stanze dei bottoni. sono curiosa ma anche attenta, e ipercritica come mio solito. ma la curuiosità vince su tutto. e anche la voglia di fare, di non perdere questa occasione

  • VereMamme says:

    Provo a rispondere a LGO dal mio punto di vista, anche se è difficile prevdere tanti sviluppi. Il progetto, per ora conosciuto da un gruppo ristretto e spero col tempo da tanti altri blogger, si propone di cominciare a dialogare con aziende e produttori. Nasce dall’osservazione del fatto che alcuni di loro vorrebbero relazionarsi con la blogosfera ma talvolta lo fanno con i toni e le iniziative sbagliate, ispirate a vecchie logiche di push, allora abbiamo pensato: facciamo loro capire qual è il modo giusto per comunicare con noi bloggers. non conferenze stampa con speranza di post, ma iniziative più interessanti ed istruttive per entrambi. questo è il primo passo. una volta aperti i primi canali di comunicazione, possiamo pensare di diventare interlocutori di aziende che si aprono al dialogo, in molti modi, fino ad essere partner nello sviluppo di prodotti e pubblicità. Non immagino un movimento consumatori per il quale esistono già associazioni, ma una blogosfera (cioè una parte di essa che si riconosce in certi valori e li dichiara) consapevole del suo potere di influenza, e un mondo aziendale più rispettoso.

  • VereMamme says:

    Provo a rispondere a LGO dal mio punto di vista, anche se è difficile prevdere tanti sviluppi. Il progetto, per ora conosciuto da un gruppo ristretto e spero col tempo da tanti altri blogger, si propone di cominciare a dialogare con aziende e produttori. Nasce dall’osservazione del fatto che alcuni di loro vorrebbero relazionarsi con la blogosfera ma talvolta lo fanno con i toni e le iniziative sbagliate, ispirate a vecchie logiche di push, allora abbiamo pensato: facciamo loro capire qual è il modo giusto per comunicare con noi bloggers. non conferenze stampa con speranza di post, ma iniziative più interessanti ed istruttive per entrambi. questo è il primo passo. una volta aperti i primi canali di comunicazione, possiamo pensare di diventare interlocutori di aziende che si aprono al dialogo, in molti modi, fino ad essere partner nello sviluppo di prodotti e pubblicità. Non immagino un movimento consumatori per il quale esistono già associazioni, ma una blogosfera (cioè una parte di essa che si riconosce in certi valori e li dichiara) consapevole del suo potere di influenza, e un mondo aziendale più rispettoso.

  • My says:

    cara piattinaecco qui il post giustosai che è proprio per questo motivo che non ho (ancora) aderito al progetto di Flavia?questo post potrei averlo scritto iocerto che il marketing deve cambiare e condivido tutto cio’ che ho letto su veremamme e da M di Ms.Ma io, cosa vorrei?io vorrei che le cose che ci danno fossero prodotte senza sfruttare nessuno.senza lasciare povertà dove i produttori sono passati.con una ripartizione equa del prezzo fra produttore, commerciante, etce questo anche a scapito del mio portafoglioperchè questo è già quello che faccio ogni giorno: spendo di più per rimanere nel GIUSTO.e queste cose si possono chiedere?e anche se ora Flavia arriverà e mi dirà “ma certo! devi chiederle! fa tutto parte del progetto” etc etc……io pensero’……se un domani avro’ partecipato ad un progetto del genere, e otterro’ uno snack al cacao per bambini sano, senza additivi, rispettoso della natura etc………..ma prodotto con cacao pagato ai produttori boliviani un prezzo da fame……..saro’ contenta?No.

  • cautelosa says:

    Auguri per il vostro progetto.E’ importante cominciare a fare qualcosa, magari partendo da piccoli obiettivi… Se ciascuno si impegna, qualcosa prima o poi cambierà.

  • monica says:

    io credo che my abbia colto nel segno, perchè – e lo sottolineo alla grande attenzione di flavia -il problema nella pubblicità è lo scarto tra il prodotto e il valore attribuito. un venditore che conoscevo diceva che il prezzo giusto di una merce è quello che il … cliente è disposto a spendere. credo sia questo lo standard.allora non basta più costruire insieme la valutazione sul prodotto più rispondente, ma la valutazione sul processo, semmai.in fondo la crisi in atto ci sta indicando che il valore tra le merci, inteso come scarto tra reale e percepito, crea danno economico, per tutti; la sfida è creare un reale valore per le merci ….e qui linko per le interessate il progetto di riflessione pedagogica che stiamo facendo sul valore della crisi http://www.studiodedalo.net/blog/ – se lo ritieni ineducato ed inopportuno, piattini, cancellami tranquillamente- monica

  • piattinicinesi says:

    @my è un problema che mi pongo anch’io, in effetti nel manifesto che stiamo scrivendo (con la collaborazione di tutti, quindi anche tua se vorrai) il primo punto è l’etica. l’etica per me vuol dire atteggiamento etico dalla produzione alla distribuzione. è possibile fare pressione sulle aziende perché questo accada? non lo so, ma di fronte alla possibilità di scoprirlo preferisco provarci piuttosto che lasciare perdere. @monica eh eh, io non cacello nessuno che esprima le sue idee:))inoltre le tue idee sono anche le mie, di base. però una delle cose che mi ha convinta ad aderire al progetto è stata il fatto che la pubblicità riguarda tutto, non solo le multinazionali. pensa alla diffusione del concetto di kilometro zero, alla diffusione dei gas, del commercio equo e solidale. per diffondere questi stili di vita non si è forse fatta comunicazione? certo, non la comunicazione ufficiale, della pubblicità patinata, magari si è fatto il passa parola, si sono scelti canali alternativi, si è usato molto il web. ecco a me interessa capire meglio come usare questi meccanismi. recentemente sono andata alla città dell’altraeconomia a Roma, vendevano la pastina dei folletti, in sostanza pasta piccola ai tre cereali. c’era un packaging e un desiderio (bosco favole, natura). allora che faccio? lo compro perché è buono? perché voglio essere un folletto? o non lo compro perché un pacco di pastina a 5 euro mi deve dare una ragione migliore per essere comprato?questo per dire che il discorso del prezzo esagerato, del desiderio che io sto comprando esiste per tutti i prodotti (e allora le creme di bellezza e i gormiti a 26 euro?)sono ben consapevole di questi meccanismi,e volgio capire se è possibile scardinarli.poi ci sono altre due cose che mi interessano. la possibilità di veicolare immagini culturali più positive (la pubblicità è una forma di comunicazione potente sulla nostra società, vorrei avere diritto di parola su quale immagine dve dare) e l’uso degli strumenti marketing nuovi per promuovere le attività delle persone che mi interessano. io scrivo, tu hai un laboratorio pedagogico, sulla rete c’è gente che disegna, fabrica borse ecc. quest gente ha bisogno di promozione, in un modo diverso dal passato. e usa il web 2.0 per farlo. che c’è di male?

  • piattinicinesi says:

    @m di ms per le persone che conoscono almeno in parte questo mondo credo sia più facile avvicinarsi al progetto senza temerlo. per questo era importante per me raccontare dei miei dubbi. credo ch siano dubbi condivisi da molti. ma sono dubbi che non mi fermano :) @cautelosa grazie dell’incoraggiamento. la politica dei piccoli passi mi sembra la migliore…

  • monica says:

    infatti il dettaglio fondamentale (che dettaglio non è) sta nel potere veicolare, via web, messaggi alternativi e più partecipati, e giungere lì, alla qualità di un prodotto, di un lavoro, un messaggio, un progetto ma in termini etici ed equi. in questo senso, come avrai notato io uso tantissimo anche facebook (nonostante alcune perplessità).in modo da ridurre lo scarto tra prodotto, qualità, costi, impatto ambientale, aspetti economici/ecologici, etica. se questo è il progetto vere mamme (e non lo avevo ancora capito così bene) è ovvio che è un progetto di grande valore.come sai lo appoggio per quanto attiene il livello più formativo …..se diventa anche questo…. va ancora meglio! :-)

  • Laura.ddd says:

    Evviva la capacità critica!Ci sono e adesso scocco il primo dardo!Laura

  • VereMamme says:

    Io voglio essere molto umile nel mio progettino e non me la sento certo di promettere grandi cambiamenti economici… Ma come dicevo, i primi passi consistono nell’aprire un dialogo e renderci visibili, e da cosa nasce cosa, soprattutto con la vostra partecipazione. sappiamo bene che è una strada lunga e che ci sono molte porte chiuse. Indubbiamente la nostra discussione ha dei risvolti molto importanti e vorrei appunto stimolarla e farla continuare da me nei prossimi tempi.Flavia

  • monica says:

    mi piace flavia, magari tu puoi davvero dare forma a tutto questo …. le idee e enrgie non ti mancano

  • zauberei says:

    Ah Piattina io ti somiglio per molterrime cose:) per esempio nell’acqua del rubinetto, e nella simpatia per i caci e i beni nazionali. A onor del vero la mia moderazione nello schopping ha origini massimanete economiche e non etiche. co e ci ho due lire le spenno.Condivido anche la moderata ambivalenza con la pubblicità – perciò in bocca al lupo:)

  • piattinicinesi says:

    @laura ti ho lasciato un benvenuto sul tuo blog fresco di apertura. sarò molto contenta di ascoltare la tua voce

  • parog2006 says:

    sono una mamma che è stata adolescente proprio nell’80, e ci sono stata bene. Adesso sono una donna ch non ricicla granchè che ama lo shopping anche per passatempo e ride di alcune pubblicità particolarmente divertenti … insomma una proprio terra terra con tanta ammirazione per piattini

  • piattinicinesi says:

    @parog eh eh, ti propongo allora un giro di shopping con l’ipod al ritmo degli spandau ballet e boy geaorge ( ma anche cindy lauper) tu compri e io aspetto i saldi, e intanto ci facciamo due chiacchere, che ne dici?

  • Lanterna says:

    Ma che gaffe? Figurati! Mi rendo conto che, con questo sdoppiamento di personalità, causo un po’ di caos…Vorrei dire un’ultima cosa riguardo all’etica citata da my e da altre: sono stata una dei primi membri di un gas e da allora sono un po’ scettica su questo tipo di solidarietà ai produttori. D’accordissimo sui km zero, d’accordissimo sulla stagionalità e sulla ricerca del prodotto artigianale (mio marito ci lavora!). Ma penso che molti produttori abbiano approfittato della buona fede dei gasisti per rifilare scarti di produzione ai prezzi a cui i negozi non li avrebbero accettati.A me sta bene uno scambio in cui il rispetto e la solidarietà siano reciproci, anche dal punto di vista economico: non ci sto a farmi spennare perché è l’unica alternativa a spennare io i lavoratori sfruttati e/o in nero (non sapete quanti ce ne sono in agricoltura).Ci sto a costruire un terreno comune in cui nessuna delle due parti si trinceri dietro una posizione troppo intransigente e si cerchi di venirsi incontro, pur con tutti i difetti.

  • alleg67 says:

    come sempre iniziative molto valide!! in bocca al lupo per il votro progetto!!!

  • My says:

    non lo so non lo so……..bo :-) certo che non ci si deve trincerare dietro estremismi……lotto tutti i giorni contro gli estremismi, per me sfondate una porta aperta.io personalmente non parlavo di gas, di cui non so niente, ma di commercio equo e solidale (di cui so di più).in definitiva cio’ che mi chiedo, anche, è: rimarro’ sempre convinta che vogliamo indurmi bisogni che non ho? posso partecipare ad azioni di marketing, se fondamentalmente il mio assunto di base è che bisogna consumare MENO? che abbiamo da spartire io e queste aziende qui??non lo so dai, aiutatemi, io voglio aderire!!! :-D

  • piattinicinesi says:

    @lanterna e my questo tipo di problemi che viene sollevato mi sembra molto interessante. mentirei se dicessi di avere tutte le risposte. diciamo che vi aggiornerò sulle mie future considerazioni in materia

  • chiara says:

    sono daccordo sul creare un gruppo di pressione capace di modificare dannosissimi stereotipi, ma non capisco perchè dovremmo rapportarci con produttori che a loro volta volgiono comunicare con noi della blog sfera e che lo fanno con toni e iniziative sbagliate, ispirate a vecchie logiche di “push?”…Si tratta di provare a cambiare qualcosa o a mettersi al servizio dei produttori?

  • M di MS says:

    Sono stata molto sollecitata dalle osservazioni di My e Chiara N.. Settimana prossima con veremamme entrimao in contatto con un’azienda e stiamo a vedere cosa succede. Voglio proprio vedere se sarà la solita storia oppure ci rapportiamo con qualcosa in linea con i nostri interessi. Vi sapremo dire!

  • LGO says:

    Cara Piattina,grazie delle risposte (grazie anche a Flavia) e scusate se poi sono sparita – non sono sparita, sono stata solo travolta da incombenze :( (. Vedo che perplessità ce ne sono, soprattutto condivido quelle di My e Chiara N. In un momento che è molto fluido e aperto a mille possibilità, perché incominciare un dialogo con le aziende, come prima azione? Oppure questo è uno stadio di un percorso che avete già intrapreso, e si sta già sviluppando? Però l’aspetto che riguarda i consumatori e il loro ruolo nel ridefinire, reindirizzare e possibilmente ridurre i consumi mi attira moltissimo, ma su questo che possibilità ci sono di collaborare?

  • emily says:

    vedremo ,vedremo ….ma immagino che tu nn ci sia a parma, sigh!!!!sei sempre unica nei tuoi post piattins!

  • VereMamme says:

    premesso che non ho tutte le risposte, mettiamola così: noi siamo dei mezzi di informazione e comunicazione, quindi abbiamo un certo potere di influenzare (esattamente cosa, come, quando, chi lo sa. ma questo potere c’è e possiamo prenderne consapevolezza ed esercitarlo. l’alternativa è farsi trattare ancora una volta da target passivo, oppure chiudere completamente il dialogo e rifiutare qualsiasi contatto, il che non produce cambiamenti. faccio un esempio: se vediamo che tra i nostri post c’è molta sensibilità su un argomento particolare, ad esempio i cibi biologici, miti e realtà etc etc, oppure i giochi diseducativi, oppure òe pubblicità stereotipate, possiamo invitare le aziende del settore a parlarne con noi in un meeting. NOI facciamo una presentazione a loro, e si parla insieme di progetti e di azioni concrete. è una piccola ma significativa rivoluzione nel modo di fare le cose (il modo attuale è: oggi vogliamo parlarvi di creme di bellezza. ah, ok. vengo a sentire e magari me ne regali una. ma non me ne frega più di tanto…)

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